Author: Elena Marchetti

  • Catlin ha dato un voto basso alla batteria del futuro

    Catlin ha dato un voto basso alla batteria del futuro

    La scala di maturità di CATL valuta la tecnologia al livello 4 su 9, lontana dalla produzione di massa

    Mentre SAIC infilava oltre 100.000 esemplari della sua MG4 con batteria semi-solida sulle strade cinesi in otto mesi, CATL — il più grande produttore mondiale di batterie — ha messo un voto alla tecnologia completamente allo stato solido: 4 su una scala da 1 a 9. Lo ha fatto lunedì scorso, durante un evento aziendale, stando a quanto riportato da Electrek. Due mondi che corrono a velocità molto diverse.

    Semi-solido già in strada, solido ancora in laboratorio

    Il paradosso è servito. Da un lato c’è una berlina elettrica che esiste, si vende e ha superato le sei cifre di unità prodotte in meno di un anno. Dall’altro c’è il verdetto di CATL, che delle batterie le fa e le vende a mezza industria automobilistica mondiale: la tecnologia allo stato solido ha raggiunto solo il livello 4 su 9 di maturità. Niente male, se si pensa che fino a pochi anni fa si parlava di prototipi da laboratorio. Ma neppure lontanamente sufficiente per dichiarare che la partita è chiusa.

    Il livello 4, nella scala usata dall’azienda di Ningde, significa che i problemi fondamentali della chimica sono stati inquadrati, qualche dimostratore funziona, ma la strada verso una produzione affidabile e a costi sostenibili è ancora lunga. E non è un dettaglio da poco: la stessa CATL ha dichiarato che solo al livello 7 o 8 si può parlare di una tecnologia pronta per il mercato di massa. Siamo a metà del guado.

    Il caso della MG4 di SAIC è lì a ricordarcelo. La batteria semi-solida che monta — un compromesso tra l’elettrolita liquido delle celle tradizionali e quello solido pieno — ha il pregio di esistere davvero e di essere già stata montata su volumi da produzione di serie. Non è un esercizio da salone dell’auto. È una macchina che si compra. Ma perché allora il gigante cinese delle batterie è così cauto?

    CATL prende tempo: produzione dal 2027, solo 5 GWh

    La risposta sta nel pragmatico percorso a tappe che CATL ha tracciato. L’azienda sta lavorando per avviare una produzione su piccola scala di batterie completamente allo stato solido entro il 2027. Numeri alla mano, significa una capacità pianificata di appena 5 GWh. Per capirci: è meno dell’1% della produzione totale di CATL, che nel 2025 ha sfiorato i 600 GWh. È una quantità sufficiente per poche decine di migliaia di auto, forse per una flotta sperimentale, non certo per rifornire un costruttore generalista.

    L’azienda ha anche già avviato la produzione pilota di celle con una densità energetica di 500 Wh/kg, circa il doppio dei migliori pacchi con elettrolita liquido oggi in commercio. Un balzo notevole, che proietterebbe l’autonomia dei veicoli elettrici ben oltre gli attuali standard. Ma tra il campione che funziona in laboratorio e la cella che resiste a centinaia di cicli di carica senza degradarsi, che non si rompe con le vibrazioni, che non costa un occhio della testa — beh, ce ne corre. Wu Kai, capo scienziato di CATL, ha già spiegato in passato che l’obiettivo è arrivare a un livello di maturità compreso tra 7 e 8 proprio entro il 2027. Da qui a giugno 2026, la valutazione è ancora ferma a 4.

    E mentre CATL avanza con la cautela di chi sa che ogni passo falso in questa partita si paga in miliardi di yuan, i rivali Toyota e BYD hanno annunciato date ancora più aggressive. Reggeranno?

    Toyota e BYD promettono, ma i numeri raccontano un’altra storia

    La cautela di CATL stride con l’ottimismo dei giapponesi e del connazionale BYD. Già nel giugno 2023, Toyota aveva annunciato un miglioramento del 20% nell’autonomia di guida per le batterie a stato solido, puntando alla produzione di massa tra il 2027 e il 2028. Un annuncio che all’epoca aveva fatto molto rumore, perché Toyota veniva da anni di scetticismo sull’elettrico puro e sembrava voler dimostrare di avere in mano la tecnologia del salto generazionale. Tre anni dopo, però, il cronoprogramma non è cambiato: la produzione di massa è ancora una promessa collocata in una finestra lunga due anni, senza volumi precisi, senza costi dichiarati.

    BYD, dal canto suo, ha confermato a febbraio 2025 che prevede di introdurre le prime auto elettriche con batterie allo stato solido nel 2027. Ma anche qui bisogna leggere il comunicato fino in fondo: BYD prevede di avviare la produzione di massa solo intorno al 2030. Tre anni dopo il debutto, dunque. E anche in questo caso, nessun dettaglio su quanti veicoli saranno effettivamente prodotti nella fase iniziale.

    La differenza tra annunciare una data e riempire una fabbrica è il tema centrale di tutta questa vicenda. Basta guardare cosa è successo a Nio: nell’aprile 2024 aveva avviato la produzione in serie di batterie semi-solide da 150 kWh con il partner WeLion. Un’annuncio celebrato come l’inizio di una nuova era. Dopo poche centinaia di unità, i pacchi sono stati ritirati: domanda debole e costi ancora troppo alti. Un campanello d’allarme per chi pensa che la strada dall’annuncio alla diffusione di massa sia breve o lineare.

    La vera partita, allora, non si gioca sulla data di lancio ma sui volumi e sul costo al chilowattora. Chi saprà produrre batterie semi-solide — non necessariamente quelle completamente solide — a un prezzo accettabile per il mercato di massa, avrà un vantaggio competitivo enorme. Il dominio commerciale della MG4 di SAIC, con le sue 100.000 unità in otto mesi, segnala che il ponte tecnologico delle semi-solide esiste già, è percorribile e può scalare. Ma il costo rimane la variabile nascosta: nessuno dei produttori coinvolti ha ancora comunicato un prezzo al kWh che sia davvero competitivo con le celle tradizionali.

    La rivoluzione allo stato solido non è dietro l’angolo, insomma. E forse non serve neppure aspettarla per vedere una transizione significativa. Il numero da tenere d’occhio non è l’autonomia promessa dai prototipi da laboratorio, ma il costo al kWh delle batterie semi-solide che già oggi escono dalle fabbriche. Se scenderà sotto i 100 dollari — la soglia psicologica che rende un’auto elettrica competitiva con una a combustione anche senza incentivi — allora la transizione sarà già partita, senza bisogno di batterie miracolose.

  • La paura nell’IA ha un prezzo

    La paura nell’IA ha un prezzo

    DeepSeek raccoglie 7,4 miliardi dopo aver visto le capacità del modello americano

    7,4 miliardi di dollari. È la raccolta record di DeepSeek, scattata dopo aver osservato Mythos in azione. Un numero che racconta più di qualsiasi comunicato stampa: nella corsa all’intelligenza artificiale, la paura si misura in investimenti. Se un modello sviluppato da Anthropic è bastato a far muovere miliardi a Pechino, vuol dire che il terreno sotto i piedi dei grandi laboratori sta cambiando più in fretta di quanto i bilanci riescano a registrare.

    La reazione cinese: un mercato che non aspetta

    Non si tratta di una scommessa qualunque. Quando DeepSeek ha visto cosa Mythos era in grado di fare, ha messo sul piatto un aumento di capitale di dimensioni che la società non aveva mai raggiunto prima. Il dato non arriva da indiscrezioni di corridoio: The Information ha ricostruito la sequenza che ha portato alla raccolta, collocando la decisione proprio a ridosso della dimostrazione del modello americano. Sette virgola quattro miliardi raccolti in un contesto in cui i tassi restano alti e il capitale di rischio è diventato selettivo: un segnale che gli investitori cinesi non hanno voluto ignorare.

    E non è solo DeepSeek. La scorsa settimana, la società cinese 360 ha annunciato di aver sviluppato capacità paragonabili a Mythos. L’affermazione va presa con cautela: dichiarare di eguagliare un modello non equivale a dimostrarlo in benchmark indipendenti, e 360 non ha una storia paragonabile a quella dei laboratori occidentali più consolidati. Ma il tempismo è tutto. La rivendicazione è arrivata mentre la disputa tra Anthropic e la Casa Bianca entrava nella sua fase più aspra, creando un vuoto che i concorrenti cinesi hanno interpretato come un’opportunità.

    L’enigma di Washington: perché gli Stati Uniti si privano di Mythos

    Qui sta il paradosso. Mentre la Cina accelera, gli Stati Uniti si stanno privando da soli di uno strumento che si è già dimostrato efficace. La NSA ha perso l’accesso a Mythos nei giorni scorsi, in piena escalation della disputa. E non si tratta di un ritiro qualunque: fonti governative hanno confermato che il modello aveva già individuato vulnerabilità nei sistemi classificati statunitensi. Il paradosso è doppio: l’intelligence perde uno strumento operativo proprio mentre Pechino investe per colmare il divario.

    L’escalation della disputa tra Anthropic e la Casa Bianca non accenna a raffreddarsi. Secondo quanto ricostruito da The Verge, lo stallo rischia di generare conseguenze molto gravi per l’intera industria statunitense dell’intelligenza artificiale. Non è un’esagerazione: se il governo federale smette di essere un partner credibile per i laboratori più avanzati, il finanziamento della ricerca di frontiera si sposta altrove. E “altrove”, in questo momento, significa in gran parte Asia.

    Il meccanismo è noto a chi segue i mercati dell’energia, dove i prezzi non riflettono solo la domanda attuale ma l’aspettativa di scarsità futura. Qui la dinamica è simile: il valore di Mythos non sta solo in ciò che fa oggi, ma nella percezione di ciò che potrebbe fare domani. Toglierlo dal tavolo non annulla quel valore, lo trasferisce a qualcun altro.

    Il futuro in bilico: Bruxelles osserva, Pechino agisce

    Ieri l’Unione Europea ha tenuto colloqui con la Casa Bianca, subito dopo il taglio dell’accesso a Mythos. Bruxelles non ha il potere di influenzare una disputa interna all’amministrazione americana, ma ha tutto l’interesse a capire se il blocco è temporaneo o strutturale. Dalla risposta dipendono decisioni di investimento, regolamentazione e collaborazione scientifica che impatteranno i prossimi cinque anni.

    Le implicazioni globali si intrecciano. La mossa di 360 va letta in controluce rispetto alla raccolta di DeepSeek: se un laboratorio cinese riesce a convincere il mercato di aver colmato il divario, il flusso di capitali seguirà. Non è questione di capacità tecnica effettiva, ma di percezione degli investitori. E la percezione, in una fase in cui il modello americano più avanzato è bloccato da una disputa interna, premia chi mostra di avere una tabella di marcia.

    Per l’industria statunitense, il rischio non è perdere un singolo contratto governativo. Il rischio è che l’intero ecosistema dei laboratori di frontiera venga percepito come fragile, soggetto a stop improvvisi, poco affidabile per partnership di lungo periodo. In un settore dove i cicli di sviluppo sono lunghi e i costi di addestramento si misurano in centinaia di milioni, la stabilità è un asset. Senza stabilità, il capitale cerca rendimenti altrove.

    Il prossimo numero da tenere d’occhio non sono i 7,4 miliardi già raccolti da DeepSeek, ma la cifra che 360 potrebbe attrarre se la paura che ha mosso i primi investitori contagerà nuovi fondi. In un mercato che prezza l’aspettativa più del presente, una dichiarazione di parità tecnologica può valere più di un bilancio certificato.

    La paura alimenta gli investimenti, ma la vera incognita è se gli Stati Uniti riusciranno a risolvere la disputa interna prima che il vantaggio di Mythos venga annacquato dalla concorrenza globale. Ogni giorno di stallo è un giorno in cui il capitale si sposta, i laboratori concorrenti assumono e i benchmark vengono riscritti. Non serve un vincitore dichiarato: basta che qualcuno convinca il mercato di poterlo diventare.

  • Nella Louisiana dei miliardi hanno firmato 50 NDA

    Nella Louisiana dei miliardi hanno firmato 50 NDA

    In Louisiana 50 funzionari hanno firmato accordi di riservatezza dopo l’arrivo del nuovo governatore

    Cinque anni fa, in Louisiana, un funzionario eletto poteva discutere pubblicamente di uno stabilimento industriale in arrivo, di un nuovo data center, di un progetto da centinaia di milioni di dollari senza timori legali. Poi qualcosa è cambiato. Da quando il governatore repubblicano Jeff Landry è entrato in carica, «almeno 50 funzionari pubblici hanno firmato un NDA» con Louisiana Economic Development, l’agenzia statale per lo sviluppo economico: lo ha documentato un’inchiesta della radio pubblica WWNO lo scorso marzo. Negli ultimi quattro anni dell’amministrazione precedente, guidata dal democratico John Bel Edwards, non era mai successo. «Nemmeno un singolo funzionario eletto», scriveva WWNO. Il dato è sorprendente per la sua nettezza: due governatori, due filosofie opposte sulla trasparenza. E solleva una domanda inevitabile: cosa è successo, in Louisiana, da rendere necessaria una tale coltre di silenzio?

    Un’esplosione di miliardi, e di clausole di segretezza

    La risposta, almeno in parte, sta nei numeri che lo stesso entourage di Landry sventola con orgoglio. In due anni e mezzo, stando ai dati diffusi dall’amministrazione, la Louisiana ha assicurato complessivamente 90 miliardi di dollari in investimenti di capitale e quasi 80.000 nuove opportunità di lavoro. Il 2025, in particolare, ha segnato un’accelerazione senza precedenti: più di 61 miliardi di dollari in nuovi investimenti e 9.500 posti di lavoro diretti annunciati, il più grande anno di investimenti di capitale nella storia dello Stato, come riportato sul sito di Louisiana Economic Development. Cifre che, prese da sole, raccontano un miracolo economico. Il problema, come sempre, è capire cosa quelle cifre non raccontano – e a quale prezzo.

    I 50 NDA firmati da consiglieri comunali, presidenti di parrocchia, rappresentanti statali non sono un dettaglio procedurale. Sono il sintomo di una trattativa che si è spostata fuori dalla vista pubblica. Un conto è la riservatezza commerciale durante la fase di negoziazione, pratica comune ovunque; un altro è mettere la museruola a chi dovrebbe rappresentare i cittadini che quelle fabbriche e quei data center se li troveranno nel cortile di casa. Il contrasto con l’era Edwards è istruttivo: prima del 2024 la trasparenza era la regola; oggi la regola è il silenzio, rotto soltanto quando l’accordo è già chiuso e non c’è più margine per discuterne i termini.

    Il lato invisibile dei data center: elettricità, acqua e rumore

    Dietro la retorica dei miliardi, c’è un capitolo meno scintillante che riguarda la natura stessa di molti degli investimenti annunciati. La Louisiana sta diventando una destinazione privilegiata per i data center, quelle enormi strutture simili a capannoni che alimentano cloud computing, intelligenza artificiale e servizi di streaming. E i data center, ha osservato WWNO, sono «famosi per il loro appetito di elettricità e acqua, e per portare rumore, inquinamento e impatti da costruzione pesante nei quartieri dove vengono costruiti». Ogni volta che si annuncia un campus da miliardi di dollari, si annuncia anche un carico aggiuntivo su una rete elettrica che dovrà reggerlo, su falde acquifere che dovranno raffreddarlo, su comunità che dovranno convivere con cantieri e rumore di fondo per anni.

    Non tutte le aziende affrontano il problema allo stesso modo. Amazon, che lo scorso anno ha annunciato un investimento da 12 miliardi di dollari per nuovi campus in Louisiana, ha scelto una strada che lo stesso Sierra Club considera un punto di riferimento: ha lavorato con la utility locale, Southwestern Electric Power Company, «per garantire di pagare il 100% dei costi associati al nostro nuovo campus di data center in Louisiana». Lo ha dichiarato l’azienda stessa in una nota ufficiale, precisando che l’accordo «include la copertura di tutte le spese per le nuove infrastrutture energetiche e gli aggiornamenti necessari per servire i data center, il che rafforza anche l’affidabilità complessiva della rete per tutti i clienti SWEPCO». Tradotto: Amazon paga per intero il conto delle infrastrutture che servono a sé stessa, e nel farlo rende la rete più stabile anche per gli altri. Un modello che ha una sua logica elementare: chi consuma di più, contribuisce di più.

    Ma la domanda politica è: quanti altri colossi tecnologici seguiranno volontariamente questa strada? L’accordo Amazon-SWEPCO è un’eccezione virtuosa, non la regola. Meta, per esempio, ha già annunciato un proprio data center in Louisiana, e secondo quanto trapela non sta applicando lo stesso principio del pagamento integrale dei costi. Il governatore Landry ha fatto dichiarazioni generiche sul «finanziamento completo» dell’espansione della rete, ma senza tradurle in obblighi vincolanti. E qui si torna al nodo degli NDA: se gli accordi vengono negoziati in segreto, come fa un consigliere di parrocchia a sapere se la multinazionale di turno sta pagando la sua parte fino all’ultimo dollaro, o se il conto – in tutto o in parte – verrà girato ai contribuenti e agli utenti della rete?

    La provocazione del Sierra Club: regole, non buone intenzioni

    È su questo crinale che si inserisce la richiesta del Sierra Club, formalizzata in una nota ripresa ieri da CleanTechnica. L’associazione ambientalista non si limita a chiedere più trasparenza: pone due condizioni precise per qualsiasi nuovo data center. La prima è che siano obbligati a pagare il 100% dei costi infrastrutturali, senza eccezioni e senza accordi al ribasso. La seconda è che vengano alimentati in misura significativa da energia eolica e solare, «per evitare costi elevati del carburante, spreco di acqua da fonti fossili e inquinamento ambientale».

    Non si tratta di una posizione negoziabile: è una linea rossa. La logica del Sierra Club è che se lo Stato non impone questi standard per legge, ogni accordo resta in balia della buona volontà delle singole aziende. E l’esempio di Amazon dimostra che alcune aziende possono fare la cosa giusta; quello di Meta suggerisce che altre potrebbero non farla. La domanda che resta aperta, al momento senza risposta, è se la Louisiana di Landry sceglierà di codificare questi paletti in regole permanenti, oppure se continuerà a trattare al buio, sperando che tutti i protagonisti siano buoni come il migliore della classe.

    Nei prossimi mesi andranno osservati con attenzione i contratti di fornitura e le concessioni che accompagneranno i nuovi annunci di investimento. Se l’obbligo di copertura integrale dei costi energetici non diventerà uno standard vincolante, il rischio concreto è che la bolletta – quella energetica e quella ambientale – resti nascosta insieme agli NDA. E i 90 miliardi di dollari sbandierati come un successo rischiano di raccontare soltanto metà della storia.

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