La commissione europea ha inviato una nota che segnala una probabile procedura d’infrazione contro l’Italia
Otto modifiche in tre anni, ventitré punti cambiati. Un quarto di tutti gli interventi normativi sulla legge 157 del 1992 si è concentrato nell’attuale legislatura, e non per caso. La scorsa settimana, durante l’audizione alla Commissione Agricoltura della Camera, il WWF ha messo in fila i numeri di uno smontaggio progressivo che ha ribaltato la legge quadro sulla fauna selvatica, trasformando quella che era un’eccezione tollerata in un presunto strumento di conservazione. Secondo quanto emerso dall’audizione del WWF alla Camera, il DDL 1552 non è un fulmine a ciel sereno ma l’ultimo tassello di una strategia normativa che procede a tappe forzate.
Il cuore politico dell’operazione sta in uno spostamento semantico che è anche e soprattutto giuridico: dove la legge del 1992 concepiva la caccia come un’eccezione alla protezione della fauna selvatica, tollerando l’abbattimento solo in periodi e luoghi specifici, la riforma inverte la logica e ridefinisce l’attività venatoria come «attività utile alla conservazione e protezione della biodiversità e degli ecosistemi». Non è una sfumatura: è un cambio di paradigma che ha conseguenze concrete su tutto l’impianto normativo.
Il paradosso della doppietta “conservazionista”
La progressione è stata metodica. Già nel 2022, con la modifica dell’articolo 19 e l’introduzione dell’articolo 19-ter, caccia e controllo della fauna selvatica sono diventati giuridicamente sinonimi. Un emendamento approvato a dicembre di quell’anno ha permesso la cattura e l’abbattimento di animali selvatici in aree urbane e protette, allargando ulteriormente gli spazi di intervento venatorio. Negli ultimi anni, sull’onda della cosiddetta “emergenza fauna selvatica”, si è progressivamente affermata l’idea che la caccia potesse essere presentata come uno strumento ordinario di gestione.
La riforma ora in discussione completa questo percorso: la parola «gestione» viene anteposta a «protezione» nel titolo e nei princìpi della legge 157, e la caccia viene ridefinita per legge come un’attività che «contribuisce alla protezione della biodiversità e dell’ecosistema». È il rovesciamento linguistico che prepara il terreno al rovesciamento sostanziale: se spari a una specie e la uccidi, secondo questa nuova formulazione non la stai minacciando, la stai gestendo. La stai proteggendo.
Ma se in Italia la parola «gestione» ha sostituito «protezione», a Bruxelles la musica è diversa. E le prime reazioni ufficiali non si sono fatte attendere.
Il fronte europeo: cartellino giallo per Roma
La Commissione Europea ha inviato una nota alla Direzione Generale per l’Ambiente datata 18 dicembre 2025 che segnala una probabile procedura di infrazione contro l’Italia. Non è un avvertimento generico: la Commissione ha informalmente avvertito che il nostro Paese rischia procedure per violazioni delle Direttive Habitat e Uccelli, i due pilastri della protezione della biodiversità nell’Unione.
Nel frattempo, il comitato permanente della Convenzione di Berna ha formalmente richiesto chiarimenti al Ministero dell’Ambiente sulla compatibilità della riforma con gli impegni internazionali sottoscritti dall’Italia. E va ricordato che l’Europa ha recentemente approvato una nuova Direttiva sui reati ambientali che impone agli Stati membri di rafforzare in maniera significativa la risposta agli illeciti contro la biodiversità e le specie protette. Mentre l’Italia allarga le maglie della caccia, l’UE le stringe sulle sanzioni.
C’è una contraddizione difficile da ignorare: da un lato il legislatore nazionale ridefinisce l’attività venatoria come contributo alla protezione degli ecosistemi, dall’altro le istituzioni sovranazionali preposte proprio a quella protezione preparano le contromisure. La procedura di infrazione non è ancora formalmente aperta, ma il messaggio politico è stato recapitato. E la riforma, intanto, continua il suo percorso parlamentare. Chi ci guadagna, in questa partita?
Il conto lo pagano cittadini e natura
La partita non è solo giuridica, è anche economica e politica. Chi spinge per l’allargamento della caccia – le associazioni venatorie e la parte politica che le rappresenta, a cominciare da Fratelli d’Italia – ottiene un risultato che aspettava da decenni. Chi lo subisce è la biodiversità, certo, ma anche i contribuenti italiani. Perché se Bruxelles dovesse effettivamente aprire una procedura di infrazione e arrivare a una condanna, le sanzioni economiche ricadrebbero sul bilancio pubblico. E a pagarle, come sempre, sarebbero i cittadini, non chi ha voluto e scritto la norma.
Nessuna transizione morbida all’orizzonte: o si farà marcia indietro, oppure si andrà avanti fino allo scontro frontale con l’Europa. La domanda che resta senza risposta è se valeva la pena di smontare una legge che per trent’anni ha tenuto insieme protezione e prelievo venatorio, solo per regalare a una parte politica e alle sue lobby di riferimento il racconto che sparare agli animali è un modo per proteggerli. Se Bruxelles multa l’Italia, a pagare saranno i soliti noti – l’ambiente e i cittadini – mentre chi ha voluto questa riforma continuerà a ripetere che la caccia protegge la natura.




