Il piano cinese prevede 2.800 GW di eolico e fotovoltaico entro il 2030, più dell’intera capacità Ue

Più di un quarto della corrente elettrica consumata in Italia nella prima metà del 2026 è arrivata da due sole fonti, eolico e fotovoltaico. Il 25,1% preciso: un valore che fino a pochi anni fa sembrava lontano, oggi è scritto nei dati di esercizio della rete.

Lo documenta la copertura della domanda elettrica nel primo semestre, in un’Italia che non ha ancora smesso di discutere di autorizzazioni paesaggistiche e aree idonee.

Il dato italiano però è solo un frammento. Mentre in Europa e negli Stati Uniti ci si divide ancora su inverter, motori termici e mandati di elettrificazione, Pechino ha già cambiato scala. E lo ha fatto con un numero che non ha equivalenti nei piani energetici occidentali.

La cifra che Pechino ha messo sul tavolo

La Cina punta ad arrivare al 2030 con 3.500 GW cumulativi di fonti rinnovabili. Di questi, 2.800 GW saranno soltanto eolico e fotovoltaico. È quanto prevede il nuovo piano cinese per eolico e fotovoltaico al 2030.

Per capire la distanza bastano due cifre: alla fine del 2025 la Cina aveva già installato circa 1.800 GW tra FV e pale eoliche. Nel quinquennio 2026-2030 prevede di aggiungerne circa mille in più. Mille gigawatt. È più dell’intera capacità elettrica installata dell’Unione europea.

Il piano non è fatto di auspici. Dentro ci sono 370 GW di grandi impianti utility scale nelle regioni settentrionali — la cosiddetta — e più di 300 GW di generazione distribuita su edifici, aree rurali, autostrade e siti industriali. È. Un’architettura di generazione che intreccia scala continentale e capillarità locale.

L’Occidente che discute mentre installa

I numeri americani, letti da soli, sembrerebbero solidi: nei primi cinque mesi del 2026 la quota delle rinnovabili nella generazione elettrica USA ha raggiunto il 30,3%, biomassa e geotermia comprese. Rispetto allo stesso periodo del 2025, la generazione rinnovabile è cresciuta del 10,1%. Il solare utility scale da solo aggiungerà quasi 44 GW, portando dal 13,1% al 16,1%.

Ma sono tassi di crescita che, per quanto sostenuti, restano all’interno di un perimetro decisionale fragile. L’amministrazione Trump ha vietato i nuovi inverter di produzione estera, una scelta che rallenta l’installazione proprio mentre la rete avrebbe bisogno di più flessibilità. Ogni incertezza regolatoria si traduce in mesi di ritardo sui progetti.

Dall’altra parte dell’Atlantico il quadro è ancora più contraddittorio. Mentre l’Europa brucia in una stagione di incendi mostruosi, un gruppo di case automobilistiche — BMW, Ford, Nissan, Toyota, insieme a Bosch — sta facendo pressione sul governo britannico per ridimensionare il mandato che vieterebbe la vendita di auto a benzina e diesel dopo il 2035. La lettera inviata chiede di consentire «ICE altamente efficienti, ibridi, ibridi plug-in, range extender e motori a combustione quando si utilizzano acciaio verde e carburanti sostenibili» oltre quella data. È la richiesta esplicita di un indebolimento del mandato EV, documentata dalla corrispondenza ufficiale tra i costruttori e il governo.

Il contrasto con il metodo cinese è netto: da un lato un piano quinquennale che mette sul tavolo obiettivi di capacità installata e li traduce in cantieri; dall’altro dossier normativi che si impantanano nel perimetro delle eccezioni.

Non è una questione di ambizione, ma di corsia

I 2.800 GW cinesi non sono un primato da celebrare: sono una grandezza di sistema. Quando la capacità cumulativa di eolico e fotovoltaico raggiungerà quella soglia, il costo marginale dell’energia elettrica in Cina sarà strutturalmente più basso di qualunque alternativa fossile. E non si tratterà più solo di costo dell’elettricità, ma di competitività industriale aggregata: acciaio, chimica, batterie, veicoli elettrici, tutti settori dove il prezzo dell’energia è la prima voce di costo.

Nei prossimi mesi il numero da guardare non è un obiettivo al 2030, ma il ritmo di installazione trimestrale cinese nel 2027. Se quei mille gigawatt addizionali previsti nel quinquennio si stanno materializzando a un ritmo superiore ai 200 GW l’anno, lo spread energetico tra la Cina e il resto del mondo smetterà di essere un divario colmabile con incentivi o correzioni normative.

Diventerà una condizione strutturale di mercato.