La fondazione punta a un modello integrato di scienza, comunità e partnership per le aree marine protette

Un milione di chilometri quadrati. Tanto vuole proteggere la Oceano Azul Foundation. Non è un numero a caso, ma la scommessa di una famiglia che ha fatto della conservazione oceanica la sua missione. Un’estensione che supera la superficie della Francia, del Regno Unito e della Germania messe insieme. L’orizzonte temporale è il prossimo decennio.

Un milione di km²: l’ambizione in numeri

Fondata nel 2016 dai dos Santos, la Oceano Azul Foundation è un’organizzazione portoghese senza scopo di lucro che ha messo la protezione dell’oceano al centro della propria strategia. Non si tratta di un’iniziativa simbolica o di un’operazione di facciata: il lavoro della fondazione è ancorato a un meccanismo operativo concreto, che punta a tradurre gli impegni di conservazione in chilometri quadrati effettivamente gestiti.

L’obiettivo dichiarato è scalare il proprio modello fino a raggiungere un milione di chilometri quadrati di oceano protetto nel prossimo decennio. È una cifra che fa riflettere. Oggi, secondo i database internazionali, le Aree Marine Protette (AMP) coprono circa l’8% della superficie oceanica globale, ma solo una frazione di queste gode di una protezione effettiva e non solo nominale. La fondazione non si accontenta di delimitare zone sulla carta: il suo approccio mira all’attuazione efficace delle AMP, non alla loro semplice dichiarazione.

Ma come pensa di raggiungere un traguardo così vasto? La risposta non sta in una formula magica, ma in un’architettura operativa a tre gambe che prova a tenere insieme rigore scientifico, coinvolgimento delle comunità locali e alleanze strategiche.

Scienza, comunità, partnership: il motore della protezione

Il modello di azione della Oceano Azul Foundation integra scienza, partecipazione comunitaria e partnership strategiche. Non è una frase fatta: è la struttura portante di ogni progetto. La scienza fornisce i dati per identificare le aree a maggiore biodiversità, valutare la resilienza degli ecosistemi e monitorare l’efficacia delle misure di protezione nel tempo. La partecipazione comunitaria serve a evitare l’errore classico della conservazione calata dall’alto, quella che crea riserve di carta percepite come imposizioni esterne e destinate a fallire per mancanza di consenso locale. Le partnership strategiche, infine, moltiplicano le risorse e le competenze disponibili: la fondazione ha collaborato con istituti di ricerca oceanografica come il MBARI (Monterey Bay Aquarium Research Institute) per sviluppare nuove linee di lavoro su scienza e conservazione.

L’approccio ricorda la logica di un sistema complesso: ogni componente da solo è insufficiente, ma l’integrazione delle tre dimensioni produce un effetto leva che nessuna di esse potrebbe generare isolatamente. La scienza senza comunità resta un esercizio accademico. Le comunità senza scienza rischiano di proteggere male o a casaccio. Le partnership senza radicamento territoriale diventano operazioni di pubbliche relazioni.

Il perno del modello è il supporto alla creazione di AMP. La fondazione non gestisce direttamente le aree protette, ma opera come abilitatore: fornisce competenze tecniche, facilita il dialogo tra stakeholder, aiuta i governi e le comunità a costruire piani di gestione che reggano alla prova del tempo. È un ruolo ingrato e poco visibile, ma potenzialmente più incisivo di chi si limita a piantare bandierine su un atollo disabitato.

Ma la domanda resta: basterà?

Oceano protetto: la sfida del decennio

Un milione di chilometri quadrati in dieci anni è un obiettivo che richiede una velocità di esecuzione senza precedenti. Oggi le AMP efficaci crescono a un ritmo che non basterebbe a centrare il traguardo. La differenza potrebbe farla proprio il modello integrato: se la fondazione riuscirà a dimostrare che la sua architettura a tre gambe funziona, altri attori potrebbero adottarla, generando un effetto di propagazione che va oltre i chilometri quadrati protetti direttamente.

La posta in gioco è alta, ma l’approccio integrato potrebbe fare la differenza. Non si tratta solo di estensione geografica: un’AMP ben gestita rigenera stock ittici, protegge habitat critici, sequestra carbonio. Un’AMP di carta, invece, non protegge nulla. La scommessa dei dos Santos è che il loro metodo produca più AMP del primo tipo che del secondo.

La scommessa è lanciata: nel prossimo decennio sapremo se un milione di chilometri quadrati di blu protetto è una visione realizzabile o solo un miraggio. La partita si gioca sulla capacità di tenere insieme scienza, persone e alleanze.