Nel 2025 le violazioni ambientali sono più che triplicate e la multinazionale Mowi è responsabile dell’84% della formaldeide usata
La realtà nei laghi scozzesi
I numeri raccontano una storia meno rassicurante di quella che le confezioni lasciano intendere. Ai 48 mila chilogrammi di formaldeide scaricati nel 2025 si aggiungono altri dati che fanno riflettere: le non conformità ambientali registrate dalla Scottish Environment Protection Agency (SEPA) sono schizzate a 103 casi, con un incremento del 243% rispetto ai 30 del 2024. Significa che in un anno solo le violazioni documentate sono più che triplicate. E c’è un nome che ricorre più di tutti: la multinazionale norvegese Mowi, da sola responsabile dell’84% di tutta la formaldeide utilizzata lo scorso anno nell’industria scozzese del salmone. A rendere il quadro ancora più fosco, nel 2025 sono morti 12 milioni di pesci negli allevamenti, un’ecatombe che parla di vasche sovraffollate, condizioni sanitarie precarie e trattamenti chimici intensivi. Nel 2024 il Fish Health Inspectorate (FHI), durante 158 visite, aveva già trovato 68 casi di non conformità: una media di 43 irregolarità ogni cento ispezioni.
C’è un paradosso regolatorio che pesa su questa vicenda. La stessa SEPA richiede un’autorizzazione per l’uso della formalina e, quando la concede, impone limiti rigorosi sulle quantità che gli allevatori possono impiegare. L’agenzia dichiara di effettuare regolarmente audit presso gli allevamenti autorizzati per verificare che quei limiti siano rispettati. Eppure i dati del 2025 mostrano un’impennata sia dei volumi di sostanza chimica utilizzata sia delle violazioni registrate. Non è difficile chiedersi se tra la norma scritta e la realtà sommersa non ci sia uno scarto che assomiglia a una voragine. La tensione tra regole e controlli è il cuore del problema: avere standard severi serve a poco se poi i numeri dicono che l’uso di formaldeide continua a crescere e le morti di pesci si contano a milioni.
Cosa mettere nel piatto
Salmon Scotland, l’associazione che rappresenta i produttori scozzesi, respinge le critiche. Un portavoce ha dichiarato che gli allevatori operano secondo alcuni dei più elevati standard di salute, benessere e ambiente al mondo, e ha aggiunto che gli attivisti spesso «presentano un quadro fuorviante» di ciò che accade negli allevamenti. Ma le carte ufficiali raccontano un’altra storia. Tra gennaio 2023 e ottobre 2025 le aziende hanno registrato oltre 35 milioni di morti impreviste di salmoni; nello stesso arco di quasi tre anni, però, l’Animal and Plant Health Agency (APHA) ha ispezionato soltanto 21 dei 213 allevamenti attivi in Scozia – meno del 10% del totale – e ha condotto appena due visite a sorpresa. Due controlli senza preavviso in un settore da centinaia di impianti, mentre i pesci morivano a decine di milioni.
Davanti a questi numeri, il consumatore italiano ha il diritto di chiedersi cosa fare concretamente. Non serve trasformare la spesa in un esame di coscienza, ma qualche accorgimento può cambiare le cose. La prima mossa è controllare l’etichetta: il salmone scozzese di allevamento è quasi sempre indicato in confezione, e sapere da dove arriva è già metà dell’informazione. La seconda è cercare certificazioni indipendenti – Asc (Aquaculture Stewardship Council) o Bio – che impongono limiti più stringenti sull’uso di sostanze chimiche e densità degli allevamenti. La terza, quando possibile, è variare: non tutto il salmone viene dalla Scozia, e non tutto il pesce azzurro deve per forza nuotare in un allevamento intensivo. Il punto è semplice: se 48 tonnellate di formaldeide e 12 milioni di pesci morti in un anno solare sono lo standard «tra i più alti al mondo», forse il consumatore merita di saperlo prima di aprire il portafoglio. La prossima volta che prendi quel pacchetto al banco frigo, chiediti solo una cosa: sai abbastanza per una scelta sostenibile? Informarsi sulle certificazioni, anche in due minuti al cellulare, può fare la differenza tra un carrello che alimenta un problema e uno che premia chi produce in modo diverso.




