La proposta UE per estendere il divieto si è scontrata con le obiezioni degli Stati Uniti
Siete davanti al banco del pesce, occhi puntati su un bel trancio di pesce spada. L’etichetta dice “Atlantico”, ma la mente corre a quei documentari con i delfini intrappolati nelle reti. Quel dubbio è più che giustificato: secondo l’analisi pubblicata da Mongabay sulla pesca con reti derivanti, dietro una fetta consistente del pesce spada che arriva sulle nostre tavole c’è una strage silenziosa di cetacei. E i numeri sono tutt’altro che rassicuranti.
Il dubbio al banco del pesce
Le reti da posta derivanti sono un metodo di pesca tanto efficace quanto distruttivo: vengono lasciate andare alla deriva per chilometri, catturando tutto ciò che incontrano. Il pesce spada è il bersaglio, ma a finire intrappolati sono anche delfini, balene e focene. I dati dell’Environmental Investigation Agency (EIA) parlano di una strage da 35.000 marsovini ogni anno nelle acque europee, con 15 popolazioni di cetacei ormai minacciate proprio a causa del bycatch.
Chi compra pesce spada in Italia o nel resto d’Europa raramente sa che una quota rilevante proviene da flotte che usano questo attrezzo, spesso in spregio a regolamenti già esistenti. La Environmental Justice Foundation (EJF) ha documentato che la flotta marocchina di reti derivanti è più che raddoppiata in vent’anni: si è passati da 370 imbarcazioni nel 2004 a 843 nel 2024. Il Marocco è tra i principali fornitori di pesce spada sui mercati europei, e questa crescita rende il problema sempre più urgente. Ma chi sta facendo qualcosa per fermare questa strage invisibile?
Il fronte delle regole
Mentre noi ci poniamo queste domande davanti al banco, nei corridoi della diplomazia internazionale si gioca una partita complessa. Già nel novembre 2003 la Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (ICCAT) aveva vietato l’uso di reti da posta derivanti per i grandi pelagici nel Mediterraneo, una decisione che il WWF all’epoca definì «una grande vittoria». Ma a distanza di oltre vent’anni, il divieto nel Mediterraneo non basta: le reti continuano a uccidere nell’Atlantico, e servono regole condivise anche fuori da quel bacino.
La novità è che l’Unione Europea ha presentato a giugno di quest’anno una proposta per rafforzare le restrizioni internazionali durante la riunione tecnica dell’ICCAT. L’obiettivo è estendere e rendere più stringenti i limiti, colpendo pratiche che finora sono rimaste in una zona grigia. La stessa proposta, messa sul tavolo alla riunione annuale dell’ICCAT del 2025, era andata vicina al consenso necessario per diventare una regola vincolante. Ma, come ha spiegato Jesús Urios Culiañez, portavoce dell’iniziativa, quel tentativo si è arenato dopo le obiezioni sollevate dagli Stati Uniti.
Stavolta, però, lo scenario è diverso. Il Marocco – uno dei Paesi più criticati proprio per l’uso di grandi reti derivanti illegali – è emerso come uno dei più forti sostenitori della proposta. Un cambio di posizione che potrebbe spostare gli equilibri negoziali, creando un asse UE-Marocco capace di isolare la resistenza americana. Resta da vedere se questa volta gli Stati Uniti cederanno o se il consenso si romperà di nuovo.
Cosa cambia per chi compra il pesce
Al di là delle trattative, la domanda resta: cosa possiamo fare noi, mentre aspettiamo che le regole cambino? Al momento manca un’etichetta specifica che certifichi l’assenza di reti derivanti nella cattura del pesce spada. L’unica strada concreta è fare domande: chiedere al pescivendolo il metodo di pesca e la provenienza esatta, preferire fornitori che dichiarano attrezzi selettivi come palangari o lenze a mano, diffidare di prezzi sospettosamente bassi per una specie così pregiata.
La buona notizia è che il prossimo round negoziale dell’ICCAT, previsto per la fine dell’anno, potrebbe finalmente portare a un accordo. Se l’asse UE-Marocco reggerà, le probabilità di un giro di vite aumentano. Per chi fa la spesa, questo significa che nei prossimi mesi potrebbero esserci sviluppi concreti, con ricadute sulla trasparenza della filiera e, forse, su un’etichettatura più chiara. La prossima volta che scegliete un trancio di pesce spada, sappiate che la partita per la sua sostenibilità si gioca proprio in sedi come l’ICCAT, e che quest’anno potrebbe esserci una svolta. Nel frattempo, informarsi resta l’unico strumento utile: cercate fornitori che garantiscano metodi di pesca selettivi e non abbiate paura di chiedere conto di quello che portate in tavola.




