La proposta del 2024 chiedeva di ridurre la densità di animali, ma Bruxelles non l’ha ripresa
Zero. È il numero di volte che la Strategia UE per il settore zootecnico, adottata dalla Commissione europea lo scorso 7 luglio, menziona la necessità di ridurre il numero di animali negli allevamenti ad alta densità. Lo rileva un comunicato di Greenpeace Italia, che parla di una «visione del futuro degli allevamenti che lascia immutato il modello attuale». Una scelta che stride con le richieste avanzate già due anni fa da un fronte trasversale di associazioni ambientaliste, medici per l’ambiente e parlamentari italiani, e che oggi riapre la domanda: cosa serve davvero per cambiare le regole del gioco?
La proposta dimenticata
Per capire la portata dell’omissione bisogna tornare al 2024. Il 22 febbraio di quell’anno, in una conferenza stampa congiunta, Greenpeace Italia, ISDE – Medici per l’ambiente, Lipu, Terra! e WWF Italia avevano presentato una proposta di legge pensata per affrontare il nodo degli allevamenti intensivi. Poche settimane dopo, il 6 marzo, il testo veniva depositato con le firme di 15 parlamentari appartenenti a cinque gruppi politici diversi. Una convergenza rara, che metteva insieme sensibilità molto distanti tra loro proprio sul punto più controverso: la necessità di intervenire sulla concentrazione di capi allevati nelle aree a più forte pressione zootecnica.
La proposta del 2024 non si limitava a invocare migliori pratiche di benessere animale. Chiedeva di mettere mano alla densità degli allevamenti, cioè al numero di animali per unità di superficie, come leva per ridurre l’impatto ambientale e sanitario del modello intensivo. Oggi, a distanza di oltre due anni, la Strategia europea appena adottata non riprende neppure il principio. Silenzio assoluto sul tema. È come se quel dibattito non fosse mai avvenuto.
Le concessioni sul benessere animale
Se da un lato la densità resta un tabù, dall’altro la Commissione ha introdotto alcuni impegni concreti sul fronte del benessere animale. Stando al medesimo comunicato di Greenpeace, la Strategia dichiara l’intenzione di porre fine all’uccisione dei pulcini maschi, prevede l’eliminazione graduale delle gabbie per il pollame e il passaggio dalle gabbie a sistemi a recinti per i suini. Sono passi che le associazioni attendevano da tempo e che, se attuati, potranno migliorare le condizioni di vita di centinaia di milioni di animali allevati nell’Unione.
Tuttavia, misure come queste agiscono sul “come” si produce, non sul “quanto”. Rinchiudere gli animali in strutture più grandi o sopprimere i pulcini in modo meno cruento non cambia la quantità complessiva di capi concentrati in un territorio, né l’impronta che quelle concentrazioni lasciano sul suolo, sull’acqua e sull’aria. La Strategia, in altre parole, interviene sulla qualità della detenzione senza toccare la scala delle operazioni. Per un settore che in Europa continua a generare più emissioni di gas serra di quante ne assorba, il dato dirimente rimane il numero assoluto di animali allevati: se quello non scende, il bilancio ambientale resta pesantemente in rosso.
L’elefante nell’allevamento
Dietro le concessioni sul benessere si nasconde la vera partita. La mancata menzione della densità non è un dettaglio tecnico, è il cuore del problema. Gli allevamenti intensivi non sono tali perché gli animali stanno in gabbia o a terra, ma perché un numero elevato di capi convive su spazi ridotti, generando emissioni concentrate di ammoniaca, metano e reflui che i sistemi naturali faticano ad assorbire. La proposta italiana del 2024 lo metteva nero su bianco, chiedendo una progressiva riduzione del numero di animali proprio nelle aree con la maggiore densità zootecnica.
La scelta della Commissione europea di non inserire neppure un accenno a questo principio lascia intatto il modello di produzione che ha alimentato, negli anni, le tensioni con i territori, i conflitti sull’uso dell’acqua e le preoccupazioni per la salute pubblica legate all’antibiotico-resistenza. In un momento in cui la pressione dell’opinione pubblica e i dati climatici avrebbero potuto spingere verso una revisione più profonda, la Strategia si limita a una riforma di superficie. Le associazioni che due anni fa avevano trovato ascolto in una parte della politica italiana oggi possono solo constatare che il loro messaggio non ha varcato il confine di Bruxelles.
Il silenzio sulla densità, del resto, non è neutrale. Significa che la Commissione non intende toccare gli equilibri economici di un comparto che vale miliardi, e che su quel punto non si è voluto aprire un fronte con gli Stati membri in cui la zootecnia intensiva ha un peso politico rilevante. Ma significa anche rinviare, forse di anni, la possibilità di un cambiamento strutturale. I prossimi mesi diranno se la pressione pubblica e i dati ambientali riusciranno a riportare il tema sul tavolo. Per ora, la Strategia UE è un passo avanti solo sul fronte del benessere animale, mentre il silenzio sulla densità lascia completamente intatto il modello intensivo che pesa su clima e territorio. I numeri da tenere d’occhio sono quelli dei capi allevati: se non scendono, la svolta è solo apparente.




