Il ripristino delle terre aride genera un ritorno economico fino a 30 volte l’investimento iniziale
Immagina di essere un agricoltore nel Rajasthan, India, dove la colonnina di mercurio tocca i 50 gradi e l’acqua è un lusso. Eppure, qualcuno ha trovato il modo di coltivare lo stesso e di guadagnarci il doppio. A rendere possibile questa piccola svolta sono serre a basso costo che tagliano il consumo idrico del 90% e proteggono le piante dal caldo estremo.
La serra che salva il raccolto (e il portafoglio)
Le serre di cui parliamo non sono complesse strutture high-tech: sono tunnel coperti da teli che riparano le colture dal sole implacabile e riducono l’evaporazione. Il risultato? Meno acqua, meno perdite e raccolti che resistono anche quando fuori si superano i 45 gradi. Kaushik Kappagantulu, fondatore dell’azienda indiana Kheyti, racconta che gli agricoltori che le adottano hanno visto raddoppiare i propri redditi, con un uso di acqua inferiore del 90% e una riduzione del 60% delle perdite di raccolto. Per una famiglia che fino a ieri dipendeva da un monsone sempre più irregolare, significa mandare i figli a scuola e mettere da parte qualche risparmio.
Quella serra non è un caso isolato. È la prova che anche in uno degli ambienti più ostili del pianeta si può produrre cibo e generare reddito. Ma cosa succede quando questa logica si applica su larga scala?
Terre aride, un tesoro da 30 dollari per ogni dollaro speso
Le terre aride coprono il 41% della superficie terrestre e sostengono un terzo dell’umanità: forniscono quasi la metà del cibo mondiale. Spesso le immaginiamo come luoghi di povertà e carestia, ma i numeri dicono altro. Investire nel loro ripristino non è un atto di beneficenza, è un affare con un ritorno misurabile. «Per ogni dollaro investito nelle terre aride, il ritorno è 30 volte tanto» – ha spiegato di recente la dottoressa Éliane Ubalijoro, CEO della Landscape Alliance. Un moltiplicatore che mette d’accordo ambientalisti e investitori.
Non è una stima isolata. Già nel 2021 UNEP e FAO avevano calcolato che ogni dollaro investito nel ripristino genera fino a 30 dollari di benefici economici, tra aumento della produttività agricola, minori costi sanitari legati alle polveri sottili e riduzione dei danni da eventi climatici estremi. E se la cifra vi sembra astratta, pensate a un agricoltore del Sahel che grazie a tecniche di rigenerazione del suolo riesce a produrre più miglio, o a una città come Nuova Delhi che respira meglio perché si è fermata l’avanzata della sabbia.
Per dare una spinta concreta a questo approccio, alla fine del 2025 l’Unione Europea e CIFOR-ICRAF hanno lanciato Thrivelands, un programma da 20 milioni di euro pensato per accelerare la gestione sostenibile delle terre aride in tutto il mondo. L’iniziativa punta a replicare le esperienze di successo proprio come quelle del Rajasthan, dimostrando che i soldi pubblici possono attrarre anche capitali privati. La domanda, a questo punto, è: chi sta già cogliendo questa opportunità?
Dal deserto al reddito: cosa possono fare imprese e cittadini
L’Egitto è la prova vivente di questa trasformazione. Con il deserto che ricopre il 96% del territorio, il paese ha un disperato bisogno di terreno fertile. L’impresa sociale Sekem utilizza tecniche di agricoltura biodinamica per rinverdire il suolo e ha già raggiunto 40.000 agricoltori, offrendo loro un reddito stabile attraverso pagamenti per servizi ambientali (come il sequestro di carbonio). Nel frattempo il progetto Economy of Love, sempre legato a Sekem, si era posto l’obiettivo di coinvolgere altri 40.000 piccoli agricoltori entro il 2025, allargando ulteriormente l’impatto.
Queste esperienze non riguardano solo chi vive ai margini del deserto. Per un cittadino europeo, scegliere prodotti che arrivano da filiere rigenerative – come quelli di Sekem o di altre aziende certificate – significa sostenere un modello economico che restituisce 30 dollari per ogni dollaro investito. Non serve essere un agricoltore del Rajasthan: ogni acquisto diventa una leva. Per le imprese, invece, investire in progetti di ripristino delle terre aride non è filantropia, ma un’opportunità concreta: i fondi che oggi puntano sulla rigenerazione del suolo possono offrire rendimenti interessanti, riducendo al contempo l’esposizione ai rischi climatici che minacciano le catene di approvvigionamento. E se i numeri di UNEP, FAO e Landscape Alliance sono corretti, il margine è talmente ampio da rendere l’operazione vantaggiosa anche considerando i costi di transizione.
La serra in Rajasthan, il suolo che torna verde in Egitto e i 20 milioni di Thrivelands sono tutti tasselli di un’unica idea: riparare le terre aride conviene. La scelta, ora, è nelle nostre mani. Ogni euro speso in prodotti o investimenti che rigenerano il suolo non va perso: torna indietro moltiplicato.




