Il divario di resa del 19,2% costringe a importare cibo, spostando altrove le emissioni risparmiate

Il Rodale Institute ha misurato il 45% di energia in meno. La Soil Association ha contato il 44% di carbonio in più nel suolo e il 50% di fauna selvatica in più. Eppure, secondo uno studio del 2019 di Smith e colleghi, se domani l’Inghilterra e il Galles passassero completamente al biologico, le emissioni nette aumenterebbero. Il paradosso non è nel metodo: è nella scala. A metterlo in evidenza è un’analisi pubblicata da Food Tank a fine luglio.

La promessa: 45% di energia in meno, 50% di fauna in più

Per capire come il biologico sia diventato una promessa credibile, bisogna partire dai numeri che ne hanno costruito la reputazione. Il più citato è quello del Rodale Institute: in uno studio quarantennale, i sistemi biologici hanno consumato il 45% di energia in meno rispetto a quelli convenzionali, mantenendo le rese. Secondo la Soil Association, le aziende biologiche hanno in media il 44% di carbonio in più nel suolo e il 50% di fauna selvatica in più. Secondo il Natural Resources Defense Council, l’aumento della materia organica nel suolo migliora l’infiltrazione dell’acqua del 15-20%, aiutando le colture a resistere meglio a siccità e piogge intense.

Nei momenti di stress climatico il confronto si fa ancora più netto. Nel Farming Systems Trial del Rodale Institute, le rese delle colture biologiche sono state superiori fino al 40% rispetto a quelle convenzionali negli anni di siccità. E per il mais biologico, secondo i dati del Rodale Institute, la resa è superiore del 31% negli anni di siccità.

Dall’altra parte della bilancia ci sono i pesticidi. Già nel 2021, uno studio di Gunstone e colleghi pubblicato su Frontiers in Environmental Science aveva rilevato che il 70,5% dei parametri testati mostrava effetti negativi dall’esposizione ai pesticidi. L’1,4% mostrava effetti positivi, il 28,1% nessun effetto significativo. Non è una statistica da archiviare: è il contrappeso empirico a ogni critica del biologico. Se il campo sembra dare ragione al biologico, la traduzione su scala nazionale apre una crepa.

Il conto che manca: 19,2% di resa in meno e un aumento delle emissioni

I benefici del suolo non bastano a pagare il conto energetico e territoriale. Il primo dato da tenere a mente è che il divario di resa tra biologico e convenzionale è più piccolo di quanto si pensasse. Una meta-analisi di Ponisio e colleghi, pubblicata sul Proceedings of the Royal Society B, ha calcolato che le rese organiche sono solo il 19,2% inferiori a quelle convenzionali. Un divario minore rispetto alle stime precedenti, ma comunque un divario.

E qui scatta il paradosso. Secondo uno studio di Smith e colleghi, pubblicato nel 2019, la transizione completa al biologico in Inghilterra e Galles aumenterebbe le emissioni nette di gas serra, una volta contabilizzato l’uso aggiuntivo di terreni all’estero per compensare i minori raccolti. Il perché è nella matematica: il 19,2% di resa in meno, moltiplicato per l’intera estensione agricola di un paese, significa importare più cibo. E importare più cibo significa spostare altrove le emissioni che il biologico risparmia sul terreno locale.

In altre parole: il suolo sequestra più carbonio, la fauna aumenta, l’energia si riduce. Ma il sistema alimentare non è un’isola. Il conto si paga altrove, e su scala nazionale non torna. Eppure c’è chi ha costruito un marchio su questa promessa: la certificazione che trasforma il paradosso in valore di mercato.

Certificare il paradosso: chi vince con il marchio rigenerativo

Se i numeri nazionali sono scomodi, il mercato ha trovato il modo di addomesticarli: un nuovo bollino. Il termine “regenerative organic” è stato coniato da Robert Rodale. E nel 2018 il Rodale Institute ha introdotto la certificazione Regenerative Organic Certified, o ROC, supervisionata dalla Regenerative Organic Alliance. Si aggiunge a un sistema di etichettatura già consolidato: i prodotti con il sigillo USDA Organic devono contenere almeno il 95% di ingredienti biologici certificati.

Non è un dettaglio tecnico: è un mercato. Il bollino trasforma la promessa del biologico in valore riconoscibile sullo scaffale, indipendentemente dal fatto che i conti nazionali non tornino. La risposta, forse, non è nel bollino ma nella domanda che nessuno fa: biologico per chi, e a quale prezzo?

Il biologico non è né salvezza né inganno: è una scelta di scala. Chi lo difende deve spiegare il conto delle emissioni; chi lo attacca deve spiegare i pesticidi. La vera domanda è se vogliamo pagare il prezzo ora, o dopo.