Author: Matteo De Santis

  • Il termometro ha già superato la soglia

    Il termometro ha già superato la soglia

    L’IPCC certifica il superamento della soglia di 1,5 gradi, un traguardo ormai quasi inevitabile

    Quando a fine mese apriamo la bolletta della luce o del gas, il pensiero corre sempre lì: perché paghiamo ancora così tanto? C’entrano le guerre, la speculazione, gli intoppi di rete. Intanto, dall’altra parte del pianeta, gli scienziati dell’IPCC aggiornano i loro modelli e ieri, con un discorso di poche frasi, hanno spostato un’asticella che fino all’altro ieri sembrava ancora difendibile. Dal World Climate Investment Summit di Londra, l’intervento di Jim Skea, presidente del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, è stato un pugno secco: «È ormai quasi inevitabile che il riscaldamento globale superi 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali in un futuro non troppo lontano». Parole scelte con cura. Nessun allarmismo, solo la presa d’atto di qualcosa che forse sospettavamo già, ma che adesso ha un crisma ufficiale.

    Quella cifra, 1,5 gradi, non è una bandierina ambientalista. Era la linea sottile oltre la quale gli impatti diventano a cascata, le siccità si incattiviscono, le alluvioni si accaniscono su infrastrutture già fragili, e i conti pubblici e privati si complicano. Negli ultimi dieci anni i decessi per inondazioni, siccità e tempeste sono stati quindici volte più alti nelle regioni già vulnerabili, e quasi metà della popolazione mondiale abita esattamente in quelle aree. Lo confermava già due anni fa il rapporto di sintesi AR6 dell’IPCC, che parlava di una sfida diventata ancora più grande rispetto a cinque anni prima, perché intanto le emissioni di gas serra avevano continuato ad aumentare. Il modo in cui si riscalda il pianeta si riflette, in modo meno spettacolare ma molto più tangibile, sul costo dei beni che mettiamo nel carrello, sui premi assicurativi di casa e azienda, sulla stabilità delle forniture elettriche che diamo per scontate.

    Cosa succede quando il termometro sale oltre il limite

    Il punto non è segnare un record simbolico. Il punto è che la soglia è già stata assorbita dal sistema. Già nel 2018 il rapporto speciale dell’IPCC stimava che le attività umane avessero causato circa 1,0°C di riscaldamento, e prevedeva che il livello di 1,5°C sarebbe stato raggiunto tra il 2030 e il 2052 se avessimo continuato al ritmo di allora. Ieri Skea non ha spostato quella proiezione, l’ha chiusa: il ritmo non è rallentato abbastanza, e l’attraversamento del traguardo è diventato quasi una formalità. Nel frattempo, la cronaca dei danni si è infittita. L’IPCC documenta che la metà esatta della popolazione mondiale, circa quattro miliardi di persone, risiede in regioni altamente vulnerabili. In quelle zone, un lutto su molti legati al clima non è una fatalità, è un moltiplicatore di disuguaglianza. Le comunità a basso reddito e marginalizzate, se messe al centro degli interventi di adattamento, porterebbero i guadagni più alti in termini di benessere collettivo, ma è proprio lì che la finanza inciampa.

    «Una finanza insufficiente e disallineata sta frenando il progresso», era scritto nero su bianco nel rapporto AR6 del marzo 2023. E qui la faccenda tocca il portafoglio di chiunque abbia un’impresa, una casa da ristrutturare o anche solo la speranza che le tasse finanzino prevenzione anziché ricostruzioni d’emergenza. La distanza tra i capitali disponibili e i progetti che servirebbero davvero non è solo un difetto di liquidità: è un problema di canali. Troppi soldi rincorrono tecnologie speculative — alcune promettenti, altre fumo — mentre l’adattamento di base, quello che serve a mettere in sicurezza un quartiere alluvionabile o a isolare un edificio popolare, resta senza interlocutori finanziari. Non c’è da stupirsi che, in un quadro del genere, la convenienza a investire in protezione sembri astratta: si ragiona ancora con l’orizzonte della prossima scadenza di bilancio, non con quello del prossimo evento estremo.

    La parte che possiamo ancora cambiare

    Eppure, finire il mese col riscaldamento acceso o il condizionatore spento per paura della bolletta non è l’unica prospettiva. I numeri, se letti bene, mostrano una direzione che possiamo sfruttare subito. Lo scorso anno, l’85% di tutta la nuova capacità installata nei sistemi elettrici mondiali è venuto da fonti rinnovabili. Un dato che non parla di sacrifici, ma di tecnologia diventata finalmente più economica del vecchio fossile, e che permette a famiglie e condomini di produrre e condividere energia a costi inferiori. Chi oggi investe in un impianto fotovoltaico con accumulo o in una comunità energetica rinnovabile — dove i vicini si scambiano i kilowattora invece di comprarli tutti dalla rete — vede tempi di rientro tra i 4 e i 7 anni, a seconda della taglia e degli incentivi, e un risparmio in bolletta che può superare il 50% sul lungo periodo. Non serve essere pionieri green: basta fare i conti e chiedere un preventivo.

    Il problema è che fin troppo spesso ci si ferma ai titoli spaventosi senza guardare agli attrezzi già disponibili. L’IPCC lo dice con franchezza: solo l’1% dei finanziamenti per l’adattamento proviene da fonti private, e questo significa che imprenditori, banche locali e investitori istituzionali hanno uno spazio enorme per entrare, non per beneficenza ma per rendimento. Mettere in sicurezza un capannone contro le bombe d’acqua, ad esempio, abbatte i premi assicurativi e riduce le interruzioni di attività. Adeguare una palazzina può cambiare la rata del mutuo e il valore dell’immobile. Le tecnologie di rimozione della CO₂, quelle che l’IPCC esaminerà in un metodo dedicato in approvazione in Giappone alla fine del 2027, serviranno per il rientro post-sforamento, ma la prevenzione dei danni si fa con strumenti rodati. E i danni, quando arrivano, li paghiamo tutti — in bolletta, in tasse, in rincari al supermercato.

    La soglia di 1,5°C sarà quasi certamente superata, e ammetterlo fa male. Ma la partita si gioca ora su ogni decimo di grado in meno: un riscaldamento di 1,6°C non equivale a uno di 1,8°C, né per i morti evitati né per gli euro risparmiati. La transizione non è un lusso per anime belle: è la scelta più concreta per proteggere i nostri bilanci familiari e i conti economici di chi produce, ed è già in corso sotto i nostri occhi, silenziosa nelle pale eoliche, nei condomini che scambiano energia, nei primi finanziamenti privati che puntano sulla resilienza. L’unico lusso che non possiamo più permetterci è restare fermi a guardare il termometro.

  • Le auto stanno diventando troppo grandi per i parcheggi

    Le auto stanno diventando troppo grandi per i parcheggi

    Lo studio di Transport & Environment prevede una perdita fino al 14% degli stalli entro il 2040

    Parcheggi a misura di… SUV?

    Hai mai bestemmiato cercando di infilare l’auto in un parcheggio che sembra disegnato per una Cinquecento? Non è colpa tua: le auto crescono di 1,2 cm all’anno, ma lo spazio nelle nostre strade è quello di sempre. Secondo un studio di Transport & Environment pubblicato il 24 giugno, la lunghezza media delle auto nuove aumenta di 1,2 cm ogni anno. Un trend che, se non fermato, rischia di farci perdere fino al 14% dei posti auto su strada entro il 2040 nelle città europee.

    La larghezza non è da meno. Già a inizio 2024, un’analisi di Transport & Environment aveva mostrato che le auto nuove vendute in Europa diventano più larghe di un centimetro ogni due anni, e che la larghezza media ha ormai superato i 180 cm – la soglia critica per molti parcheggi su strada. Il caso limite? Un Dodge RAM, pick-up americano importato in Europa, largo fino a 208,5 cm: quasi 30 cm in più di uno stallo standard. Non stiamo parlando di pochi millimetri, ma di una differenza che rende fisicamente impossibile parcheggiare senza invadere lo spazio altrui o bloccare il passaggio.

    2040: un futuro di spazi in meno e rischi in più

    I numeri non lasciano molto spazio all’ottimismo. Secondo le proiezioni dello stesso studio, se la tendenza attuale continuerà, entro il 2040 le città europee potrebbero perdere tra l’8,5% e il 14% dei posti auto su strada. Per metropoli come Londra e Berlino, questo significa tra 72.000 e 118.000 posti in meno per la capitale britannica, e tra 71.000 e 117.000 per quella tedesca. Non si tratta più solo di girare un po’ di più per trovare un buco: parliamo di decine di migliaia di posti che semplicemente non esisteranno più, cancellati dal progressivo allargamento e allungamento delle auto. Chi vive in città lo sa già: ogni anno che passa, manovrare in strade laterali o parcheggi a spina diventa più complicato, e la colpa non è di una percezione distorta ma di centimetri reali che si accumulano modello dopo modello.

    Ma il problema più grave è un altro. Veicoli più grandi e pesanti significano anche più rischi per chi sta fuori dall’abitacolo. Lo studio stima che, entro il 2040, il trend delle auto “ever bigger” potrebbe causare 400 morti stradali in più all’anno rispetto a uno scenario in cui le dimensioni venissero mantenute entro limiti ragionevoli. E i bambini sono particolarmente a rischio: si prevede un aumento del 40% delle vittime tra i pedoni in età infantile, sempre rispetto allo scenario di “right-sizing”. In termini pratici, un SUV o un pick-up di grandi dimensioni ha una visibilità ridotta per il conducente e impatta con una forza maggiore in caso di collisione, trasformando quello che su un’utilitaria sarebbe un incidente con feriti lievi in un evento potenzialmente fatale. Non è una questione di allarmismo: sono proiezioni basate su dati attuali, che ci dicono che lo spazio pubblico si sta restringendo non solo per chi parcheggia, ma anche per chi cammina.

    Leggi vecchie e interessi nuovi: chi spinge per le auto giganti

    Ma com’è possibile che le auto continuino a crescere senza che nessuno le fermi? La risposta è in parte in una direttiva europea degli anni ’90, che fissa a 255 cm il limite massimo di larghezza per i veicoli. Peccato che quel limite fosse stato pensato per gli autobus, non per le auto. Nel frattempo, all’inizio del 2024 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno iniziato a discutere una revisione della direttiva su pesi e dimensioni dei veicoli leggeri, ma senza ancora alcuna stretta. Dall’altra parte, i produttori di automobili hanno spinto deliberatamente verso modelli più grandi e redditizi, a scapito delle utilitarie. Il risultato è sotto gli occhi di tutti noi, ogni volta che cerchiamo di parcheggiare. La leva è semplice: margini più alti su veicoli premium e SUV hanno orientato le strategie industriali, mentre le regole del gioco sono rimaste ferme a quando le auto erano mediamente più piccole e il traffico molto meno denso.

    La prossima volta che scegliete un’auto, pensate non solo ai vostri comfort, ma anche allo spazio che occuperà in città. E tenete d’occhio la discussione europea: le regole possono cambiare, ma solo se lo vogliamo.

  • Hyundai Steel ha investito 5,8 miliardi in Louisiana

    Hyundai Steel ha investito 5,8 miliardi in Louisiana

    L’impianto in Louisiana punta a ridurre le emissioni del 60-75% rispetto ai metodi tradizionali

    Stai pensando di cambiare auto. Confronti consumi, valuti l’elettrico, controlli gli incentivi. Ma ti sei mai chiesto da dove viene l’acciaio che la compone — e quanto pesa sull’ambiente? Lo scorso anno, a marzo 2025, Hyundai Steel ha annunciato un investimento di 5,8 miliardi di dollari in un nuovo stabilimento siderurgico integrato in Louisiana. Non è solo una mossa industriale: è un pezzo della risposta a quella domanda, con effetti che potrebbero arrivare fino al prezzo che vedrai esposto in concessionaria.

    L’acciaio della tua prossima auto

    Lo stabilimento, il primo di Hyundai Steel fuori dalla Corea, avrà una capacità di 2,7 milioni di tonnellate metriche di acciaio all’anno, destinate soprattutto a lamiere per autoveicoli. La produzione commerciale è prevista nel 2029, e porterà oltre 1.300 posti di lavoro in Louisiana. Non servirà soltanto le fabbriche del gruppo Hyundai-Kia (Montgomery, West Point, Savannah, dove si produce già la Metaplant), ma l’azienda ha già dichiarato di voler vendere l’acciaio anche ad altri costruttori statunitensi. Insomma, è una questione di scala: più produttori potranno accedere a un acciaio che nasce con un’impronta ambientale nettamente ridotta. E che quel tipo di acciaio esista già lo sanno i tecnici: nell’ottobre 2022 Hyundai Steel aveva completato la prima produzione di prova al mondo di una lamiera in acciaio ad alta resistenza (grado 1.0 GPa) a ridotto contenuto di carbonio, ottenuta interamente con forno elettrico ad arco. Non è fantascienza: è ingegneria già rodata. Eppure, come fa un forno a cambiare così tanto l’impatto ambientale di un’auto?

    Il cambiamento silenzioso dentro i forni

    La differenza tra un acciaio tradizionale e quello che uscirà dall’impianto della Louisiana sta in un dettaglio: il forno. Invece dell’altoforno classico, che fonde minerale di ferro usando carbone (e produce molta CO₂), qui si usa un forno elettrico ad arco, che fonde rottame ferroso e ferro preridotto con elettricità. Secondo i dati di Hyundai Steel, la tecnologia EAF consente di ridurre le emissioni di anidride carbonica del 60-75% rispetto ai metodi tradizionali. Non si parte da zero: l’azienda ha già prodotto quasi un milione di tonnellate di lamiere in acciaio per auto con questa tecnologia tra il 2007 e il 2010, e ha annunciato che adotterà lo stesso sistema anche negli impianti in Corea del Sud. La prova più significativa è arrivata nell’ottobre 2022, quando è riuscita a produrre per la prima volta al mondo una lamiera ad alta resistenza da 1.0 GPa a ridotto contenuto di carbonio con un forno elettrico ad arco integrato — esattamente il tipo di acciaio che serve per le scocche delle auto moderne, leggere e sicure. Non si tratta di una scommessa: è un’evoluzione che arriva dopo oltre settant’anni di esperienza con i forni elettrici.

    I vantaggi però non si fermano all’ambiente: la posizione dello stabilimento cambia le carte in tavola per l’intero settore.

    Vantaggi che sentirai nel portafoglio

    Oltre a ridurre la CO₂, l’impianto della Louisiana è stato pensato per accorciare le distanze. È posizionato a poche ore di camion dagli stabilimenti Hyundai di Montgomery (Alabama), Kia di West Point (Georgia) e dal nuovo mega-sito HMGMA di Savannah, sempre in Georgia. Produrre l’acciaio dove servono le auto taglia i costi logistici, accorcia i tempi di consegna e riduce i rischi di interruzioni nella catena di fornitura — quei blocchi che negli ultimi anni hanno fatto alzare i prezzi delle materie prime e, a cascata, il costo finale delle vetture. Hyundai Steel ha già detto che in futuro venderà le sue lamiere anche ai costruttori americani, oltre che a Hyundai e Kia. Questo significa che l’acciaio a basso impatto ambientale non resterà una nicchia per il gruppo coreano, ma comincerà a competere sul mercato aperto. Quando più fornitori si contendono il cliente con un prodotto più sostenibile ed economicamente efficiente, è il prezzo a scendere. E non sarà solo una questione di etichetta ecologica: la sostenibilità potrebbe diventare semplicemente l’acciaio standard, senza sovrapprezzo.

    Quando vedrai il prezzo di un’auto nuova, ricordati che dietro c’è una filiera che si sta trasformando. Oggi quell’investimento da 5,8 miliardi di dollari annunciato lo scorso anno può sembrare lontano, ma nel 2029 entrerà nelle concessionarie sotto forma di acciaio più pulito, prodotto vicino, con meno sprechi e costi di logistica. La sostenibilità, insomma, potrebbe smettere di essere l’optional costoso che ci immaginiamo, e diventare un pezzo della dotazione di serie.

  • La Consulta ha bloccato i vincoli della Sardegna

    La Consulta ha bloccato i vincoli della Sardegna

    La Consulta ha dichiarato illegittimi i vincoli della legge regionale sarda, lasciando in sospeso 270 MW di progetti agrivoltaici

    Immaginate di essere un agricoltore della provincia di Oristano con un progetto agrivoltaico da 10 ettari, finanziamento già approvato, tutto pronto per cantierizzare. A maggio il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica vi concede la Valutazione di Impatto Ambientale. Poche settimane dopo, la Corte costituzionale annulla quel decreto insieme ad altri cinque, per un totale di 270 MW, perché il ministero era in “fuorigioco” rispetto alle competenze regionali. Poi la Regione prova a fare ordine con una legge, la numero 20 del 2024, ma oggi, 26 giugno, arriva un altro colpo: la Consulta, con l’ordinanza n. 115, dichiara illegittime alcune parti di quella legge. Il risultato è un pareggio che non sblocca nulla: la Regione esulta, ma per gli investitori il cerchio resta chiuso.

    L’indecisione non è solo sarda. Basta guardare le notizie delle ultime settimane per capire che il disordine sulle aree idonee è nazionale e rischia di far deragliare centinaia di progetti. Cerchiamo di mettere in fila i fatti per capire come siamo arrivati a questo punto e, soprattutto, cosa può fare oggi chi ha in tasca un investimento già pronto.

    Il ping-pong sardo e la vittoria di nessuno

    La vicenda parte da lontano, ma il momento decisivo è lo scorso 26 maggio, quando la Corte costituzionale annulla sei decreti di Via ministeriali per circa 270 MW di agrivoltaico. Il Mase li aveva autorizzati mentre era ancora in vigore la legge regionale, ma per la Consulta lo Stato non può sostituirsi alle Regioni in materia di governo del territorio. A quel punto la Sardegna corre ai ripari con la legge n. 20 del 2024, che prova a definire dove si può e dove non si può installare. Ma oggi la stessa Corte, con l’ordinanza n. 115, smonta alcuni pezzi di quella legge, lasciando in piedi un impianto ambiguo.

    Le due parti in causa leggono la sentenza in modo opposto. La Regione parla di vittoria, ma l’avvocata Germana Cassar dello studio Dla Piper, che assiste alcuni sviluppatori, è netta: «restano illegittimi i vincoli aprioristici». In soldoni: un divieto scritto su carta senza una valutazione concreta del territorio non può reggere. È un pareggio che non fa bene a nessuno – né agli agricoltori che vogliono integrare reddito con il fotovoltaico, né alle imprese che hanno già speso soldi in progettazione. E mentre la nebbia normativa non si dirada, i 270 MW bloccati restano lì, a ricordare che ogni mese di stallo è energia che non si produce.

    La mappa del disordine: regioni a confronto

    Pensare che il pasticcio sardo sia un caso isolato sarebbe un errore. Nei giorni scorsi, QualEnergia ha tenuto traccia di una serie di notizie che disegnano un mosaico regionale a diverse velocità e con molte zone d’ombra: in Toscana, il 19 giugno il testo unico sulle aree idonee si è arenato su un nodo che riguarda l’agrivoltaico; in Sicilia, il 12 giugno, si è fatto un passo avanti sull’idroelettrico e uno indietro sulla prassi autorizzativa; in Emilia-Romagna, sempre il 12 giugno, la nuova legge presenta zone grigie che già fanno prevedere un’ondata di contenziosi; in Abruzzo, una legge è stata pubblicata il 18 maggio, ma è presto per dire se reggerà all’eventuale vaglio della Consulta.

    Il caso più caldo, però, è l’Umbria. L’11 giugno è stato depositato un ricorso contro le aree non idonee definite dalla Regione, e quella partita potrebbe pesare molto al di là dei confini regionali. Perché se la Corte costituzionale dovesse pronunciarsi sul caso umbro, potrebbe stabilire un principio chiaro: cosa può e cosa non può fare una Regione quando dice “qui no”. Un chiarimento del genere sarebbe il primo mattone di un’architettura normativa finalmente coerente, dopo anni in cui ogni Regione ha legiferato in ordine sparso e spesso in contrasto con gli indirizzi nazionali. Fino ad allora, però, l’incertezza resta un costo fisso per chiunque progetti nuove installazioni.

    Scegliere la strada meno incerta

    Davanti a questo quadro, imprenditori e cittadini che vogliono investire nel solare si chiedono: conviene aspettare che tutte le leggi siano consolidate o è meglio scegliere subito una regione dove le regole sono già scritte e non sono sotto attacco? Aspettare ha un costo: i bandi Fer-X, gli incentivi del PNRR e le tariffe dedicate hanno scadenze, e ogni mese che passa senza che l’impianto entri in funzione è produzione persa. D’altro canto, mettere i pannelli in una regione dove la legge potrebbe essere smontata dalla Corte il giorno dopo la posa della prima struttura significa esporsi a un rischio quasi esistenziale.

    Guardando alle regioni con leggi già formali e senza ricorsi pendenti, il panorama non è ampio. L’Abruzzo, con la legge pubblicata il 18 maggio, offre per ora il quadro più stabile, ma anche lì mancano i test dei tribunali. In Emilia-Romagna, invece, le zone grigie sono talmente estese che molti sviluppatori già prevedono di dover ricorrere ai tribunali amministrativi prima ancora di scavare le fondamenta. E in Sardegna, come abbiamo visto, nemmeno l’intervento della Regione ha spento l’incendio. La scelta, quindi, è più simile a una scommessa informata: chi oggi decide di investire in una regione con norme chiare potrebbe ritrovarsi avvantaggiato quando, finita la stagione dei ricorsi, molti altri territori saranno ancora bloccati.

    Nel frattempo, il sole continua a splendere. E chi aveva già cominciato a costruire, magari in una regione che aveva fatto i compiti per tempo, potrebbe scoprirsi in una posizione di forza quando la polvere giudiziaria si poserà.

  • L’Europa ha aperto una porta ai combustibili fossili

    L’Europa ha aperto una porta ai combustibili fossili

    Il Consiglio Ue introduce tre etichette per i fondi, inclusa una per chi investe in fossili

    Ma questo fondo è davvero verde?

    Hai presente quando apri l’app della banca, guardi il tuo fondo e leggi sigle come “SFDR Articolo 8” o “Articolo 9”? Ti dicono che è sostenibile, che è pensato per la transizione, ma tu non hai la più pallida idea di cosa significhi esattamente. Poi magari leggi qualche notizia e scopri che dentro ci sono aziende che con la sostenibilità c’entrano come il cavolo a merenda. La sensazione di essere preso in giro da sigle e dichiarazioni è più diffusa di quanto pensi, e lo sa bene anche l’Europa. L’attuale regolamento sulla trasparenza (SFDR) è in vigore da marzo 2021, ma la Commissione ha dovuto ammettere che la revisione dell’SFDR ha mostrato informative troppo lunghe e complesse. In pratica, l’SFDR è stato utilizzato in modo distorto, diventando un sistema di etichettatura de facto che ha aumentato la confusione e il rischio di greenwashing.

    Per questo motivo, Bruxelles ha deciso di fare ordine. Due giorni fa, il Consiglio dell’Unione Europea ha concordato la sua posizione negoziale su un quadro aggiornato di trasparenza per i prodotti finanziari sostenibili. L’obiettivo è chiaro: regole più semplici per distinguere il grano dal loglio. Ma la ricetta scelta dal Consiglio contiene un paradosso bello grosso: mentre da un lato si vuole combattere chi vende fumo, dall’altro si lascia la porta aperta agli investimenti nei combustibili fossili.

    La ricetta del Consiglio: tre etichette e una porta aperta

    La proposta, che sostituirà i vecchi e abusati riferimenti normativi, introduce tre nuove categorie di prodotti pensate per essere immediatamente comprensibili: sostenibili, di transizione ed ESG di base. Nella teoria è tutto molto logico: i prodotti sostenibili investono in aziende o progetti che già rispettano standard ambientali e sociali elevati; quelli di transizione finanziano chi è ancora in una fase di passaggio ma ha un percorso credibile per diventarlo; gli ESG di base sono tutto il resto che integra tematiche ambientali, sociali e di governance, ma senza eccellere.

    È sulla categoria “transizione” che si sta consumando il vero dibattito politico. Il mandato negoziale appena concordato dal Consiglio chiarisce infatti che possono rientrare in questa categoria anche le aziende attive nel settore dei combustibili fossili. C’è una condizione precisa: che queste aziende destinino almeno il 20% delle loro spese in conto capitale (CapEx) ad attività allineate alla tassonomia verde dell’UE. Inoltre, devono avere un piano chiaro e vincolato nel tempo per ridurre le emissioni di gas serra, accompagnato da requisiti di trasparenza aggiuntivi. Tradotto in parole semplici, un grande produttore di petrolio o gas che oggi investe una parte consistente dei suoi profitti in rinnovabili potrebbe tranquillamente finire nel fondo “transizione” del tuo portafoglio.

    Qui sta il cortocircuito: la nuova etichetta nasce per evitare di escludere a priori chi sta investendo miliardi per cambiare pelle, ma si rischia di mettere nello stesso contenitore sia l’azienda che costruisce turbine eoliche, sia quella che sta rendendo solo un po’ meno inquinante l’estrazione di combustibili fossili. È un compromesso politico che inietta una dose di ambiguità proprio nella categoria che dovrebbe guidare i risparmiatori verso la trasformazione dell’economia reale. Le nuove categorie sono obbligatorie per i prodotti destinati al grande pubblico, ma questo non significa che siano una garanzia assoluta di “purezza verde”.

    E adesso, tu cosa devi controllare?

    Ora che conosci le regole del gioco, vediamo come si traducono nel tuo portafoglio. La prima novità riguarda la differenza di trattamento tra l’investitore retail e quello professionale. La posizione del Consiglio prevede che i nuovi obblighi di categorizzazione siano pensati principalmente per te, il piccolo risparmiatore. Per i fondi di investimento alternativi, quelli offerti esclusivamente agli operatori professionali, il Consiglio ha invece permesso di non applicare queste disposizioni. Questo significa che, se sei un investitore non professionista, vedrai queste etichette comparire sui tuoi prodotti finanziari, e saranno uno strumento in più per orientarti.

    Il consiglio pratico, però, è di non fermarti al titolo. Se da domani vedi la parola “transizione” accanto al tuo fondo, non limitarti a pensare “ah, allora va tutto bene”. La stessa normativa parla di “piano credibile” di riduzione delle emissioni e di una soglia del 20% di CapEx in attività verdi. È una percentuale significativa, ma lontana dal 100%. Vuol dire che l’80% degli investimenti di quell’azienda può essere ancora in attività tradizionali e potenzialmente inquinanti. Quando apri la scheda informativa del fondo, controlla le società in cui investe. Verifica se i loro piani di decarbonizzazione sono dettagliati e vincolanti, oppure sono semplici promesse vaghe a lunga scadenza. Un conto è finanziare un’azienda che smantella le centrali a carbone per passare al gas e poi all’idrogeno, un conto è finanziare chi continua a cercare nuovi giacimenti limitandosi a piantare qualche albero a compensazione.

    Le etichette aiutano a non perdersi nel mare della finanza, questo è indubbio. Ma la transizione ecologica è un percorso, e come tutti i percorsi va verificato passo dopo passo. La nuova categoria darà una mano a semplificare l’offerta, ma non potrà mai sostituire la regola d’oro del buon investitore: controlla sempre in cosa sta investendo davvero il tuo fondo, oltre la categoria dichiarata.

🍪 Impostazioni Cookie