Lo studio pubblicato su Nature prevede un calo della produzione di carne tra il 49% e l’83% entro il 2050
Al supermercato, mentre scegli tra la bistecca e il pacchetto di lenticchie, il tuo carrello sta già facendo i conti con il 2050. Non è una suggestione da marketing, ma la sintesi di proiezioni economiche e agronomiche che uno studio appena pubblicato su Nature ha messo nero su bianco: se i sistemi alimentari globali virassero verso diete più sane, maggiore produttività e il dimezzamento degli sprechi, l’agricoltura mondiale si ridimensionerebbe come non accadeva da oltre duemila anni. Meno terra coltivata, molta meno carne, più frutta, verdura e legumi. Ma i conti, come sempre, non tornano per tutti allo stesso modo.
Il carrello del 2050: meno terra, meno carne
Proviamo a mettere nel piatto i numeri. Entro il 2050, secondo le simulazioni pubblicate su Nature, la trasformazione dei sistemi alimentari comporterebbe una riduzione mediana del 6% dei terreni agricoli rispetto ai livelli del 2020, con un intervallo che va da un aumento dell’1% a un calo fino al 26%. In termini assoluti, si tratterebbe della più grande contrazione di suolo agricolo degli ultimi duemila anni: 274 milioni di ettari in meno. Per dare un’idea, è una superficie grande quasi quanto l’Argentina.
A cambiare non sarebbe solo l’estensione dei campi, ma anche cosa ci cresce sopra. La produzione agricola complessiva scenderebbe del 17% rispetto alle proiezioni a politiche invariate, ma il vero scossone riguarderebbe la zootecnia: il valore della produzione di bestiame crollerebbe tra il 49% e l’83% rispetto a quanto previsto oggi per il 2050. Tradotto in carrello della spesa, significa molta meno carne rossa, meno latticini, meno uova. Al loro posto, le simulazioni indicano un aumento del 23% nel valore di verdure, frutta, noci e legumi. Le lenticchie smetterebbero di essere l’alternativa per chi vuole risparmiare e diventerebbero la norma.
Fin qui, la fotografia sembra quella di un sistema più efficiente: meno input, meno terra, più cibo vegetale. Ma l’efficienza ha un prezzo, e qualcuno lo sta già pagando.
La dieta che salva il pianeta (ma non tutti possono permettersela)
Lo studio non nasconde il lato amaro. Se da un lato la trasformazione dei sistemi alimentari genererebbe benefici socio-economici enormi — la Food System Economics Commission li ha quantificati, già all’inizio del 2024, tra i 5 e i 10 trilioni di dollari all’anno — dall’altro le perdite si concentrerebbero lì dove oggi si produce carne, latte e derivati. Secondo i ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) e della Cornell University, i costi ricadrebbero proprio sulle economie rurali che dipendono dall’allevamento, mentre i benefici per salute e ambiente resterebbero diffusi, quasi invisibili su scala locale.
E poi c’è il paradosso del piatto sano. La dieta di riferimento elaborata dalla Commissione EAT-Lancet — quella che, stando alle stime della stessa commissione, potrebbe prevenire circa 15 milioni di morti premature all’anno — costa, a livello globale, una mediana di 2,84 dollari al giorno. Sembra poco, ma un’analisi di Hirvonen e colleghi ha calcolato che per almeno 1,58 miliardi di persone questa cifra è fuori portata. In altre parole, il menù che farebbe bene al cuore e al clima è ancora un lusso per una fetta enorme della popolazione mondiale.
Il meccanismo è semplice quanto spietato: nei paesi ad alto reddito, una bistecca costa spesso meno di un cesto di verdure fresche, frutta secca e legumi. Nei paesi a basso reddito, la carne rappresenta una fonte concentrata di nutrienti e un bene scambiabile sul mercato locale, mentre la diversificazione vegetale richiede filiere, stoccaggio e potere d’acquisto che semplicemente non ci sono. Il risultato è che la transizione alimentare, così come modellata dagli scenari globali, rischia di allargare le disuguaglianze anziché ridurle.
La transizione parte dal piatto (e dal portafoglio)
Non serve aspettare il 2050 per accorgersene. Già oggi, chi fa la spesa in Italia sa che un chilo di ceci secchi costa meno di un petto di pollo, ma sa anche che il tempo per cucinarli, la disponibilità di ricette e la pressione sociale spingono verso scelte diverse. La differenza è che, con i numeri alla mano, quelle scelte non sono più solo private: sono il termometro di una trasformazione che avanza anche senza che ce ne accorgiamo, e che avrà bisogno di politiche pubbliche capaci di accompagnare chi rischia di restare indietro — dagli allevatori delle aree interne ai consumatori a basso reddito di tutto il mondo.
La prossima volta che farai la spesa, saprai che dietro ogni etichetta c’è un sistema in bilico. Non è una questione di rinunce, ma di capire che la transizione è già in corso, e tocca a tutti fare i conti con la realtà dei prezzi e delle opportunità.




