La prima revisione globale del framework sulla biodiversità si terrà a Yerevan tra incognite tecniche e un buco finanziario da

La macchina della revisione: come funziona (e perché arranca)

Il Kunming-Montreal GBF è stato adottato nel dicembre 2022 durante la COP15, tracciando un’architettura ambiziosa — 23 target, 4 obiettivi al 2050 — che dovrebbe traghettarci verso un mondo in armonia con la natura. Dentro quella struttura c’è un meccanismo di controllo che pochi, all’epoca, hanno esaminato con attenzione: la Global Review. È il momento in cui le Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica fanno il punto su ciò che è stato implementato, confrontano i dati nazionali e ricalibrano la rotta. La prima iterazione, quella di Yerevan, segna un passaggio tecnico e politico senza precedenti per la CBD.

Ma come spesso accade con gli strumenti di monitoraggio alla prima accensione, il motore è pieno di incognite. Secondo l’analisi pubblicata dall’IDDRI, permangono incertezze su come il processo si svolgerà nella pratica e, soprattutto, su come verrà tradotto in decisioni politiche vincolanti. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: se la revisione non produce conseguenze misurabili — sanzioni reputazionali, correzione degli obiettivi nazionali, riallocazione delle risorse — resterà un esercizio di stile, una liturgia senza effetti sul pianeta. La CBD non ha ancora definito un formato rigido per la raccolta e la verifica dei dati, e i meccanismi di accountability restano fragili. Parliamo di un impianto che dovrebbe setacciare migliaia di report nazionali, indicatori di biodiversità e dati finanziari, incrociandoli con le proiezioni modellistiche, e farlo con una trasparenza sufficiente a inchiodare i governi alle loro responsabilità. Siamo ancora lontani da uno standard operativo rodato.

Ma la burocrazia da sola non basta: i numeri raccontano una storia più cruda.

Il gap da 37 miliardi: il dato che non si può ignorare

Il nodo finanziario è la chiave di volta dell’intero framework. La Commissione Europea, in una comunicazione dello scorso maggio, ha messo nero su bianco la cifra: 37 miliardi di euro all’anno è la voragine che separa le risorse attualmente mobilitate da quelle necessarie per invertire la curva del declino della biodiversità entro il 2030. Non sono spiccioli. È un deficit strutturale che si accumula anno dopo anno, erodendo la capacità dei paesi in via di sviluppo di finanziare aree protette, ripristino degli ecosistemi e misure per le comunità locali. La COP17 dovrà rispondere a una domanda semplice: chi mette i soldi mancanti? E con quali meccanismi di controllo si garantisce che quei flussi arrivino davvero a terra, e non si perdano nei corridoi della finanza climatica?

Senza un aumento tangibile dei finanziamenti — pubblici, privati, multilaterali — la revisione globale diventa un teatro dell’assurdo: misuriamo il progresso, scopriamo che è insufficiente, ma nessuno si assume l’onere politico di correggere il tiro. I 37 miliardi sono il benchmark di realtà contro cui saranno valutati gli impegni di Yerevan.

Eppure, prima che a Yerevan si discuta, il lavoro preparatorio parte da lontano.

Dai laboratori regionali a Yerevan: la diplomazia sul campo

La strada verso la capitale armena passa per tappe tecniche che stanno già scaldando i motori. Alla fine di luglio, Nairobi ospiterà il ventottesimo incontro dell’organo sussidiario scientifico e tecnico, e subito dopo, dal 4 al 12 agosto, toccherà al braccio operativo — il SBI-7 — mettere a punto le raccomandazioni su implementazione e monitoraggio. Sono i luoghi dove le bozze di decisione prendono forma, dove i delegati affilano il linguaggio dei documenti che la COP17 voterà. Più a ridosso della conferenza, il primo settembre, Città del Messico accoglierà il workshop regionale di capacity-building sull’Articolo 8(j), dedicato alle conoscenze tradizionali e al ruolo delle comunità indigene per i paesi ispanofoni dell’America Latina. Un altro appuntamento speculare è già fissato per novembre a Kathmandu, pensato per i paesi asiatici.

Sulla carta, sembra la classica macchina preparatoria delle grandi conferenze multilaterali: tappe di avvicinamento che costruiscono consenso, affinano le proposte, allineano le aspettative. Ma il vero banco di prova sarà se questi incontri riusciranno a sciogliere i nodi del processo di revisione — definendo metriche comuni, standard di reporting accettati da tutti, e un percorso credibile per colmare il buco finanziario. Altrimenti, Yerevan rischia di essere l’ennesima passerella.

A Yerevan, le parole dovranno trasformarsi in meccanismi di controllo rigorosi e risorse vere. I 37 miliardi di euro non sono una statistica da citare nei comunicati stampa: sono il termometro della credibilità dell’intero Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework. Senza un sistema di verifica che funzioni — e senza i soldi per alimentarlo — resterà un’altra promessa sulla carta, archiviata in attesa della prossima emergenza.