La produzione globale è concentrata in pochi paesi, rendendo il mercato fragile a ogni shock climatico
Undicimilacinquecentotrenta dollari per tonnellata. È la cifra raggiunta dal cacao sulla piazza di Londra il 13 giugno 2024, quasi quattro volte la media del decennio precedente e un multiplo impressionante rispetto ai 3.182 dollari medi del 2023. Non è stata una fiammata isolata: all’inizio dello stesso anno il caffè quotava quasi il doppio della sua media decennale, mentre a inizio 2025 avrebbe toccato nuovi massimi per via dei danni climatici in Vietnam e Indonesia. Dietro questi numeri c’è un mercato che funziona a strappi: quali sono i meccanismi che innescano tali esplosioni?
Il collo di bottiglia
La risposta sta nella geografia della produzione. L’offerta globale di caffè, cacao e tè è compressa in poche mani: Brasile e Vietnam forniscono quasi la metà del caffè mondiale, Costa d’Avorio e Ghana oltre due terzi del cacao, mentre la Cina da sola produce più della metà di tutto il tè. Un’architettura fragile, perché basta uno shock localizzato — una siccità, un’alluvione, un’ondata di gelo — per far deragliare i raccolti e, con loro, i prezzi. La FAO lo ha ricordato nei giorni scorsi: le variazioni dell’offerta e della domanda spiegano oltre il 90% delle oscillazioni di breve periodo per queste materie prime.
Il caso del caffè è esemplare. Già tra il 2021 e il 2022 i prezzi internazionali erano saliti per la siccità e le gelate in Brasile e il maltempo in Colombia, ma è stato l’inizio del 2025 a segnare i massimi storici, quando il clima ha colpito le produzioni asiatiche. Ogni volta il copione è lo stesso: un solo paese, o al massimo due, concentra abbastanza offerta da poter innescare uno shock globale. E i consumatori finali lo scoprono solo dopo, a prezzi già moltiplicati.
Uno shock asimettrico
E qui arriva il paradosso: le oscillazioni dei mercati globali non si trasmettono in modo uniforme. Chi vende il prodotto grezzo ne subisce l’impatto in modo diretto e immediato; chi lo compra in tazzina, invece, lo avverte in forma attenuata. Lo attesta il rapporto della FAO pubblicato il 14 luglio, secondo cui i produttori sono molto più esposti agli shock di prezzo rispetto ai consumatori finali, il cui costo della tazzina non fluttua con la stessa violenza.
Questo meccanismo è particolarmente rilevante se si guarda a chi produce. I piccoli proprietari — non le grandi piantagioni — sono responsabili di oltre il 60% della produzione globale di caffè e tè. A certificarlo è la stessa FAO nel rapporto. Significa che la parte più vulnerabile della filiera è anche quella meno capace di assorbire una stagione di prezzi bassi o di anticipare un’annata di costi alle stelle. Una contrazione della domanda, un raccolto scadente, una sterzata dei mercati finanziari: per un coltivatore con pochi ettari in Costa d’Avorio o in Vietnam, il margine per assorbire il colpo è sottile.
Con una produzione così concentrata e un’esposizione diretta dei piccoli proprietari, la domanda diventa: quanto reggerà il sistema al prossimo shock climatico? Il dato da tenere d’occhio non è il prossimo record di prezzo, ma quel 60% di produzione in mano a piccoli agricoltori: è lì che si misura la resilienza futura del mercato delle bevande.




