Le nuove soglie valgono dal 12 agosto anche per gli imballaggi già in magazzino

25 ppb: il divieto che non lascia scorte

Per capire la portata, serve entrare nel dettaglio dei numeri del divieto. Dal 12 agosto, gli imballaggi alimentari non possono essere immessi sul mercato UE se contengono PFAS a concentrazioni pari o superiori a 25 parti per miliardo per ogni singolo PFAS misurato con analisi mirata, esclusi i PFAS polimerici; 250 parti per miliardo per la somma dei PFAS rilevati con la stessa analisi, sempre esclusi i polimerici; e 50 parti per milione per i PFAS totali, inclusi quelli polimerici. Sono soglie da laboratorio, non da buona volontà: un valore di 25 ppb equivale a cercare 25 unità in un miliardo, un ordine di grandezza che lascia margini quasi nulli a chi lavora con materiali contaminati.

Il passaggio più duro riguarda il tempo. La Commissione europea ha precisato che il PPWR non prevede un periodo transitorio per la vendita di imballaggi contenenti PFAS: un imballaggio prodotto prima del 12 agosto, ma immesso sul mercato UE dopo quella data, deve comunque rispettare i nuovi limiti. Tradotto per le aziende: non basta svuotare gli ordini in corso, bisogna verificare anche ciò che è già in magazzino. È la differenza tra un cambio di etichetta e un cambio di regime tecnico: la conformità si misura sulla chimica del materiale, non sulla data di produzione.

Resta una domanda: perché l’Europa ha scelto una soglia così bassa proprio adesso?

186,5 kg a testa: la montagna di rifiuti

La risposta sta nei rifiuti accumulati negli ultimi decenni. Nel 2022 i rifiuti di imballaggio nell’UE hanno raggiunto un record di 186,5 kg per persona: un dato che da solo spiega l’urgenza del regolamento. Gli imballaggi rappresentano inoltre quasi la metà di tutti i rifiuti marini. Senza interventi, la Commissione europea stimava che i rifiuti di imballaggio sarebbero cresciuti del 19% entro il 2030, con i soli imballaggi in plastica in possibile aumento fino al 46%.

Il PPWR sostituisce la direttiva del 1994 sugli imballaggi (Direttiva 94/62/CE) e istituisce un regime armonizzato direttamente applicabile a tutti gli imballaggi immessi sul mercato comunitario, indipendentemente dal materiale o dall’origine, e a tutti i rifiuti di imballaggio generati negli Stati membri. Il messaggio di fondo è semplice: regole uguali per chiunque entri nel mercato UE, senza scorciatoie nazionali.

Ma se il contesto spiega il perché, restano da chiarire gli effetti immediati sul mercato.

Il 2030 come verifica, il 2028 per le etichette

Il divieto è già attivo: cosa succederà nei prossimi anni? Il primo appuntamento è lontano ma non simbolico. Entro il 12 agosto 2030, la Commissione europea valuterà se modificare o abrogare la restrizione sui PFAS prevista dal PPWR. In mezzo, nel 2028, si applicherà in tutta l’UE un sistema armonizzato di etichettatura degli imballaggi per facilitare la raccolta differenziata dei rifiuti.

C’è un disallineamento che conviene tenere presente. Secondo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), i limiti del PPWR sono in linea con la proposta di restrizione universale dei PFAS, ma scattano molto prima che quella restrizione proposta dall’Agenzia diventi probabilmente efficace. In pratica, l’Europa ha anticipato con un regolamento di settore una discussione più ampia che altrove richiederà ancora anni. Per il mercato degli imballaggi alimentari, però, il tempo non è un’opzione: la conformità è già richiesta.

La vera incognita non è la soglia, ma la capacità di controllo e l’armonizzazione delle etichette nel 2028. Il numero da tenere d’occhio non è più 25 ppb, ma la data del 12 agosto 2030: da lì si capirà se la stretta è stata un anticipo o un eccesso.