La legge, approvata all’unanimità, trasforma il diritto costituzionale all’alimentazione in obblighi concreti per municipi e autorità statali

Ventidue voti e zero contrari, lo scorso 15 luglio. La LXI Legislatura del Congresso dello Stato di Colima ha approvato con 22 voti a favore e zero contrari la Ley de Alimentación Adecuada y Sostenible del Estado. Il dato politico è l’unanimità; quello che conta tecnicamente è un altro: 114 articoli, 9 titoli e 5 articoli transitori per trasformare un diritto costituzionale in un obbligo operativo. A poco più di un mese dalla votazione, vale la pena leggere dentro la legge: non per il primato simbolico, ma per capire se un impianto normativo così dettagliato può reggere il confronto con la realtà sul campo.

Colima è il primo stato del Messico ad armonizzare pienamente il proprio quadro giuridico locale con la Ley General de la Alimentación Adecuada y Sostenible, in vigore dall’aprile 2024. Il primato conta poco in sé. Conta di più il precedente: per la prima volta un’entità federale traduce la norma generale in competenze, procedure e responsabilità specifiche per le autorità statali e municipali.

114 articoli, 9 titoli: l’architettura di un diritto che diventa operativo

La legge non si limita a dichiarare un principio. Dentro i 114 articoli trovano posto meccanismi di pianificazione, coordinamento e competenza tra le autorità statali e municipali per garantire l’esercizio pieno del diritto all’alimentazione adeguata e sostenibile. E ancora: il fomento della produzione, dell’approvvigionamento e della distribuzione giusta ed equa di alimenti, con una caratteristica precisa — la qualità, l’innocuità, il basso impatto ambientale, l’adeguatezza culturale — e con un vincolo esplicito: evitare, per quanto possibile, lo spreco di cibo.

È l’aspetto tecnico che distingue questa norma da tante dichiarazioni di principio: non si parla genericamente di «garantire il diritto», si assegnano competenze — chi pianifica, chi coordina, chi distribuisce. Il deputato Alfredo Álvarez Ramírez, intervenendo in aula, ha dato la misura della posta in gioco: «Con questa legislazione, Colima ha l’opportunità di essere pioniera in materia di alimentazione sana». Ma un’architettura normativa, da sola, non riempie i piatti. Il divario da colmare si misura sui numeri, non sugli articoli.

Il paradosso del diritto: la Costituzione promette, i dati raccontano altro

Per capire la portata della mossa di Colima basta guardare la forbice tra il testo costituzionale e la quotidianità alimentare del paese. L’articolo 4° della Costituzione messicana stabilisce che ogni persona ha diritto a un’alimentazione nutritiva, sufficiente e di qualità, e che lo Stato lo garantirà. Un mandato netto, senza eccezioni.

In attuazione di quel principio, la Ley General de la Alimentación Adecuada y Sostenible è stata pubblicata nel Diario Oficial de la Federación il 17 aprile 2024. Da quel momento, gli stati federati avrebbero dovuto armonizzare i propri quadri giuridici locali: Colima è il primo a completare l’operazione. Ma i dati citati nella exposición de motivos — la documentazione che ha accompagnato il progetto di legge — raccontano un altro Messico.

Secondo i dati citati nella exposición de motivos, tra il 2018 e il 2020 il 22,6% delle famiglie del paese ha vissuto con insicurezza alimentare moderata o grave: poco meno di una famiglia su quattro. Il profilo della dieta non è più incoraggiante: solo il 28% della popolazione consumava verdure quotidianamente, mentre l’85% consumava bevande zuccherate in modo abituale. Il paradosso è tutto qui: una Costituzione che obbliga lo Stato a garantire un’alimentazione di qualità e un consumo quotidiano che ruota intorno alle bevande zuccherate. La legge di Colima nasce esattamente in questa distanza, e prova a chiuderla con strumenti di governo concreto.

Prima non significa migliore: cosa cambia davvero per chi governa il territorio

La legge non è un punto di arrivo ma un punto di partenza per municipi e autorità statali. Il deputato Alfredo Álvarez Ramírez ha sintetizzato il passaggio con una formula netta: «Oggi il diritto di mangiare bene ha smesso di essere un privilegio per diventare un obbligo dello Stato». Il senso è chiaro: la garanzia non è più una promessa, è un compito amministrativo con responsabilità individuabili.

Chi dovrà attuarla — municipi e autorità statali — si trova davanti un meccanismo di coordinamento che assegna competenze, impone pianificazione e introduce criteri per la produzione e la distribuzione degli alimenti. Il testo parla di prodotti «di qualità, innocui, a basso impatto ambientale e culturalmente adeguati»: standard che vanno trasformati in procedure, bandi, controlli, fornitori accreditati. Non basta approvare una norma: serve costruire la capacità amministrativa per eseguirla.

La tensione rimane aperta. Colima ha costruito la strada — 114 articoli di competenze e obblighi — ma chi la percorrerà? Essere i primi non equivale a essere i migliori: il primo stato a dotarsi di un’architettura completa non è automaticamente quello che la farà funzionare meglio. I numeri di partenza restano allarmanti: il 22,6% di famiglie in insicurezza alimentare, il divario tra il 28% di chi consuma verdure e l’85% di chi beve abitualmente bevande zuccherate. Sono cifre che non cambiano con la pubblicazione di una norma.

Colima ha tradotto un diritto in un obbligo operativo: è il primo banco di prova nazionale per verificare se un impianto normativo dettagliato può davvero coordinare produzione, distribuzione e lotta allo spreco sul campo. La vera prova non è la prima firma, né l’unanimità in aula. È la capacità di trasformare 114 articoli in azioni misurabili, mentre i dati sull’alimentazione del paese continuano a raccontare una realtà che la carta non può correggere da sola.