Dopo tredici anni dal primo hamburger da 250mila euro, parte la fase ingegneristica

Il 5 agosto 2013, in un teatro di posa londinese allestito come una cucina, il mondo assisteva alla presentazione del primo hamburger di carne coltivata. Costato 250.000 euro e finanziato da Sergey Brin, quel disco di proteine prometteva di rivoluzionare l’alimentazione globale. Mark Post, il ricercatore dell’Università di Maastricht che aveva guidato l’esperimento, parlò di un orizzonte temporale preciso: «L’obiettivo è creare un prodotto di consumo. Potrebbero volerci dieci anni, forse anche prima, ma dieci anni è una buona stima». Sono passati tredici anni, e soltanto ora, nei Paesi Bassi, si comincia a costruire il primo allevamento di carne coltivata. Un intervallo che misura tutta la distanza tra una promessa scientifica e la sua traduzione in un sistema produttivo reale.

L’hamburger da 250.000 euro

All’indomani della degustazione del 2013, la narrazione prevalente era quella di una tecnologia destinata a scalare in fretta. Le premesse non mancavano: il governo olandese, già nel 2022, aveva deciso di stanziare 60 milioni di euro per sostenere la formazione di un ecosistema attorno all’agricoltura cellulare. Eppure, per oltre un decennio, la carne coltivata è rimasta confinata nella fase di ricerca e sviluppo, con piccoli lotti prodotti in laboratorio e un percorso regolatorio appena abbozzato. Il paradosso è tutto qui: la stessa Olanda che nel 2013 aveva messo a disposizione il know-how accademico e i primi capitali, solo ora vede avviarsi la fase ingegneristica di un impianto concepito per produrre su scala agricola. Cosa ha reso così complicato il passaggio dal prototipo all’allevamento? La risposta non sta soltanto nei costi o nelle barriere regolatorie, ma nel modello industriale scelto.

Dalla fabbrica al campo: il modello CRAFT

Dietro la lentezza c’è una strategia precisa, che ribalta l’immagine della carne coltivata come puro prodotto da laboratorio. Il consorzio CRAFT, acronimo di Cellular Agriculture for Resilient Farming of Tomorrow, riunisce sette soggetti che coprono l’intera filiera: la start-up RespectFarms, l’università di Wageningen, Mosa Meat — fondata dallo stesso Mark Post — l’israeliana Aleph Farms, l’azienda britannica Multus per i fattori di crescita, l’allevatore Kipster e l’impresa di costruzioni Royal Kuijpers. A settembre 2025 il gruppo ha ottenuto i primi 2 milioni di euro di un finanziamento complessivo di 4 milioni, e ha avviato la progettazione del primo allevamento. Non un mega-impianto centralizzato, ma una struttura pensata per essere replicabile su scala aziendale e integrata con l’agricoltura esistente. «L’obiettivo di CRAFT è integrare la carne coltivata in allevamenti reali, assicurando che la produzione sia guidata dagli agricoltori e radicata localmente», si legge nella documentazione del progetto. Un approccio che punta a dimostrare come la carne coltivata possa coesistere con bestiame e colture tradizionali, anziché sostituirli.

La scommessa tecnica è altrettanto distante dall’immaginario da industria chimica che spesso accompagna il settore. Il consorzio sta sviluppando la produzione su scala agricola utilizzando bioreattori più piccoli rispetto a quelli impiegati nei prototipi industriali, per contenere i costi e ridurre i rischi di contaminazione. È una scelta che riflette lezioni apprese da altri attori: Aleph Farms, membro di CRAFT, nel gennaio 2024 aveva ottenuto la prima approvazione regolatoria al mondo per carne bovina coltivata, un passaggio che aveva messo in luce la complessità di scalare processi concepiti in ambiente sterile. La presenza di Kipster, un produttore di uova che opera con standard elevati di benessere animale e sostenibilità, segnala un’altra peculiarità del modello: non si tratta di creare un’alternativa all’allevamento, ma di ritagliare uno spazio di complementarietà dentro un sistema agricolo già organizzato. Resta da capire se i numeri promessi reggeranno alla prova dei costi.

Il 2030 come spartiacque

Sono proprio i numeri a definire l’obiettivo finale. CRAFT punta a entrare nel mercato entro il 2030, ma la roadmap si spinge molto oltre: entro il 2038 il progetto vorrebbe coinvolgere 1.000 agricoltori nella produzione di carne sostenibile, con un impatto quantificato in 840.000 tonnellate di CO₂ risparmiate all’anno e 500.000 animali rimossi dal sistema alimentare ogni anno. Sono cifre che misurano tanto l’ambizione quanto la scala del problema: la sola filiera bovina europea emette diverse centinaia di milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, e l’obiettivo di CRAFT, per quanto rilevante, andrebbe moltiplicato per decine di progetti analoghi per produrre un effetto misurabile a livello di sistema.

Il 2030 è anche l’anno in cui si misurerà la tenuta economica del modello. L’assenza, in questa fase, di dati pubblici sul costo al chilo previsto per la carne prodotta nell’allevamento olandese rende impossibile valutare la competitività rispetto alla carne convenzionale, soprattutto in un contesto in cui i prezzi di quest’ultima restano soggetti a volatilità legata a mangimi ed energia. L’investimento pubblico olandese, il consorzio industriale e la validazione regolatoria ottenuta da Aleph Farms sono tasselli che riducono l’incertezza, ma non la annullano. Se CRAFT riuscirà a dimostrare che il passaggio dal laboratorio all’allevamento può avvenire senza moltiplicare i costi, la scommessa olandese avrà gettato le basi per un nuovo segmento della zootecnia europea. Altrimenti, resterà un’altra promessa affascinante rimasta a metà strada tra la scienza e il mercato.