Il divario finanziario separa le risorse promesse da quelle realmente stanziate per la biodiversità
Tra due giorni, l’8 luglio, si tiene una riunione online del gruppo di consulenza scientifica che prepara il rapporto globale sul Quadro per la biodiversità. È uno dei tanti incontri tecnici che, da qui a ottobre, cercheranno di colmare un buco che fa riflettere: 37 miliardi di euro. È il divario finanziario per la biodiversità che ogni anno separa le risorse promesse da quelle realmente stanziate.
37 miliardi di motivi per preoccuparsi
Il divario di 37 miliardi di euro non è un esercizio contabile. Tradotto in pratica, significa che per ogni euro speso per proteggere foreste, oceani e specie a rischio, ce ne vorrebbero almeno due. Lo scorso 21 maggio, la Commissione europea aveva già convocato una riunione a Bruxelles proprio per affrontare il nodo dei finanziamenti. L’incontro, pur riconoscendo l’urgenza, non ha prodotto impegni vincolanti.
Quei soldi dovrebbero servire a realizzare il Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal, approvato nel 2022, che fissa 4 obiettivi al 2050 e 23 target al 2030. Obiettivi ambiziosi, ma senza una copertura finanziaria adeguata rischiano di restare sulla carta. E il conto, alla fine, lo pagano i cittadini e le imprese che dipendono da risorse naturali sane: dalla pesca all’agricoltura, dal turismo alla farmaceutica.
Il calendario che precede Yerevan
Prima ancora di arrivare al vertice politico di ottobre, c’è un fitto calendario di incontri tecnici che proverà a dare sostanza ai numeri. Dal 13 al 17 luglio, a Ginevra, si riunisce il Comitato per gli animali della CITES, la convenzione che regola il commercio internazionale di specie a rischio. Subito dopo, dal 17 al 23 luglio, tocca al Comitato per le piante, sempre a Ginevra. Sono due passaggi poco appariscenti, ma fondamentali: decidono quali specie possono essere commerciate e con quali limiti, influenzando direttamente filiere che vanno dalla moda all’alimentazione.
Yerevan e il conto da pagare
Quando i ministri e i capi delegazione si siederanno a Yerevan, dal 19 al 30 ottobre, avranno davanti il primo bilancio collettivo del Framework di Kunming-Montreal. Non sarà un semplice check-up tecnico: la Conferenza ONU sulla biodiversità di quest’anno è il primo momento in cui si verificherà se i 23 target per il 2030 sono ancora credibili o se sono già fuori portata.
Il precedente non è incoraggiante. La COP16, conclusa a Roma nel febbraio 2025, aveva raggiunto accordi faticosi su finanza, indicatori e monitoraggio, ma aveva lasciato sul tavolo proprio la questione del finanziamento. La riunione convocata dalla Commissione europea lo scorso maggio ha confermato che il gap resta di 37 miliardi l’anno. Se a Yerevan non si arriverà con impegni più precisi — per esempio, quote vincolanti di spesa pubblica o meccanismi di finanza mista che coinvolgano fondi privati — il rischio è che il Quadro globale resti un esercizio di buone intenzioni.
Per i cittadini e le imprese, il conto è meno astratto di quanto sembri. La perdita di biodiversità si traduce in costi reali: terreni agricoli meno produttivi, rischi per la pesca, crollo delle popolazioni di impollinatori. Alcuni studi stimano che oltre la metà del PIL mondiale dipenda dalla natura e dai servizi che essa offre. Colmare il divario di 37 miliardi, in altre parole, non è una spesa ma un investimento per evitare perdite molto più grandi. A Yerevan si capirà se i governi sono pronti a trattare la natura come un asset da proteggere, o se continueranno a considerarla un costo marginale.
La natura non aspetta: quando arriveremo a Yerevan, i 37 miliardi di euro saranno solo una frazione del costo reale dell’inazione. Monitorare quei negoziati non è solo per addetti ai lavori: è capire quanto ci costerà il futuro.




