Lo studio ha incrociato i dati ecologici con quelli socioeconomici per misurare il danno atteso
Immaginate di poter sovrapporre, come strati di un GIS, la probabilità che una barriera corallina collassi e il reddito delle famiglie che vivono a pochi chilometri dalla costa. È esattamente quello che ha fatto un gruppo di ricercatori dell’Università delle Hawaii a Mānoa, che per la prima volta ha applicato lo strumento EJScreen dell’Agenzia per la protezione ambientale statunitense alle proiezioni di degrado dei reef hawaiiani. Il risultato è una cifra che fa rumore — tra 1,8 e 3 miliardi di dollari di attività perse entro il 2100 — ma soprattutto una mappa della disuguaglianza: a pagare il prezzo più alto saranno le comunità a basso reddito e già svantaggiate, secondo uno studio pubblicato su Ecological Economics che incrocia modelli ecologici, economici e demografici.
La mappa della vulnerabilità
EJScreen è un tool di screening ambientale che l’EPA mette a disposizione per incrociare indicatori di rischio ambientale con dati socioeconomici: percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà, minoranze, livelli di istruzione, vicinanza a fonti inquinanti. Nello studio, il modello è stato piegato a una domanda diversa: se le barriere coralline si degradano seguendo le traiettorie climatiche più pessimistiche, chi perde cosa? Il dataset di partenza sono le attività legate al reef — pesca, snorkeling, surf, valore estetico, protezione della costa — tradotte in flussi di benessere economico per i residenti. Proiettando il declino dei coralli nello scenario ad alte emissioni, i conti diventano presto miliardari. Ma la vera novità sta nella distribuzione geografica del danno: le perdite ricreative, che oggi colpiscono soprattutto l’Isola di Hawaii e Maui, sono previste diffondersi verso nord fino a Oʻahu entro la metà del secolo, portando l’impatto dentro l’area metropolitana di Honolulu. Il dato aggregato, da solo, non basta a capire cosa significhi: 1,8-3 miliardi sono tanti, ma come vengono ripartiti?
Il collasso annunciato
Per arrivare a ipotizzare una scomparsa quasi totale — “near-total collapse” — dei reef costieri entro fine secolo, i modelli partono da una base storica ormai solida. Gli eventi di sbiancamento dei coralli nell’arcipelago hawaiano sono aumentati in frequenza e gravità a partire dal 1996. Nel 2014 e nel 2015 l’intera regione subì uno sbiancamento e una mortalità di massa: un episodio che da solo, secondo una ricerca pubblicata nel 2023, causò circa 25 milioni di dollari all’anno di perdite ricreative per i residenti di Maui. La Division of Aquatic Resources del Dipartimento del Territorio e delle Risorse Naturali delle Hawaii documenta l’aggravarsi del fenomeno in modo inequivocabile. Proiettando quel ritmo su uno scenario emissivo senza correzioni — il cosiddetto RCP 8.5 — lo studio firmato da Kirsten L.L. Oleson e colleghi fa collassare la copertura corallina viva sotto una soglia critica, azzerando di fatto la capacità dell’ecosistema di sostenere i servizi ricreativi ed economici su cui fanno affidamento centinaia di migliaia di persone. Il modello economico non è una scatola nera: combina curve di domanda per attività dipendenti dal reef, mappatura spaziale dell’uso ricreativo e tassi di declino del corallo previsti da modelli biogeochimici accoppiati all’acidificazione oceanica, con il supporto del programma Ocean Acidification della NOAA. Il messaggio è che, se le emissioni restano alte, a partire dal 2050 il danno smette di essere un problema circoscritto alle isole meridionali e diventa sistemico.
Chi paga il prezzo più alto
Qui entra in gioco EJScreen, e il quadro si fa scomodo. Sovrapponendo i livelli di reddito medio alle perdite economiche stimate, lo strumento rivela che le comunità svantaggiate subiranno una perdita pro capite maggiore. Non è un dettaglio: significa che chi ha meno risorse per spostarsi, per sostituire un’attività ricreativa o per tamponare un danno economico, si troverà a fronteggiare un conto più salato in proporzione. L’analisi quantifica proprio questo scarto — un differenziale di benessere che allarga la forbice sociale invece di chiuderla. “Le comunità a basso reddito e svantaggiate subiranno impatti sproporzionati”, si legge nello studio, e l’uso dello strumento di screening ambientale dell’EPA trasforma quella che poteva sembrare una preoccupazione qualitativa in un dato misurabile. Per i gestori delle risorse marine — dalla Holomua Marine Initiative ai dipartimenti statali — l’informazione ha una conseguenza pratica: ogni dollaro speso per il ripristino o la protezione dei reef va allocato sapendo che non farlo colpirà più duramente proprio le fasce di popolazione con meno voce in capitolo. Il reef non è un lusso per turisti, è un’infrastruttura di benessere per chi ci vive accanto.
Le barriere coralline delle Hawaii sono un asset economico e sociale che, senza una sterzata sulle emissioni globali, si avvia a un collasso quasi completo entro il 2100. Il conto, tra 1,8 e 3 miliardi di dollari in termini di valore ricreativo, non sarà equamente distribuito: le comunità a basso reddito ne assorbiranno il colpo più forte, in termini pro capite. Per chi amministra il territorio, ignorare questo divario significa condannare i più fragili a un futuro senza reef e senza risarcimento. EJScreen, nato per mappare l’ingiustizia ambientale sulla terraferma, alle Hawaii ha dimostrato che funziona anche quando l’ecosistema da proteggere è sommerso.




