Due curricula tra microbiologia e fermentazione si incrociano in aula, ma manca la materia prima a valle
Trent’anni di microbiologia da una parte, ventinove di fermentazione dall’altra. Due curriculum che si sono incrociati per novanta minuti — dalle 13 alle 14:30 — a metà agosto in un’aula del campus della Lincoln University. Il professor Stephen On e la dottoressa Laura Villamizar, riuniti nella sala Inaka del Waimarie Building, hanno discusso di come la fermentazione microbica possa ridurre gli sprechi, migliorare l’uso delle risorse e creare prodotti a più alto valore nei sistemi agricoli neozelandesi. L’ateneo ha messo la fermentazione al centro di una sessione della sua Bioeconomy Series, collegando la ricerca di laboratorio all’agricoltura, alla produzione alimentare e all’uso industriale.
On ha presentato ricerche maturate in oltre trent’anni di lavoro microbiologico. Villamizar, del Bioeconomy Science Institute, ne ha ventinove distribuiti tra controllo biologico, produzione di massa di microrganismi, fermentazione e sviluppo di formulazioni. Secondo la Lincoln University, la sua ricerca ha contribuito alla commercializzazione e all’approvazione regolatoria di prodotti microbici per l’agricoltura sostenibile in Colombia, Brasile e Nuova Zelanda. Non sono carriere accademiche qualsiasi: sono percorsi che altrove avrebbero trovato spazio in un’industria. Il fatto che finiscano a parlarne in un campus dice più del Paese che di loro. Due mesi dopo, il dato che resta non è la ricerca: è il vuoto a valle.
Il paradosso neozelandese: piattaforma forte, visione debole
Quei curriculum si scontrano con una realtà nazionale in cui convivono slancio verde e inerzia. Da un lato, il Paese combina una produzione primaria forte con un’economia di mercato e politiche recenti di crescita verde a basse emissioni: una piattaforma eccellente per lo sviluppo bioeconomico. Dall’altro, la forza delle industrie biologiche consolidate e la mancanza di una visione chiaramente definita — o di un sostegno coeso — generano un’inerzia sufficiente a impedire che quel potenziale si realizzi. La Nuova Zelanda ha i muscoli, ma non la direzione.
Il paradosso è tutto qui. Il Paese sa produrre biomassa e sa fare ricerca, come dimostra il percorso di Villamizar, arrivato alla commercializzazione in tre Paesi. Ma le filiere consolidate — latte e carne, soprattutto — assorbono capitali, infrastrutture e attenzione politica. La bioeconomia resta un tema da campus, non una priorità di sistema. Se la scienza non è il collo di bottiglia, il freno sta più a valle: nella filiera, nella disponibilità di input, nel disallineamento tra ciò che i gruppi di ricerca sanno fare e ciò che l’economia è disposta a pagare.
La segatura come barbabietola da zucchero
Dalla visione alla materia. Secondo AgResearch, il freno principale è l’accesso a un materiale adatto che sia insieme conveniente dal punto di vista economico ed ecologico. Il confronto internazionale è netto: l’Australia usa la canna da zucchero, l’Europa la barbabietola da zucchero. In Nuova Zelanda un’opzione praticabile potrebbe essere la segatura da lavorazione forestale.
La segatura non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra un processo di fermentazione che parte con una materia prima abbondante e a basso costo e uno che deve importarla o produrla con costi aggiuntivi. L’Australia ha integrato la canna da zucchero nella sua filiera industriale; l’Europa fa lo stesso con la barbabietola. La Nuova Zelanda, finora, ha guardato soprattutto ai pascoli. Se la segatura forestale diventasse l’equivalente neozelandese della barbabietola da zucchero, si aprirebbero spazi per prodotti fermentati ad alto valore, dall’agricoltura sostenibile alla produzione alimentare, senza competere con le colture destinate al consumo. Ma servirebbe una filiera forestale disposta a cederla a prezzi che la fermentazione possa assorbire. E questo è un problema di mercato, non di biologia.
Il dato da tenere d’occhio, due mesi dopo quella sessione, non è in laboratorio: è nel mercato delle materie prime forestali, e in particolare se la segatura diventerà un input contendibile.




