Risoluzione adottata a luglio, ma in 43 dei 49 paesi con dati le donne restano escluse dalla proprietà terriera
Un anno proclamato a metà
Lo scorso 31 luglio, a metà di un anno che avrebbe dovuto celebrare le donne nei campi, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione per proclamare il 2026 come Anno internazionale dell’agricoltrice. Un paradosso temporale che fotografa l’urgenza: l’ONU ha deciso a luglio che il 2026 sarebbe stato dedicato alle agricoltrici, quando l’anno era già inoltrato da sette mesi. La risoluzione, proposta dagli Stati Uniti d’America e adottata per consenso, è stata accolta con favore dalla FAO. A corredo della celebrazione è arrivata anche la pubblicazione di UN Women dedicata alle agricoltrici che si prendono cura di persone e pianeta. Ma i numeri della disuguaglianza raccontano una storia più dura.
La terra negata
Dietro la celebrazione, i dati raccontano un’altra storia. L’indicatore SDG 5.a.1, che monitora la proprietà terriera tra le famiglie agricole, mostra che in 43 dei 49 paesi con dati disponibili gli uomini hanno maggiori probabilità rispetto alle donne di possedere o avere diritti fondiari sicuri. Il dato arriva dal centro di apprendimento della FAO su genere, terra, suolo e acqua. Non è una cifra marginale: significa che nella maggior parte dei contesti le agricoltrici lavorano senza un titolo, senza garanzie, senza la possibilità di usare la terra come leva per credito o investimenti.
La conseguenza più diretta è l’insicurezza alimentare. Secondo le proiezioni di UN Women, 1,1 miliardi di donne e ragazze rimarranno in condizioni di insicurezza alimentare entro il 2030. Non è un problema che riguarda solo i paesi in via di sviluppo: è una condizione strutturale che attraversa i sistemi agricoli, aggravata dal fatto che le donne, pur rappresentando una quota rilevante della forza lavoro nei campi, restano escluse dalla proprietà e dalle decisioni.
Il quadro è chiaro. L’Anno internazionale dell’agricoltrice nasce in un mondo in cui la maggior parte delle agricoltrici non possiede la terra che coltiva. La celebrazione formale convive con una disuguaglianza che i dati fotografano da anni. E il potenziale economico è enorme, ma chi lo realizza?
Il costo dell’inerzia
A questo punto la domanda non è se convenga, ma chi ha il potere di agire. Secondo stime della FAO, colmare il divario di genere nella produttività agricola e il divario salariale nell’occupazione agricola aumenterebbe il prodotto interno lordo globale di quasi 1.000 miliardi di dollari e ridurrebbe di 45 milioni il numero di persone in condizioni di insicurezza alimentare. Non è una cifra simbolica: è il costo dell’inerzia.
Nel frattempo, le iniziative esistenti restano in gran parte sul piano della sensibilizzazione. La serie “Women Farmers. Caring for people and planet. Sustaining land, water, and biodiversity” è una coproduzione di GIZ, World Food Forum e UN Women: materiali utili a raccontare le agricoltrici, ma che da soli non cambiano la struttura della proprietà fondiaria. Intanto, il 2026 scorre: l’anno dell’agricoltrice rischia di chiudersi senza risposte.
A mesi dalla risoluzione, la distanza tra riconoscimento formale e diritti reali resta da colmare. Che cosa cambierà per le agricoltrici prima che il 2026 finisca?




