Il tasso di utilizzo delle batterie si ferma al 9% mentre le centrali a carbone incassano il 91% dei ricavi
Nove. Il 9 per cento. È il tasso medio di utilizzo che i sistemi di accumulo a batteria cinesi hanno registrato nel 2023, stando a un’analisi sul paradosso della transizione cinese. In un sistema che installa gigawattora di batterie come se fossero pannelli fotovoltaici, la cifra racconta un’altra storia: la capacità c’è, ma per lo più resta ferma.
Eppure Pechino ha appena tagliato un traguardo simbolico. Nei primi mesi del 2026, per la prima volta, la quota del carbone nella generazione elettrica è scesa sotto la metà, fermandosi al 49,7%. Il 26% della produzione è arrivato da eolico e solare. I titoli hanno parlato di sorpasso, ma guardare solo il mix di un semestre rischia di nascondere la tensione che attraversa l’intero sistema.
La coperta di carbone che continua a crescere
Mentre la capacità rinnovabile avanza, le centrali a carbone non arretrano. Nel 2025 Pechino ha costruito. E c’è una filiera di progetti per altri 500 GW pronta a entrare in cantiere. Sono numeri da espansione di un comparto fossile, non da fase calante.
Molti di questi impianti funzionano già con un fattore di carico inferiore al 50%. Restano accesi non perché servano sempre, ma perché il sistema paga per tenerli disponibili. Nel 2023, le centrali a carbone si sono assicurate il 91,4% dei ricavi garantiti dal meccanismo di remunerazione della capacità. Un’assicurazione pagata a peso d’oro, che in pratica finanzia la permanenza del fossile.
Batterie ferme e il buco della lunga durata
L’accumulo elettrochimico dovrebbe essere il ponte tra intermittenza e stabilità. Ma il dato del 9% mostra che non sta svolgendo quel ruolo. A questo si aggiunge un problema di struttura del mercato. Ying Zhou ha spiegato che con il criterio della competitività pura, «le batterie con cicli di poche ore, essendo più economiche, tendono a vincere sempre. Per ora la cosa può funzionare, ma più aumenterà la percentuale di rinnovabili intermittenti nel mix energetico, più ci sarà bisogno di accumuli di media e lunga durata, capaci di coprire le Dunkelflaute». Il rischio, contenuto in un’analisi sul paradosso della transizione, è che i sistemi più costosi ma indispensabili per la tenuta della rete vengano tagliati fuori dal mercato.
La Cina ha corretto parzialmente il tiro: dopo la ricerca di Zhou, l’ammissione delle batterie nel mercato della capacità è arrivata. Ma resta da vedere se basterà a modificare la composizione degli investimenti. Negli Stati Uniti, per confronto, a fine 2025 la capacità operativa di accumulo ha raggiunto 43,6 gigawatt di batterie, con una crescita media del 70% in tre anni. L’ordine di grandezza è simile, ma il sistema americano preme sull’utilizzo reale, non solo sulla taglia installata.
Quando i piani di flessibilità restano sulla carta
Il problema non è isolato. Il TFIE Strategy Briefing ha mostrato come le medie nazionali nascondano differenze operative profonde tra Cina e India. In molte aree, i piani di flessibilità della rete corrono più veloci delle reti stesse. Si progetta, si annuncia, ma non si consegna in tempo.
Nel frattempo, la memoria dei blackout del 2021-2022, con i danni economici che produssero, resta un avvertimento concreto.
Il paradosso cinese non sta nella convivenza tra rinnovabili e carbone, ma in una transizione che installa capacità senza governarne il funzionamento quotidiano. La cifra da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è la percentuale di eolico e solare nel mix, ma il differenziale tra gigawatt installati e gigawattora effettivamente erogati da batterie e impianti flessibili. Finché quel divario resta ampio, la sicurezza del sistema poggia su fondamenta più vecchie di quanto i comunicati lascino intendere.




