Category: Clima e politiche ambientali

  • Il termometro ha già superato la soglia

    Il termometro ha già superato la soglia

    L’IPCC certifica il superamento della soglia di 1,5 gradi, un traguardo ormai quasi inevitabile

    Quando a fine mese apriamo la bolletta della luce o del gas, il pensiero corre sempre lì: perché paghiamo ancora così tanto? C’entrano le guerre, la speculazione, gli intoppi di rete. Intanto, dall’altra parte del pianeta, gli scienziati dell’IPCC aggiornano i loro modelli e ieri, con un discorso di poche frasi, hanno spostato un’asticella che fino all’altro ieri sembrava ancora difendibile. Dal World Climate Investment Summit di Londra, l’intervento di Jim Skea, presidente del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, è stato un pugno secco: «È ormai quasi inevitabile che il riscaldamento globale superi 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali in un futuro non troppo lontano». Parole scelte con cura. Nessun allarmismo, solo la presa d’atto di qualcosa che forse sospettavamo già, ma che adesso ha un crisma ufficiale.

    Quella cifra, 1,5 gradi, non è una bandierina ambientalista. Era la linea sottile oltre la quale gli impatti diventano a cascata, le siccità si incattiviscono, le alluvioni si accaniscono su infrastrutture già fragili, e i conti pubblici e privati si complicano. Negli ultimi dieci anni i decessi per inondazioni, siccità e tempeste sono stati quindici volte più alti nelle regioni già vulnerabili, e quasi metà della popolazione mondiale abita esattamente in quelle aree. Lo confermava già due anni fa il rapporto di sintesi AR6 dell’IPCC, che parlava di una sfida diventata ancora più grande rispetto a cinque anni prima, perché intanto le emissioni di gas serra avevano continuato ad aumentare. Il modo in cui si riscalda il pianeta si riflette, in modo meno spettacolare ma molto più tangibile, sul costo dei beni che mettiamo nel carrello, sui premi assicurativi di casa e azienda, sulla stabilità delle forniture elettriche che diamo per scontate.

    Cosa succede quando il termometro sale oltre il limite

    Il punto non è segnare un record simbolico. Il punto è che la soglia è già stata assorbita dal sistema. Già nel 2018 il rapporto speciale dell’IPCC stimava che le attività umane avessero causato circa 1,0°C di riscaldamento, e prevedeva che il livello di 1,5°C sarebbe stato raggiunto tra il 2030 e il 2052 se avessimo continuato al ritmo di allora. Ieri Skea non ha spostato quella proiezione, l’ha chiusa: il ritmo non è rallentato abbastanza, e l’attraversamento del traguardo è diventato quasi una formalità. Nel frattempo, la cronaca dei danni si è infittita. L’IPCC documenta che la metà esatta della popolazione mondiale, circa quattro miliardi di persone, risiede in regioni altamente vulnerabili. In quelle zone, un lutto su molti legati al clima non è una fatalità, è un moltiplicatore di disuguaglianza. Le comunità a basso reddito e marginalizzate, se messe al centro degli interventi di adattamento, porterebbero i guadagni più alti in termini di benessere collettivo, ma è proprio lì che la finanza inciampa.

    «Una finanza insufficiente e disallineata sta frenando il progresso», era scritto nero su bianco nel rapporto AR6 del marzo 2023. E qui la faccenda tocca il portafoglio di chiunque abbia un’impresa, una casa da ristrutturare o anche solo la speranza che le tasse finanzino prevenzione anziché ricostruzioni d’emergenza. La distanza tra i capitali disponibili e i progetti che servirebbero davvero non è solo un difetto di liquidità: è un problema di canali. Troppi soldi rincorrono tecnologie speculative — alcune promettenti, altre fumo — mentre l’adattamento di base, quello che serve a mettere in sicurezza un quartiere alluvionabile o a isolare un edificio popolare, resta senza interlocutori finanziari. Non c’è da stupirsi che, in un quadro del genere, la convenienza a investire in protezione sembri astratta: si ragiona ancora con l’orizzonte della prossima scadenza di bilancio, non con quello del prossimo evento estremo.

    La parte che possiamo ancora cambiare

    Eppure, finire il mese col riscaldamento acceso o il condizionatore spento per paura della bolletta non è l’unica prospettiva. I numeri, se letti bene, mostrano una direzione che possiamo sfruttare subito. Lo scorso anno, l’85% di tutta la nuova capacità installata nei sistemi elettrici mondiali è venuto da fonti rinnovabili. Un dato che non parla di sacrifici, ma di tecnologia diventata finalmente più economica del vecchio fossile, e che permette a famiglie e condomini di produrre e condividere energia a costi inferiori. Chi oggi investe in un impianto fotovoltaico con accumulo o in una comunità energetica rinnovabile — dove i vicini si scambiano i kilowattora invece di comprarli tutti dalla rete — vede tempi di rientro tra i 4 e i 7 anni, a seconda della taglia e degli incentivi, e un risparmio in bolletta che può superare il 50% sul lungo periodo. Non serve essere pionieri green: basta fare i conti e chiedere un preventivo.

    Il problema è che fin troppo spesso ci si ferma ai titoli spaventosi senza guardare agli attrezzi già disponibili. L’IPCC lo dice con franchezza: solo l’1% dei finanziamenti per l’adattamento proviene da fonti private, e questo significa che imprenditori, banche locali e investitori istituzionali hanno uno spazio enorme per entrare, non per beneficenza ma per rendimento. Mettere in sicurezza un capannone contro le bombe d’acqua, ad esempio, abbatte i premi assicurativi e riduce le interruzioni di attività. Adeguare una palazzina può cambiare la rata del mutuo e il valore dell’immobile. Le tecnologie di rimozione della CO₂, quelle che l’IPCC esaminerà in un metodo dedicato in approvazione in Giappone alla fine del 2027, serviranno per il rientro post-sforamento, ma la prevenzione dei danni si fa con strumenti rodati. E i danni, quando arrivano, li paghiamo tutti — in bolletta, in tasse, in rincari al supermercato.

    La soglia di 1,5°C sarà quasi certamente superata, e ammetterlo fa male. Ma la partita si gioca ora su ogni decimo di grado in meno: un riscaldamento di 1,6°C non equivale a uno di 1,8°C, né per i morti evitati né per gli euro risparmiati. La transizione non è un lusso per anime belle: è la scelta più concreta per proteggere i nostri bilanci familiari e i conti economici di chi produce, ed è già in corso sotto i nostri occhi, silenziosa nelle pale eoliche, nei condomini che scambiano energia, nei primi finanziamenti privati che puntano sulla resilienza. L’unico lusso che non possiamo più permetterci è restare fermi a guardare il termometro.

  • Bruxelles ha smesso di fidarsi del mercato del carbonio

    Bruxelles ha smesso di fidarsi del mercato del carbonio

    La Commissione europea ha proposto di fermare l’invalidazione delle quote nella Market Stability Reserve

    Nel primo mercato del carbonio della storia, il prezzo era il frutto di una scoperta quotidiana: incrocio di domanda e offerta, segnale di scarsità. Oggi, a quasi vent’anni dal varo dell’EU ETS, quel numero ha preso un’altra strada. Può essere aggiustato, se conviene. L’ultimo ritocco porta la data del 1° aprile 2026 e ha il sapore amaro di un pesce d’aprile che nessuno ha voglia di festeggiare. L’analisi che Andrea Ronchi, vice-direttore del Carbon Markets Outlook 2025, pubblica il 26 giugno su QualEnergia Pro parte da qui: la Commissione europea ha proposto di fermare il meccanismo di invalidazione delle quote nella Market Stability Reserve.

    Che cosa significa, in concreto, fermare l’invalidazione? Dentro il meccanismo di riserva — istituito nel 2018 per assorbire l’enorme eccesso di permessi accumulato dal 2009 in seguito alla crisi — una parte dei certificati ritirati veniva automaticamente cancellata. Lo scorso 1° aprile la Commissione ha deciso di mettere un freno a questa distruzione contabile: i permessi resteranno parcheggiati, pronti a essere rimessi in circolo se le condizioni di mercato lo richiederanno. La motivazione ufficiale parla di «cuscinetto» per sostenere la stabilità futura. Ma il messaggio implicito è un altro: il prezzo del carbonio non può più essere lasciato alle forze spontanee della domanda e dell’offerta, perché quelle forze, semplicemente, non esistono più. Lo aveva capito bene Ronchi quando scriveva che «il sistema europeo di scambio delle quote di emissione non funziona più come il mercato immaginato all’origine». All’origine — era il 2005 e l’EU ETS, istituito quell’anno, apriva i battenti come primo schema internazionale di scambio di emissioni — l’idea era che il costo della CO₂ emergesse dall’incontro tra chi poteva ridurre le emissioni a minor costo e chi invece aveva bisogno di comprare permessi. La concorrenza tra operatori avrebbe selezionato le soluzioni più efficienti. Il surplus di quote gonfiatosi dal 2009 aveva già svuotato quella promessa. La Market Stability Reserve — nata per riequilibrare il sistema — era l’ammissione che il mercato originario era finito. Ora, congelando l’invalidazione, Bruxelles svela la fase successiva: il prezzo del carbonio è diventato una variabile amministrativa. E se il mercato non funziona più, resta da chiedersi chi ci guadagna.

    Schermature incrociate

    A guadagnarci, intanto, sono i settori industriali che il legislatore europeo ha scelto di schermare con una seconda corazza: il Carbon Border Adjustment Mechanism. Adottato nel 2023 con il pacchetto Fit for 55 — lo stesso che ha esteso l’ETS a trasporto marittimo, stradale ed edifici — il CBAM obbliga chi importa acciaio, cemento, fertilizzanti e alluminio a pagare un prezzo del carbonio equivalente a quello che avrebbe sostenuto un produttore europeo. È una protezione esplicita contro il carbon leakage, cioè contro la tentazione di delocalizzare la produzione dove le regole ambientali sono più lasche. Ma in un ETS che ha smesso di funzionare come mercato, il CBAM si trasforma: diventa il vero meccanismo di fissazione del prezzo, almeno per i beni che varcano la frontiera. Mentre dentro l’Unione il costo della CO₂ è sempre più spesso l’esito di una scelta politica — oggi si invalida, domani si congela, dopodomani si rilascia — alla dogana il segnale diventa rigido, univoco, fiscale. Il paradosso produce vincitori inattesi: chi produce in Europa sa che il concorrente extra-UE pagherà comunque, anche se il mercato interno siinceppa. Si crea così una sorta di zona franca regolata per siderurgia, cemento e fertilizzanti, dove il carbonio ha un prezzo amministrato che li protegge dalla volatilità e, in fin dei conti, dal mercato stesso. Resta un dubbio: se il prezzo del carbonio lo decide Bruxelles con un atto amministrativo, chi può ancora fidarsi dei suoi obiettivi per il 2030?

    L’enigma del prezzo

    La quarta fase dell’EU ETS, in corso dal 2021, dovrebbe accompagnare l’Europa verso il target di riduzione delle emissioni stabilito dal pacchetto Fit for 55. Ma con una Commissione che si riserva il diritto di sterilizzare i meccanismi automatici di aggiustamento, il prezzo della CO₂ perde la funzione di bussola. Non dice più quanto costa davvero inquinare; dice quanto la politica è disposta a far pagare in quel momento. E questo mina la credibilità di tutto l’impianto. Lo sa bene chi opera nei settori esposti alla concorrenza internazionale e non beneficia di protezioni analoghe: per loro il costo del carbonio è già una tassa, non un segnale. Lo sanno ancor meglio i Paesi terzi che guardano all’Europa e si chiedono se valga la pena adottare meccanismi simili, quando il modello europeo mostra crepe così evidenti. La tensione tra ambizione climatica e tutela industriale ha prodotto un ibrido: un sistema che vuole ridurre le emissioni senza scontentare nessuno. Il risultato è che il segnale di prezzo diventa una variabile dipendente dalla politica, non dalla tecnologia o dall’efficienza. E senza un segnale credibile, gli investimenti nella decarbonizzazione rischiano di restare al palo. La domanda con cui Ronchi chiude il suo pezzo risuona forte: l’unica certezza è che il vero costo del carbonio lo pagheranno altri — famiglie, automobilisti, utenti del trasporto marittimo — mentre l’industria pesante si trincera dietro il CBAM e una riserva di stabilità che di stabile ha soltanto la discrezionalità con cui viene maneggiata.

    L’ETS resta un monumento all’ingegneria burocratica europea, ma forse abbiamo perso l’occasione di far pagare il carbonio per davvero.

  • L’Europa ha aperto una porta ai combustibili fossili

    L’Europa ha aperto una porta ai combustibili fossili

    Il Consiglio Ue introduce tre etichette per i fondi, inclusa una per chi investe in fossili

    Ma questo fondo è davvero verde?

    Hai presente quando apri l’app della banca, guardi il tuo fondo e leggi sigle come “SFDR Articolo 8” o “Articolo 9”? Ti dicono che è sostenibile, che è pensato per la transizione, ma tu non hai la più pallida idea di cosa significhi esattamente. Poi magari leggi qualche notizia e scopri che dentro ci sono aziende che con la sostenibilità c’entrano come il cavolo a merenda. La sensazione di essere preso in giro da sigle e dichiarazioni è più diffusa di quanto pensi, e lo sa bene anche l’Europa. L’attuale regolamento sulla trasparenza (SFDR) è in vigore da marzo 2021, ma la Commissione ha dovuto ammettere che la revisione dell’SFDR ha mostrato informative troppo lunghe e complesse. In pratica, l’SFDR è stato utilizzato in modo distorto, diventando un sistema di etichettatura de facto che ha aumentato la confusione e il rischio di greenwashing.

    Per questo motivo, Bruxelles ha deciso di fare ordine. Due giorni fa, il Consiglio dell’Unione Europea ha concordato la sua posizione negoziale su un quadro aggiornato di trasparenza per i prodotti finanziari sostenibili. L’obiettivo è chiaro: regole più semplici per distinguere il grano dal loglio. Ma la ricetta scelta dal Consiglio contiene un paradosso bello grosso: mentre da un lato si vuole combattere chi vende fumo, dall’altro si lascia la porta aperta agli investimenti nei combustibili fossili.

    La ricetta del Consiglio: tre etichette e una porta aperta

    La proposta, che sostituirà i vecchi e abusati riferimenti normativi, introduce tre nuove categorie di prodotti pensate per essere immediatamente comprensibili: sostenibili, di transizione ed ESG di base. Nella teoria è tutto molto logico: i prodotti sostenibili investono in aziende o progetti che già rispettano standard ambientali e sociali elevati; quelli di transizione finanziano chi è ancora in una fase di passaggio ma ha un percorso credibile per diventarlo; gli ESG di base sono tutto il resto che integra tematiche ambientali, sociali e di governance, ma senza eccellere.

    È sulla categoria “transizione” che si sta consumando il vero dibattito politico. Il mandato negoziale appena concordato dal Consiglio chiarisce infatti che possono rientrare in questa categoria anche le aziende attive nel settore dei combustibili fossili. C’è una condizione precisa: che queste aziende destinino almeno il 20% delle loro spese in conto capitale (CapEx) ad attività allineate alla tassonomia verde dell’UE. Inoltre, devono avere un piano chiaro e vincolato nel tempo per ridurre le emissioni di gas serra, accompagnato da requisiti di trasparenza aggiuntivi. Tradotto in parole semplici, un grande produttore di petrolio o gas che oggi investe una parte consistente dei suoi profitti in rinnovabili potrebbe tranquillamente finire nel fondo “transizione” del tuo portafoglio.

    Qui sta il cortocircuito: la nuova etichetta nasce per evitare di escludere a priori chi sta investendo miliardi per cambiare pelle, ma si rischia di mettere nello stesso contenitore sia l’azienda che costruisce turbine eoliche, sia quella che sta rendendo solo un po’ meno inquinante l’estrazione di combustibili fossili. È un compromesso politico che inietta una dose di ambiguità proprio nella categoria che dovrebbe guidare i risparmiatori verso la trasformazione dell’economia reale. Le nuove categorie sono obbligatorie per i prodotti destinati al grande pubblico, ma questo non significa che siano una garanzia assoluta di “purezza verde”.

    E adesso, tu cosa devi controllare?

    Ora che conosci le regole del gioco, vediamo come si traducono nel tuo portafoglio. La prima novità riguarda la differenza di trattamento tra l’investitore retail e quello professionale. La posizione del Consiglio prevede che i nuovi obblighi di categorizzazione siano pensati principalmente per te, il piccolo risparmiatore. Per i fondi di investimento alternativi, quelli offerti esclusivamente agli operatori professionali, il Consiglio ha invece permesso di non applicare queste disposizioni. Questo significa che, se sei un investitore non professionista, vedrai queste etichette comparire sui tuoi prodotti finanziari, e saranno uno strumento in più per orientarti.

    Il consiglio pratico, però, è di non fermarti al titolo. Se da domani vedi la parola “transizione” accanto al tuo fondo, non limitarti a pensare “ah, allora va tutto bene”. La stessa normativa parla di “piano credibile” di riduzione delle emissioni e di una soglia del 20% di CapEx in attività verdi. È una percentuale significativa, ma lontana dal 100%. Vuol dire che l’80% degli investimenti di quell’azienda può essere ancora in attività tradizionali e potenzialmente inquinanti. Quando apri la scheda informativa del fondo, controlla le società in cui investe. Verifica se i loro piani di decarbonizzazione sono dettagliati e vincolanti, oppure sono semplici promesse vaghe a lunga scadenza. Un conto è finanziare un’azienda che smantella le centrali a carbone per passare al gas e poi all’idrogeno, un conto è finanziare chi continua a cercare nuovi giacimenti limitandosi a piantare qualche albero a compensazione.

    Le etichette aiutano a non perdersi nel mare della finanza, questo è indubbio. Ma la transizione ecologica è un percorso, e come tutti i percorsi va verificato passo dopo passo. La nuova categoria darà una mano a semplificare l’offerta, ma non potrà mai sostituire la regola d’oro del buon investitore: controlla sempre in cosa sta investendo davvero il tuo fondo, oltre la categoria dichiarata.

  • Il Deposito nazionale delle scorie non ha ancora un posto

    Il Deposito nazionale delle scorie non ha ancora un posto

    La sospensione dei fondi da parte dell’Arera segna l’ennesimo capitolo di una lunga attesa

    Il 18 giugno 2026 l’Arera ha sospeso gli acconti a Sogin per le attività relative al Deposito nazionale e al Parco tecnologico. I documenti aggiornati di programmazione, richiesti dall’Autorità, non sono mai arrivati. È l’ultimo capitolo di una storia che parte da lontanissimo: il Deposito nazionale è previsto dal decreto legislativo 31 del 2010, ma a marzo 2024 — scaduto il termine per le candidature — nessun ente territoriale e nessuna struttura militare si era fatto avanti per ospitarlo. Oggi, nel 2026, il sito non esiste, e ora sono stati congelati anche i fondi. Com’è possibile che un’opera imposta per legge sedici anni fa non abbia ancora trovato un luogo dove sorgere?

    Il cronoprogramma e la realtà

    La trafila burocratica del Deposito nazionale è istruttiva. A gennaio 2021 — ormai più di cinque anni fa — Sogin pubblicò la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, la Cnapi: 67 aree in sette regioni. Da lì, secondo la norma, enti territoriali e strutture militari avrebbero dovuto candidarsi per ospitare l’impianto. La scadenza arrivò il 12 marzo 2024. Il risultato fu zero candidature. Non un comune, non una regione, non un’ex base militare.

    Un anno fa, il 25 giugno 2025, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in audizione alla Camera, provò a dare un orizzonte: autorizzazione unica nel 2029, messa in esercizio del Deposito nel 2039. Erano stime Sogin, presentate come cronoprogramma orientativo. Ma già a febbraio 2026 l’Arera segnalava che Sogin prevedeva ulteriori ritardi rispetto a quelle date. Quattro mesi dopo, la sospensione dei fondi. Il cronoprogramma ufficiale arretra ogni volta che qualcuno prova a misurarlo con la realtà. L’obbligo di legge c’è, le carte ci sono, i soldi — almeno in parte — anche. Manca solo il posto.

    Undici miliardi e nessun buco

    Ed è qui che i numeri diventano scomodi. Lo scorso febbraio, nella stessa comunicazione in cui segnalava i ritardi, l’Arera ha fotografato lo stato dei costi: le previsioni per il solo decommissioning nucleare sono più che raddoppiate rispetto alle stime dei primi anni, fino a toccare circa 11 miliardi di euro. Di questi, circa 5 miliardi sono già stati pagati — prima attraverso le bollette elettriche, poi, dal 2023, con risorse del bilancio dello Stato. Per arrivare all’obiettivo del green field, cioè il ritorno dei siti allo stato finale dopo lo smantellamento, secondo Sogin serviranno almeno altri 6 miliardi.

    Undici miliardi per smantellare le vecchie centrali. E nel frattempo le scorie a media e alta attività restano dove sono, in depositi temporanei che tali non dovrebbero più essere. Il Deposito nazionale dovrebbe servire proprio a questo: smaltimento definitivo per i rifiuti a bassa e bassissima attività, e stoccaggio temporaneo per quelli a media e alta attività, in attesa di una soluzione geologica che nessuno ha ancora cominciato a cercare. Ma il Deposito nazionale non sarà ultimato prima del 2041. Ed è, va ricordato, solo un passaggio intermedio: il vero nodo — dove mettere in via definitiva le scorie più pericolose — non è neppure all’orizzonte.

    La sospensione degli acconti decisa dall’Arera con la delibera del 18 giugno non è una punizione. È un segnale: senza un sito, senza un cronoprogramma credibile e senza documenti aggiornati, non ha senso continuare a versare denaro. Ma il paradosso è che fermare i fondi non avvicina la soluzione: la allontana soltanto. I costi continueranno a crescere, le scorie resteranno dove sono, e il conto finale — già raddoppiato — rischia di lievitare ancora.

    L’attesa infinita

    Il guaio vero è che l’Italia non ha ancora risolto il problema più concreto lasciato dalla vecchia stagione nucleare: dove mettere le scorie radioattive. Un problema che esiste a prescindere dal dibattito sul nuovo nucleare e che si riproporrebbe, identico, in qualsiasi ipotetico futuro atomico. Lo smantellamento delle quattro centrali dismesse dopo i referendum del 1987 e del 2011 è già in corso, e costa miliardi. Ma senza un Deposito nazionale, il decommissioning non può chiudersi davvero. Il decreto legislativo 31 del 2010 aveva disegnato un percorso lineare: Sogin individua il sito, lo realizza, lo gestisce. Sedici anni dopo, quel percorso non è mai partito.

    E mentre le scadenze slittano e i costi lievitano, la domanda si fa più scomoda: se il Deposito nazionale non si farà mai, chi si prenderà carico dei rifiuti radioattivi? Per ora, la risposta è implicita: i depositi temporanei nei siti delle vecchie centrali, prolungati ben oltre la loro vita utile prevista. Una non-soluzione che scarica il rischio sulle generazioni future,
    senza che nessuno abbia mai davvero accettato di farsene carico.

    La sospensione dei fondi è solo l’ultimo segnale di un fallimento sistemico. Senza un sito, il Deposito nazionale rischia di restare un miraggio. La domanda non è più quando, ma se.

  • Nove gigawatt. Tanto chiede Stratos, il mega data center che ha appena spento la carriera di un presidente del Senato

    Nove gigawatt. Tanto chiede Stratos, il mega data center che ha appena spento la carriera di un presidente del Senato

    Il progetto da 9 gigawatt ha innescato una reazione a catena tra comunità, politica e risorse locali

    Nove gigawatt. Una potenza che lo Utah, oggi, non saprebbe dove mettere: l’intero stato consuma poco meno del doppio. Eppure il progetto Stratos, un campus per l’intelligenza artificiale grande il doppio di Manhattan, ha ottenuto lo scorso 5 maggio l’approvazione del progetto Stratos dai commissari della contea di Box Elder, nel nord dello Utah. Ieri, 25 giugno 2026, il presidente del Senato statale J. Stuart Adams, il politico che più di ogni altro ha spinto per quell’ok, è stato battuto alle primarie repubblicane. Al suo posto arriva Stephanie Hollist, ex avvocato universitario. Non è uno scossone qualunque nella politica locale: è la sconfitta di J. Stuart Adams, il politico che più di ogni altro ha spinto per quell’ok, a certificare che quando la fisica irrompe nel processo decisionale, i conti si fanno con le comunità.

    La scala del progetto: quando i numeri riscrivono le regole

    Stratos non è un data center: è un’anomalia di scala che forza i limiti dell’infrastruttura regionale. I 9 gigawatt di potenza una volta completato — metà del fabbisogno elettrico dell’intero Utah — lo collocano in una categoria che fino a ieri non esisteva. Per dare un’idea: il campus Millville Energy & Data Center, bloccato lo scorso 24 maggio nel New Jersey, arrivava a 1,4 GW. Stratos è quasi sette volte più grande. La superficie del campus, 40.000 acri nella valle alto-desertica della contea di Box Elder, è il doppio di Manhattan. E l’impatto sulle emissioni non è incrementale: il progetto spingerebbe l’impronta di carbonio dello Utah verso l’alto del 64%, una cifra che ribalta qualsiasi traiettoria di decarbonizzazione regionale.

    Questi numeri non sono astratti. Sono il motivo per cui la scorsa settimana, quando gli elettori sono entrati in cabina, la geografia politica dello Utah ha cominciato a incrinarsi lungo una faglia che non corre tra destra e sinistra ma tra chi i data center li vuole a casa propria e chi no. La racconta bene il dato sugli americani e l’intelligenza artificiale: lo scorso aprile, un sondaggio della Quinnipiac University ha rivelato che il 70% degli americani crede che l’IA ridurrà i posti di lavoro. Non c’è bisogno di cercare le divisioni ideologiche: Steve Bannon e Bernie Sanders possono finire per dire la stessa cosa sull’opposizione all’IA quando la fame di calcolo dell’IA tocca l’acqua e la bolletta di chi abita a pochi chilometri dalle server farm. Ma questi numeri astratti diventano concreti quando si traducono in fisica locale.

    Fisica del data center: l’isola di calore che nessuno vuole

    Qui il problema non è solo l’anidride carbonica. È il calore sensibile. Il professor Robert Davies, fisico alla Utah State University, ha messo in fila la termodinamica del progetto e ha stimato che Stratos potrebbe generare abbastanza calore residuo da far schizzare le temperature notturne fino a 28 gradi Fahrenheit (circa 15,5 °C) nella valle desertica che lo ospita. Non è un errore di virgola: è un’isola di calore talmente potente da invertire il raffreddamento notturno in un’area già fragile. L’aumento delle temperature notturne non è un effetto collaterale qualunque per un data center costruito a 1.300 metri di altitudine, in un bacino idrografico — quello del Grande Lago Salato — già sottoposto a uno stress idrico cronico.

    Stratos è pensato per dissipare calore, ma per farlo consuma acqua — tanta — e ne disperde grandi quantità in atmosfera attraverso torri evaporative. In un sistema accoppiato come il bacino del Grande Lago Salato, ogni chilowattora di calcolo sottrae risorse a un equilibrio già al limite. È un paradosso tecnico: l’infrastruttura digitale si presenta come eterea, ma quando tocca terra con questa taglia, la sua firma è tutta fisica. Ed è proprio questa fisica a far scattare la reazione.

    La reazione a catena: divieti, sconfitte e nuove alleanze

    I segnali non sono isolati. Il 24 maggio scorso, la commissione municipale di Millville, nel sud del New Jersey, ha votato il divieto totale di costruire data center in città, fermando di fatto un campus da 1,4 gigawatt. A Memphis, in Tennessee, lo scorso marzo si è consumata un’altra battaglia: xAI ha comprato oltre 25 milioni di galloni d’acqua dalla municipalizzata locale per il data center Colossus 1, un acquisto di acqua che ha fatto scattare l’allarme tra i difensori della falda. Il messaggio è trasversale: negli Stati Uniti, l’espansione dei data center sta generando una reazione bipartisan, perché a unire comunità democratiche e repubblicane ci pensano le bollette energetiche che salgono e le risorse idriche che si assottigliano.

    La sconfitta di Adams si inserisce in questo quadro. Non era un avversario qualunque: era il presidente del Senato, il legislatore più potente dello Utah, l’uomo che aveva spinto per l’approvazione di Stratos dentro la cornice del Military Installation Development Authority (MIDA), l’agenzia statale che può aggirare le normali procedure urbanistiche. È stato battuto da una candidata che ha fatto della sobrietà il suo marchio. E la cronologia è tutta politica: approvazione del progetto lunedì 4 maggio; divieto di Millville il 24 maggio; sconfitta di Adams il 25 giugno. In meno di otto settimane, la geografia dell’accettabilità sociale per l’infrastruttura digitale si è spostata di diversi gradi. La domanda ora è: quanto potrà espandersi l’infrastruttura digitale prima che l’opposizione diventi strutturale?

    Stratos non è solo un data center. È il test di resistenza tra la fame di calcolo dell’IA e i limiti fisici e sociali delle comunità che la ospitano. I 9 gigawatt servono per allenare modelli che non vediamo, ma il calore che generano lo sentono tutti. E i voti di ieri dicono che qualcuno ha già cominciato a sentirlo eccome.

  • La paura nell’IA ha un prezzo

    La paura nell’IA ha un prezzo

    DeepSeek raccoglie 7,4 miliardi dopo aver visto le capacità del modello americano

    7,4 miliardi di dollari. È la raccolta record di DeepSeek, scattata dopo aver osservato Mythos in azione. Un numero che racconta più di qualsiasi comunicato stampa: nella corsa all’intelligenza artificiale, la paura si misura in investimenti. Se un modello sviluppato da Anthropic è bastato a far muovere miliardi a Pechino, vuol dire che il terreno sotto i piedi dei grandi laboratori sta cambiando più in fretta di quanto i bilanci riescano a registrare.

    La reazione cinese: un mercato che non aspetta

    Non si tratta di una scommessa qualunque. Quando DeepSeek ha visto cosa Mythos era in grado di fare, ha messo sul piatto un aumento di capitale di dimensioni che la società non aveva mai raggiunto prima. Il dato non arriva da indiscrezioni di corridoio: The Information ha ricostruito la sequenza che ha portato alla raccolta, collocando la decisione proprio a ridosso della dimostrazione del modello americano. Sette virgola quattro miliardi raccolti in un contesto in cui i tassi restano alti e il capitale di rischio è diventato selettivo: un segnale che gli investitori cinesi non hanno voluto ignorare.

    E non è solo DeepSeek. La scorsa settimana, la società cinese 360 ha annunciato di aver sviluppato capacità paragonabili a Mythos. L’affermazione va presa con cautela: dichiarare di eguagliare un modello non equivale a dimostrarlo in benchmark indipendenti, e 360 non ha una storia paragonabile a quella dei laboratori occidentali più consolidati. Ma il tempismo è tutto. La rivendicazione è arrivata mentre la disputa tra Anthropic e la Casa Bianca entrava nella sua fase più aspra, creando un vuoto che i concorrenti cinesi hanno interpretato come un’opportunità.

    L’enigma di Washington: perché gli Stati Uniti si privano di Mythos

    Qui sta il paradosso. Mentre la Cina accelera, gli Stati Uniti si stanno privando da soli di uno strumento che si è già dimostrato efficace. La NSA ha perso l’accesso a Mythos nei giorni scorsi, in piena escalation della disputa. E non si tratta di un ritiro qualunque: fonti governative hanno confermato che il modello aveva già individuato vulnerabilità nei sistemi classificati statunitensi. Il paradosso è doppio: l’intelligence perde uno strumento operativo proprio mentre Pechino investe per colmare il divario.

    L’escalation della disputa tra Anthropic e la Casa Bianca non accenna a raffreddarsi. Secondo quanto ricostruito da The Verge, lo stallo rischia di generare conseguenze molto gravi per l’intera industria statunitense dell’intelligenza artificiale. Non è un’esagerazione: se il governo federale smette di essere un partner credibile per i laboratori più avanzati, il finanziamento della ricerca di frontiera si sposta altrove. E “altrove”, in questo momento, significa in gran parte Asia.

    Il meccanismo è noto a chi segue i mercati dell’energia, dove i prezzi non riflettono solo la domanda attuale ma l’aspettativa di scarsità futura. Qui la dinamica è simile: il valore di Mythos non sta solo in ciò che fa oggi, ma nella percezione di ciò che potrebbe fare domani. Toglierlo dal tavolo non annulla quel valore, lo trasferisce a qualcun altro.

    Il futuro in bilico: Bruxelles osserva, Pechino agisce

    Ieri l’Unione Europea ha tenuto colloqui con la Casa Bianca, subito dopo il taglio dell’accesso a Mythos. Bruxelles non ha il potere di influenzare una disputa interna all’amministrazione americana, ma ha tutto l’interesse a capire se il blocco è temporaneo o strutturale. Dalla risposta dipendono decisioni di investimento, regolamentazione e collaborazione scientifica che impatteranno i prossimi cinque anni.

    Le implicazioni globali si intrecciano. La mossa di 360 va letta in controluce rispetto alla raccolta di DeepSeek: se un laboratorio cinese riesce a convincere il mercato di aver colmato il divario, il flusso di capitali seguirà. Non è questione di capacità tecnica effettiva, ma di percezione degli investitori. E la percezione, in una fase in cui il modello americano più avanzato è bloccato da una disputa interna, premia chi mostra di avere una tabella di marcia.

    Per l’industria statunitense, il rischio non è perdere un singolo contratto governativo. Il rischio è che l’intero ecosistema dei laboratori di frontiera venga percepito come fragile, soggetto a stop improvvisi, poco affidabile per partnership di lungo periodo. In un settore dove i cicli di sviluppo sono lunghi e i costi di addestramento si misurano in centinaia di milioni, la stabilità è un asset. Senza stabilità, il capitale cerca rendimenti altrove.

    Il prossimo numero da tenere d’occhio non sono i 7,4 miliardi già raccolti da DeepSeek, ma la cifra che 360 potrebbe attrarre se la paura che ha mosso i primi investitori contagerà nuovi fondi. In un mercato che prezza l’aspettativa più del presente, una dichiarazione di parità tecnologica può valere più di un bilancio certificato.

    La paura alimenta gli investimenti, ma la vera incognita è se gli Stati Uniti riusciranno a risolvere la disputa interna prima che il vantaggio di Mythos venga annacquato dalla concorrenza globale. Ogni giorno di stallo è un giorno in cui il capitale si sposta, i laboratori concorrenti assumono e i benchmark vengono riscritti. Non serve un vincitore dichiarato: basta che qualcuno convinca il mercato di poterlo diventare.

  • Nella Louisiana dei miliardi hanno firmato 50 NDA

    Nella Louisiana dei miliardi hanno firmato 50 NDA

    In Louisiana 50 funzionari hanno firmato accordi di riservatezza dopo l’arrivo del nuovo governatore

    Cinque anni fa, in Louisiana, un funzionario eletto poteva discutere pubblicamente di uno stabilimento industriale in arrivo, di un nuovo data center, di un progetto da centinaia di milioni di dollari senza timori legali. Poi qualcosa è cambiato. Da quando il governatore repubblicano Jeff Landry è entrato in carica, «almeno 50 funzionari pubblici hanno firmato un NDA» con Louisiana Economic Development, l’agenzia statale per lo sviluppo economico: lo ha documentato un’inchiesta della radio pubblica WWNO lo scorso marzo. Negli ultimi quattro anni dell’amministrazione precedente, guidata dal democratico John Bel Edwards, non era mai successo. «Nemmeno un singolo funzionario eletto», scriveva WWNO. Il dato è sorprendente per la sua nettezza: due governatori, due filosofie opposte sulla trasparenza. E solleva una domanda inevitabile: cosa è successo, in Louisiana, da rendere necessaria una tale coltre di silenzio?

    Un’esplosione di miliardi, e di clausole di segretezza

    La risposta, almeno in parte, sta nei numeri che lo stesso entourage di Landry sventola con orgoglio. In due anni e mezzo, stando ai dati diffusi dall’amministrazione, la Louisiana ha assicurato complessivamente 90 miliardi di dollari in investimenti di capitale e quasi 80.000 nuove opportunità di lavoro. Il 2025, in particolare, ha segnato un’accelerazione senza precedenti: più di 61 miliardi di dollari in nuovi investimenti e 9.500 posti di lavoro diretti annunciati, il più grande anno di investimenti di capitale nella storia dello Stato, come riportato sul sito di Louisiana Economic Development. Cifre che, prese da sole, raccontano un miracolo economico. Il problema, come sempre, è capire cosa quelle cifre non raccontano – e a quale prezzo.

    I 50 NDA firmati da consiglieri comunali, presidenti di parrocchia, rappresentanti statali non sono un dettaglio procedurale. Sono il sintomo di una trattativa che si è spostata fuori dalla vista pubblica. Un conto è la riservatezza commerciale durante la fase di negoziazione, pratica comune ovunque; un altro è mettere la museruola a chi dovrebbe rappresentare i cittadini che quelle fabbriche e quei data center se li troveranno nel cortile di casa. Il contrasto con l’era Edwards è istruttivo: prima del 2024 la trasparenza era la regola; oggi la regola è il silenzio, rotto soltanto quando l’accordo è già chiuso e non c’è più margine per discuterne i termini.

    Il lato invisibile dei data center: elettricità, acqua e rumore

    Dietro la retorica dei miliardi, c’è un capitolo meno scintillante che riguarda la natura stessa di molti degli investimenti annunciati. La Louisiana sta diventando una destinazione privilegiata per i data center, quelle enormi strutture simili a capannoni che alimentano cloud computing, intelligenza artificiale e servizi di streaming. E i data center, ha osservato WWNO, sono «famosi per il loro appetito di elettricità e acqua, e per portare rumore, inquinamento e impatti da costruzione pesante nei quartieri dove vengono costruiti». Ogni volta che si annuncia un campus da miliardi di dollari, si annuncia anche un carico aggiuntivo su una rete elettrica che dovrà reggerlo, su falde acquifere che dovranno raffreddarlo, su comunità che dovranno convivere con cantieri e rumore di fondo per anni.

    Non tutte le aziende affrontano il problema allo stesso modo. Amazon, che lo scorso anno ha annunciato un investimento da 12 miliardi di dollari per nuovi campus in Louisiana, ha scelto una strada che lo stesso Sierra Club considera un punto di riferimento: ha lavorato con la utility locale, Southwestern Electric Power Company, «per garantire di pagare il 100% dei costi associati al nostro nuovo campus di data center in Louisiana». Lo ha dichiarato l’azienda stessa in una nota ufficiale, precisando che l’accordo «include la copertura di tutte le spese per le nuove infrastrutture energetiche e gli aggiornamenti necessari per servire i data center, il che rafforza anche l’affidabilità complessiva della rete per tutti i clienti SWEPCO». Tradotto: Amazon paga per intero il conto delle infrastrutture che servono a sé stessa, e nel farlo rende la rete più stabile anche per gli altri. Un modello che ha una sua logica elementare: chi consuma di più, contribuisce di più.

    Ma la domanda politica è: quanti altri colossi tecnologici seguiranno volontariamente questa strada? L’accordo Amazon-SWEPCO è un’eccezione virtuosa, non la regola. Meta, per esempio, ha già annunciato un proprio data center in Louisiana, e secondo quanto trapela non sta applicando lo stesso principio del pagamento integrale dei costi. Il governatore Landry ha fatto dichiarazioni generiche sul «finanziamento completo» dell’espansione della rete, ma senza tradurle in obblighi vincolanti. E qui si torna al nodo degli NDA: se gli accordi vengono negoziati in segreto, come fa un consigliere di parrocchia a sapere se la multinazionale di turno sta pagando la sua parte fino all’ultimo dollaro, o se il conto – in tutto o in parte – verrà girato ai contribuenti e agli utenti della rete?

    La provocazione del Sierra Club: regole, non buone intenzioni

    È su questo crinale che si inserisce la richiesta del Sierra Club, formalizzata in una nota ripresa ieri da CleanTechnica. L’associazione ambientalista non si limita a chiedere più trasparenza: pone due condizioni precise per qualsiasi nuovo data center. La prima è che siano obbligati a pagare il 100% dei costi infrastrutturali, senza eccezioni e senza accordi al ribasso. La seconda è che vengano alimentati in misura significativa da energia eolica e solare, «per evitare costi elevati del carburante, spreco di acqua da fonti fossili e inquinamento ambientale».

    Non si tratta di una posizione negoziabile: è una linea rossa. La logica del Sierra Club è che se lo Stato non impone questi standard per legge, ogni accordo resta in balia della buona volontà delle singole aziende. E l’esempio di Amazon dimostra che alcune aziende possono fare la cosa giusta; quello di Meta suggerisce che altre potrebbero non farla. La domanda che resta aperta, al momento senza risposta, è se la Louisiana di Landry sceglierà di codificare questi paletti in regole permanenti, oppure se continuerà a trattare al buio, sperando che tutti i protagonisti siano buoni come il migliore della classe.

    Nei prossimi mesi andranno osservati con attenzione i contratti di fornitura e le concessioni che accompagneranno i nuovi annunci di investimento. Se l’obbligo di copertura integrale dei costi energetici non diventerà uno standard vincolante, il rischio concreto è che la bolletta – quella energetica e quella ambientale – resti nascosta insieme agli NDA. E i 90 miliardi di dollari sbandierati come un successo rischiano di raccontare soltanto metà della storia.

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