L’iniziativa chiede di portare al 70 per cento la quota di cibo prodotto in Svizzera, contro l’attuale 50 per cento
Quante volte hai rimesso sullo scaffale un prodotto svizzero perché costava più dell’importato? Il prossimo 27 settembre quella domanda non sarà più solo tua: diventerà una decisione politica sull’intero sistema alimentare. Lo scorso 22 luglio, un’analisi pubblicata da swissinfo.ch ha messo a fuoco i termini del referendum sull’iniziativa per la sicurezza alimentare, la proposta che chiede di portare al 70 per cento la quota di cibo prodotto in Svizzera.
Il carrello, il voto, il 70%
Dietro quella esitazione al banco frigo non c’è solo il portafoglio: c’è una domanda su quanto cibo la Svizzera riesce a produrre da sola e su quanto, invece, dipende dall’estero. Il prossimo 27 settembre si vota sull’iniziativa per la sicurezza alimentare, lanciata da Franziska Herren, che aveva già promosso l’iniziativa sull’acqua potabile respinta nel 2021: lo ricorda un articolo di Le News. La proposta trasforma un dubbio individuale in una scelta collettiva: fissare per legge un obiettivo di autosufficienza più alto, con ricadute su prezzi, scelta e importazioni.
In pratica, ogni volta che confronti un formaggio locale con uno d’importazione stai già facendo, senza accorgertene, un piccolo esperimento di politica agricola. Il voto renderà quell’esperimento esplicito. Ma quanto è davvero autosufficiente oggi la Svizzera?
Il 50% di oggi, il 70% di domani
Per capire cosa cambierebbe, serve partire dai numeri, non dagli slogan. Oggi la Svizzera ha un tasso di autoapprovvigionamento netto intorno al 50 per cento, che sale al 57 per cento se si considerano anche i mangimi importati, secondo i dati riportati dalla rivista Revue. In parole semplici: circa la metà del cibo che finisce sulle tavole svizzere viene prodotta dentro i confini; il resto arriva dall’estero. L’iniziativa per la sicurezza alimentare chiede di portare questa quota al 70 per cento.
Colmare lo spazio tra il 50 per cento attuale e il 70 per cento richiesto è il cuore dello scontro. Per i promotori è una questione di sicurezza e di rafforzamento della produzione locale; per gli oppositori è un obiettivo difficile da raggiungere senza costi. La vicepresidente dell’UDC Céline Amaudruz ha parlato di “contrainte végane” in un intervento documentato dalla RTS, e ha messo in dubbio il 70 per cento ricordando che l’agricoltura svizzera è già tra le più sostenibili al mondo.
Il comitato del No allarga il discorso al portafoglio: prezzi alimentari più alti, meno scelta al supermercato e il rischio di spingere più persone a fare la spesa oltre confine. È il trade-off concreto per chi vota: puntare su una maggiore autosufficienza accettando possibili rincari e una varietà ridotta, oppure restare allo status quo. Ma se in Svizzera il dibattito si polarizza, c’è chi ha scelto una strada diversa.
La lezione danese: nessun obiettivo vincolante, nessun termine divisivo
Una via d’uscita dal muro contro muro potrebbe arrivare da un Paese che ha già affrontato il problema. La Danimarca, tradizionalmente grande consumatrice di carne, ha costruito un piano per spingere verso un’alimentazione più vegetale senza usare le parole “vegano” e “vegetariano”, considerate polarizzanti, e senza fissare obiettivi vincolanti per ridurre il consumo di carne o il numero di capi di bestiame, come documentato da un reportage del Guardian.
Il confronto è utile perché mostra che esiste un approccio meno ideologico: niente divieti, niente scadenze rigide, ma incentivi e comunicazione. Resta da capire se la Svizzera vuole davvero percorrere quella strada o se sceglierà un approccio più radicale.
Il 27 settembre la scheda ti chiederà di decidere se puntare su un’autosufficienza più alta accettando possibili aumenti di prezzo e minore varietà, oppure restare allo status quo. Prima di votare, guarda cosa c’è nel tuo carrello e chiediti quale modello alimentare sei disposto a pagare.




