L’esplosione dei ricci viola e la moria delle stelle marine hanno trasformato gli ecosistemi costieri
Diecimila percento. È l’aumento della popolazione di ricci viola registrato tra il 2014 e il 2022, stando ai dati elaborati dall’UC Santa Barbara’s Marine Science Institute. Nello stesso arco di tempo, la copertura di alghe brune al largo delle coste settentrionali dello Stato è crollata di oltre il 95 per cento. Un numero che da solo basterebbe a definire l’entità del dissesto, ma che ha bisogno di una spiegazione per essere compreso fino in fondo: cosa ha trasformato una specie nativa come il riccio viola in un flagello? E perché le foreste sommerse che per secoli hanno nutrito le comunità costiere sono diventate, nell’arco di un decennio, un ricordo?
La tempesta perfetta che ha spazzato via il kelp
Il programma marino della tribù Yurok ha passato gli ultimi anni a documentare il collasso delle alghe lungo la costa del fiume Klamath e la battigia che si apre sull’oceano. Ciò che ha trovato, riferisce un’analisi diffusa la scorsa settimana da Active NorCal, è una distesa di fondali spogli. Le misurazioni condotte sul campo dalla tribù combaciano con quelle che la NASA ha tracciato dall’alto: i numeri sono desolanti. Scienziati della NASA e dell’UC Santa Cruz, utilizzando dati satellitari Landsat che risalgono fino al 1985, hanno certificato un calo della chioma di alghe superiore al 95 per cento.
La causa immediata di questo tracollo è una combinazione di fattori che si sono sovrapposti in rapida successione. Una serie di ondate di calore marine — l’ultima delle quali è stata ribattezzata “the Blob” — ha stressato l’intero ecosistema costiero. Nel frattempo, una moria di stelle marine ha spalancato la porta all’esplosione demografica dei ricci viola. A spiegarlo è Meredith McPherson, ricercatrice dell’UC Santa Cruz, che ha osservato come il declino delle stelle marine girasole abbia fatto crollare la resilienza dell’ecosistema. Senza il loro principale predatore, i ricci hanno cominciato a moltiplicarsi senza freni. Il risultato è un pascolo sottomarino dove ogni centimetro di roccia è stato ripulito dalla vegetazione. Ma cosa ha reso i ricci tanto devastanti, e perché le loro popolazioni sono esplose proprio in assenza di predatori?
Un equilibrio spezzato: ricci, stelle marine e cibo tribale
La risposta sta nel delicato equilibrio che per millenni ha governato le foreste di kelp. I ricci di mare viola sono una specie nativa, non un’invasione aliena. In condizioni normali, la loro presenza è tenuta sotto controllo da predatori naturali come le lontre marine e, per l’appunto, le stelle marine girasole. Quando entrambi questi freni ecologici sono venuti meno — le lontre erano già state decimate dalla caccia nel XIX secolo, le stelle marine sono state falcidiate dalla “sea star wasting disease” — il sistema ha perso ogni ammortizzatore. La tribù Yurok lo descrive in modo netto: senza predatori, i ricci viola crescono senza controllo. E quando la temperatura dell’acqua è salita oltre la soglia di tolleranza delle alghe, il disastro si è consumato.
Per la tribù Yurok, però, non si tratta soltanto di una perdita ecologica. «La tribù usa direttamente diverse specie di alghe come cibo», ha spiegato Kevin McKernan, del programma marino Yurok, in un’intervista ripresa nei giorni scorsi dal Times-Standard. Non è una curiosità etnografica: è una voce della dieta che scompare, insieme a molluschi come l’abalone, anch’essi dipendenti dalle foreste sommerse. La connessione tra i dati satellitari della NASA, le osservazioni tribali e il piatto di una famiglia Yurok è diretta: la stessa copertura di kelp che il Landsat non vede più dall’alto è quella che per generazioni ha nutrito la costa del fiume Klamath. Il 95 per cento di declino non è un’astrazione statistica, è la scomparsa fisica di un alimento.
La dinamica è ormai chiara anche nella letteratura scientifica: una volta scomparsi i predatori, la soglia oltre la quale i ricci prendono il sopravvento si abbassa drasticamente. E con una densità in aumento del 10.000 per cento, la pressione sul fondale diventa insostenibile anche per le alghe sopravvissute. Non serve un’estinzione completa del kelp perché l’ecosistema collassi: basta che la velocità di consumo superi quella di ricrescita, e il sistema scivola in un nuovo stato stabile fatto di rocce nude e ricci affamati. Ma la reazione non si è fatta attendere: comunità indigene e scienziati hanno iniziato a correre ai ripari.
La corsa al restauro e l’incognita El Niño
Così, mentre gli scienziati misurano il disastro, alcune tribù hanno già iniziato a reagire. La Nazione Tolowa Dee-ni’ ha avviato un progetto di monitoraggio e restauro che punta a formare fino a dieci membri dello staff delle risorse naturali e cittadini tribali per diventare “Kelp Guardians”, guardiani delle alghe. L’iniziativa, finanziata nell’ambito dei programmi del California Sea Grant, parte da un presupposto esplicito: il declino delle foreste di kelp incide direttamente sui modi di vita culturali della comunità e, di conseguenza, sulla sua salute. Nel 2022 si è inoltre costituito il Tribal Marine Stewards Network, una rete che mette insieme diverse nazioni indigene della California — tra cui la Yurok, la Tolowa Dee-ni’ e la Cher-Ae Heights Indian Community — per coordinare gli sforzi di tutela marina.
Non sono interventi simbolici. Ripiantare il kelp senza affrontare il nodo dei ricci viola è inutile: la vera sfida è ridurre la densità dei pascolatori prima che le nuove piante vengano divorate. E mentre i progetti tribali muovono i primi passi, un’altra variabile si è aggiunta all’equazione. La dichiarazione di El Niño emessa dalla NOAA ha aggiunto, stando a quanto riportato da Active NorCal, ulteriore pressione su un ecosistema già al limite. Un episodio di Niño intenso potrebbe significare un nuovo stress termico sulle acque della California settentrionale, con il rischio concreto di vanificare i tentativi di ripristino in corso. Resta da chiedersi: le strategie di restauro saranno sufficienti di fronte a un nuovo possibile shock?
Nei prossimi mesi, gli occhi saranno puntati sull’evoluzione di El Niño e sui primi risultati dei progetti tribali. Un numero da tenere d’occhio più di ogni altro: la densità dei ricci per metro quadrato, indicatore chiave per capire se il kelp potrà davvero tornare. Perché un conto è misurare la scomparsa di una foresta, un altro è creare le condizioni perché possa ricrescere. E la differenza, oggi, si gioca sul filo di pochi gradi centigradi.




