I funghi rari trovati sotto le radici della Pisonia sono la chiave per il ripristino dell’atollo
Due mesi fa, allʼinizio di maggio, uno studio dellʼUniversità di Lund ha messo in fila i pezzi di un puzzle che scienziati e ambientalisti osservano da oltre un decennio nellʼatollo di Palmyra, nel Pacifico centrale. La domanda non era se il restauro stesse funzionando, ma perché funzionasse e, soprattutto, se fosse replicabile. La risposta è arrivata osservando il sottosuolo, dove ogni campione di suolo prelevato sotto alberi di Pisonia ha restituito una verità che la maggior parte dei progetti di ripristino ancora trascura: senza una specifica rete di funghi micorrizici, gli alberi non sopravvivono. E senza alberi, lʼintero equilibrio biologico dellʼatollo collassa.
Il tesoro sotto le radici
Il dato di partenza è noto da tempo: lʼ80 per cento della vegetazione terrestre vive in simbiosi con i funghi del suolo. Eppure, quando si progetta un intervento di ripristino, si tende a guardare soprattutto verso lʼalto, alle chiome e agli uccelli. Il team di Lund ha ribaltato la prospettiva, setacciando il terreno di 27 isole dellʼatollo. Lʼesito è stato sorprendente per sistematicità: in ogni campione di suolo prelevato sotto alberi di Pisonia i ricercatori hanno trovato funghi rari, incluse diverse specie mai documentate prima.
A rendere la scoperta ancora più solida è la natura del legame tra pianta e fungo. La Pisonia grandis, albero chiave di questo angolo di Pacifico, non si appoggia a una generica flora microbica: ha unʼassociazione obbligata con specifici funghi Tomentella, organismi in grado di tollerare le condizioni estreme del guano che ricopre il suolo. Se questa specifica comunità fungina è assente, la Pisonia non attecchisce, indipendentemente da quanti alberi vengano piantati.
La cascata ecologica invisibile
Il meccanismo che lega una manciata di spore nel terreno alla salute di una barriera corallina a chilometri di distanza è un esempio di come le connessioni biologiche possano sfuggire anche agli osservatori più attenti. I funghi del suolo aiutano gli alberi di Pisonia a crescere rigogliosi; gli alberi forniscono siti di nidificazione in alto, al sicuro, per centinaia di migliaia di uccelli marini; gli escrementi di questi ultimi finiscono in acqua e fertilizzano il plancton; il plancton, a sua volta, nutre le barriere coralline. Uno studio promosso da The Nature Conservancy ha confermato che i funghi sono la base nascosta che permette la cascata ecologica dagli alberi nativi agli uccelli marini e alle barriere coralline.
Il progetto di conservazione su Palmyra, denominato PARP e condotto da U.S. Fish and Wildlife Service, Island Conservation e The Nature Conservancy, era partito nel 2019 con un obiettivo misurato ma ambizioso: sostituire circa 2 milioni di palme da cocco invasive con alberi nativi. La logica era lineare: le palme non offrono lo stesso supporto alla fauna selvatica. Nellʼottobre 2021 il progetto aveva raggiunto il punto intermedio. Ma senza la consapevolezza del ruolo dei microrganismi, il rischio di fallimento restava alto. La ricerca di Lund mostra ora che il successo non dipende solo dalla rimozione delle piante sbagliate, ma dalla presenza attiva di quelle giuste, a cominciare da quelle che non si vedono.
Trapiantare il suolo, non solo gli alberi
La lezione di Palmyra è chiara e ha implicazioni molto concrete per chiunque progetti ripristini ambientali su isole o territori degradati. Lʼapproccio tradizionale – mettere a dimora piante autoctone e attendere – è insufficiente se il suolo è biologicamente vuoto. Come ha sottolineato Toby Kiers, intervistata da Yale Environment 360, i progetti di restauro dovrebbero trapiantare funghi nativi insieme alle piante native se vogliono ottenere un recupero efficace dellʼambiente insulare. Per Kiers, il ripristino ecologico che ha successo deve considerare i funghi insieme alle piante autoctone, non soltanto le specie visibili.
Il sottobosco di Palmyra offre anche un alleato inaspettato in questa operazione di trasferimento di materiale biologico. Lo scavo dei granchi aumenta la diversità fungina, muovendo e ossigenando il terreno proprio come fanno i lombrichi nei suoli continentali. Sono dinamiche che suggeriscono un cambio di paradigma operativo: non bastano bancali di alberelli e annaffiatoi, serve inoculare il terreno con il giusto patrimonio microbico, spesso prelevato dalle ultime isole ancora intatte. Farlo su larga scala è una sfida logistica, ma ignorarlo condanna qualsiasi investimento a produrre solo risultati temporanei. La domanda che resta aperta, mentre il progetto PARP si avvia alla sua fase finale di rimozione delle palme, è quante altre iniziative nel mondo stiano ancora costruendo case senza fondamenta, dimenticando il mondo brulicante che sta sotto i nostri piedi.




