Il programma indiano ha già convertito 1,8 milioni di agricoltori all’agricoltura naturale

Lo scorso 2 giugno, a Båstad, in Svezia, è stato assegnato il più grande premio ambientale del mondo. Il nome del vincitore non dice forse molto al pubblico italiano, ma i numeri che lo accompagnano sì. L’Andhra Pradesh Community Managed Natural Farming (APCNF) si è aggiudicato il Food Planet Prize 2026, un riconoscimento da 1,5 milioni di dollari che certifica uno dei più ambiziosi esperimenti di transizione agroecologica mai tentati. I numeri sono questi: 1,8 milioni di agricoltori coinvolti, una rete di oltre 10.000 formatori e 340.000 gruppi di auto-aiuto femminili che guidano l’intero programma. Dietro la cifra tonda del premio, c’è un’architettura sociale che ha ribaltato la tradizione agricola dell’India meridionale e che ora punta a un obiettivo ancora più grande.

Numeri da capogiro

Il premio, istituito nel 2019 da Curt Bergfors, fondatore della catena svedese MAX Burgers, era conteso tra quattro finalisti. Ognuno di loro ha ricevuto 150.000 dollari, ma la giuria ha scelto il programma indiano per la scala e la profondità del cambiamento prodotto. APCNF è stato lanciato nel 2016 dal governo dell’Andhra Pradesh attraverso l’ente pubblico Rythu Sadhikara Samstha (RySS). In dieci anni, è diventato il più grande processo di conversione all’agricoltura naturale mai documentato. Non si tratta di una sperimentazione pilota: 1,8 milioni di agricoltori hanno già aderito alla transizione, abbandonando i fertilizzanti chimici per pratiche rigenerative che escludono input di sintesi. Il dato va letto in prospettiva: nel 2016 si partiva da zero. Il tasso di adozione annuale, sebbene non dichiarato ufficialmente, è stato sufficiente a convincere la Curt Bergfors Foundation che il modello può essere replicato.

Ma cosa spiega una crescita simile? La risposta non sta soltanto nella bontà agronomica delle tecniche proposte — copertura permanente del suolo, preparati naturali, rotazioni — ma nella struttura organizzativa che le sostiene. APCNF non è un programma calato dall’alto: funziona attraverso una rete orizzontale di collettivi femminili e agricoltori formatori che si moltiplicano sul territorio.

L’architettura di genere

La vera anomalia del modello andhrite è il suo baricentro di genere. Oltre il 60% dei master farmer della rete sono donne, un rovesciamento rispetto alla tradizione indiana — e non solo — che vede gli uomini come titolari delle decisioni agricole. Questo dato, riportato da Food Tank, si incastra con la spina dorsale del programma: 340.000 gruppi di auto-aiuto femminili che fungono da unità operative, nodi di una rete che combina microcredito, formazione e pressione sociale verso la conversione. La decisione di non passare attraverso i canali tradizionali dell’estensione agraria — quelli governativi, per intenderci — ma di affidare la trasmissione delle pratiche a una rete di oltre 10.000 agricoltori formatori, in maggioranza donne, ha prodotto un effetto leva difficile da replicare con modelli convenzionali. Il contadino impara dal contadino, e la legittimazione non arriva da un tecnico esterno ma da chi ha già fatto il salto, spesso rischiando in prima persona.

Il meccanismo merita attenzione perché aggira uno dei colli di bottiglia classici dei programmi di agricoltura sostenibile: la sfiducia verso il consulente estraneo. Qui il formatore è un pari, spesso una donna che gestisce un piccolo appezzamento e che ha già sperimentato la transizione. La sua testimonianza pesa più di qualsiasi manuale. E il fatto che il 60% dei formatori siano donne non è un dettaglio decorativo: è l’ingranaggio che ha permesso di scalare il programma a una velocità improbabile per un’iniziativa governativa. Resta da capire se questa struttura reggerà sotto il peso di un obiettivo che triplica la platea attuale.

Obiettivo 2035: il traguardo dei 6 milioni

Il premio svedese non è un punto d’arrivo. L’APCNF ha dichiarato l’intenzione di convertire sei milioni di agricoltori all’agricoltura naturale rigenerativa entro il 2035, organizzandoli attraverso 845.000 gruppi di auto-aiuto femminili e coprendo cinque milioni di ettari. La distanza tra lo stato attuale — 1,8 milioni di agricoltori — e il target fissato è ancora notevole: significa più che triplicare i numeri in nove anni, mantenendo costante o aumentando il tasso di adesione. Non è un obiettivo campato in aria, ma richiederà di risolvere alcuni nodi che la fase iniziale ha potuto eludere. Il primo è la tenuta economica delle aziende durante la transizione: i primi anni senza chimica comportano quasi sempre un calo delle rese, e i meccanismi di compensazione — se esistono — non sono stati dettagliati. Il secondo è la replicabilità del modello al di fuori del contesto andhrite, dove la densità dei gruppi di auto-aiuto è eccezionale e difficile da esportare in stati con tessuto sociale diverso.

I 1,5 milioni di dollari del Food Planet Prize sono una cifra modesta se confrontata con la scala dell’operazione: servono più da sigillo reputazionale che da leva finanziaria. Il vero banco di prova sarà la curva di adozione dei prossimi tre anni. Se il trend regge, l’Andhra Pradesh diventerà di fatto il più grande esperimento di agroecologia al mondo, con implicazioni che vanno ben oltre i confini dell’India meridionale. Da tenere d’occhio è proprio il ritmo annuale di nuove conversioni: finora i numeri aggregati sono impressionanti, ma il dettaglio anno su anno dirà se l’inerzia del programma è sufficiente a raggiungere i sei milioni. In quel caso, il premio svedese sarà ricordato solo come un dettaglio in una storia cominciata molto prima e destinata a durare molto più a lungo.