La sacralizzazione di 144 ettari ha dato risultati che la legge da sola non aveva ottenuto

Nei villaggi che si affacciano sul delta del fiume Mono, la zona economica esclusiva non è disegnata su una mappa catastale ma tracciata dagli spiriti nella notte. Lo sanno bene i pescatori e i taglialegna: dove veglia uno Zangbeto, lo spirito guardiano della tradizione Vodun, il disboscamento è semplicemente fuori discussione. La paura del sovrannaturale, in queste lagune salmastre, ha prodotto in un decennio risultati di conservazione che nessuna legge, da sola, era mai riuscita a ottenere. In dieci anni, più di 500 ettari di mangrovie preservati sono sopravvissuti agli assalti del sale e dell’urbanizzazione grazie a questa forma di tutela spirituale, un’efficacia dello Zangbeto che ha trasformato la sacralizzazione del territorio in una barriera più invalicabile di un verbale amministrativo. Il paradosso è servito: la tradizione ha fatto ciò che lo Stato non ha saputo garantire. Ma se il sacro ha fermato la scure, cosa accade quando a impugnarla è chi deve riempire la pentola?

I numeri del progetto e il paradosso del sale

La scorsa settimana sono state presentate le cifre di un intervento che ha provato a incanalare proprio questa forza ancestrale in un progetto di sviluppo misurabile. Secondo il comunicato FAO, i risultati del progetto sono stati illustrati da uno sforzo congiunto che ha permesso di porre sotto protezione 110 ettari di mangrovie e di ripristinarne altri 47. Ai numeri si aggiungono 29 ettari rimboschiti e 14 chilometri di corsi d’acqua riaperti, requisiti fondamentali per ridare respiro a un ecosistema che stava collassando.

In parallelo, sono stati sacralizzati diciotto siti per un totale di 144 ettari, un modo per alzare una barriera psicologica e spirituale intorno alle aree più a rischio. Gérard Djikpessé, presidente dell’associazione locale ACCB, ha osservato il ritorno di specie ittiche, coccodrilli, vipere, scimmie e uccelli che erano ormai diventati avvistamenti rari o del tutto scomparsi. La cornice entro cui si muove questa strategia non è improvvisata: già nel 2019 il Benin aveva formalizzato l’estensione dei siti Ramsar, portando sotto protezione internazionale l’intera area costiera del paese.

Il fuoco sotto la cenere

Perché se lo Zangbeto mette un limite simbolico alla deforestazione, la pentola del sale non smette di bollire. I numeri sono quelli di un disastro sommerso: ogni anno, per sostenere la produzione salifera, vengono bruciati circa 20.000 metri cubi di legno di mangrovia. È un ritmo di consumo che ha già inghiottito un quarto dell’intera superficie forestale del paese a causa dello sfruttamento eccessivo. Tra il 1995 e il 2005, la sola foresta del delta del fiume Mono si è contratta da 13.000 a 9.000 ettari, una perdita secca del 30% che ha innescato un declino verticale delle popolazioni ittiche.

La sacralizzazione funziona, i progetti della FAO mostrano che è possibile invertire la tendenza, ma la pressione economica resta una variabile fuori controllo. Davanti alla necessità di riempire una casseruola o di guadagnare un reddito immediato, l’efficacia dello spirito guardiano rischia di essere un argine di sabbia contro la marea. La vera prova per le mangrovie del Benin non sarà la prossima cerimonia Vodun, ma il prossimo carico di legna per il sale.