Il pescato in crollo aggrava la crisi alimentare: a dicembre 2025, il 79% delle famiglie non poteva comprare cibo.
Lo scorso 17 giugno, uno scatto della FAO ha immortalato un mercato ittico di Gaza: qualche decina di persone raccolte attorno a poche casse di pesce, in una delle scene più eloquenti di ciò che resta dell’economia alimentare della Striscia. Quella fotografia è l’istantanea di una resilienza ridotta al minimo. Ma il numero che la spiega è ancora più duro dell’immagine: 7,3 per cento.
Tra ottobre 2023 e aprile 2024, la media giornaliera di pescato a Gaza è crollata al 7,3% dei livelli del 2022. Sette chili su cento, per dare un’idea concreta. Una perdita di produzione che la FAO quantifica in 17,5 milioni di dollari in sei mesi, in un territorio dove il pesce fresco era una delle pochissime fonti di proteine animali accessibili. Non si parla solo di una crisi ittica: è l’implosione di un’economia del cibo che parte dal mare e che, fino a pochi anni fa, dava da vivere a circa seimila persone.
Le radici della crisi: restrizioni, conflitti e una forza lavoro decimata
Se si guarda oltre il dato, la spiegazione ha radici profonde. Secondo il Ministero dell’Agricoltura palestinese, già a dicembre 2024 l’esercito israeliano aveva ucciso 200 pescatori e loro collaboratori, su circa 6.000 persone impiegate nel settore prima del 7 ottobre 2023. In proporzione, è come se un’intera categoria professionale avesse perso oltre il 3% dei suoi membri in quindici mesi — un’amputazione di capitale umano che per un mestiere tramandato di padre in figlio non ha sostituti immediati.
Eppure, appena cinque anni prima dell’attuale catastrofe, il quadro sembrava diverso. Il 1° aprile 2019, le autorità israeliane avevano ampliato l’area di pesca consentita lungo la costa meridionale e centrale di Gaza da sei a quindici miglia nautiche al largo — la distanza massima a cui i pescatori erano autorizzati ad accedere dal 2000. Un’apertura che, secondo i dati OCHA, aveva prodotto un aumento relativo del pescato. Ma quel margine di respiro si è rivelato effimero. Oggi la linea delle quindici miglia è un ricordo remoto per chi non può avvicinarsi alla riva senza rischiare la vita.
Il risultato si misura nei dati sulla sicurezza alimentare. A dicembre 2025 — oltre un anno dopo la fase più acuta delle ostilità — il 79% delle famiglie di Gaza non poteva permettersi di comprare cibo. Lo hanno attestato congiuntamente FAO, UNICEF, WFP e OMS. Non è la carestia dichiarata, ma poco ci manca: quasi otto famiglie su dieci non hanno i soldi per mangiare, in un mercato dove l’offerta è comunque scarsa e i prezzi restano fuori controllo. Il pesce, che un tempo sopperiva in parte a questa fragilità, è diventato un bene di lusso anche per chi abita a poche centinaia di metri dalla riva.
Ricostruire dal mare: il paradosso di un potenziale da 71 miliardi
Anche dentro a un disastro di queste proporzioni, c’è un dato che — osservato con la giusta distanza — può sorprendere. La pesca a Gaza «rimane su piccola scala e basata sulla costa, con un forte potenziale di recupero»: lo scrive la FAO in un aggiornamento umanitario pubblicato lo scorso giugno. Non è ottimismo a buon mercato. La pesca costiera ha, in contesti post-conflitto, una capacità di ripartenza più rapida rispetto ad altri settori produttivi: servono barche, reti e un accesso al mare che sia sicuro — non infrastrutture complesse né filiere lunghe. In teoria, basterebbe restituire ai pescatori ciò che gli è stato tolto.
In pratica, però, il costo della ricostruzione complessiva è una montagna che schiaccia qualunque ragionamento settoriale. Secondo il rapporto congiunto di Banca Mondiale, Unione Europea e Nazioni Unite pubblicato lo scorso aprile, i danni fisici causati dal conflitto ammontano a 35,2 miliardi di dollari e le perdite economiche a 22,7 miliardi, per un totale di 57,9 miliardi. Ma è la stima successiva a dare la misura reale della sfida: i bisogni di recupero e ricostruzione sono valutati in circa 71,4 miliardi di dollari. Dentro questa cifra, la pesca è una voce minuscola, quasi invisibile nei grandi piani di ricostruzione. Eppure è proprio da settori come questo — produttivi, locali, a bassa soglia di investimento iniziale — che bisognerebbe partire, se l’obiettivo è restituire alle persone la capacità di nutrirsi da sole senza dipendere indefinitamente dagli aiuti.
Quel 7,3% non è solo un numero: è la misura di quanto il cibo a Gaza dipenda da ciò che il mare può ancora dare, e di quanto sarà costoso — in tutti i sensi — riportarlo a galla.




