La certificazione volontaria riguarda il processo produttivo, mentre l’origine resta un’informazione separata obbligatoria in etichetta
Prendete un vasetto al supermercato e immaginate di trovarci la scritta “Miele di qualità certificata”. Sembra la risposta a una domanda semplice — da dove arriva questo miele? — e invece quella dicitura nasconde un paradosso che tocca produttori e consumatori. Il percorso normativo che l’ha partorita è passato da Bruxelles il 13 luglio scorso, quando è stata notificata alla Commissione europea la proposta di decreto: il termine dello status quo è fissato al prossimo 14 ottobre.
Un bollino che promette più di quanto mantenga
Il quadro di riferimento è il Sistema di Qualità Nazionale, istituito ai sensi dell’art. 16 del Regolamento (UE) n. 1305/2013: un regime volontario, aperto a tutti i produttori dell’Unione Europea. Dentro questo perimetro, già nel dicembre 2022 è arrivato il decreto ministeriale n. 646632, che disciplina la produzione di “Miele di qualità certificata” nell’ambito del Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia (SQNZ).
Il passo successivo è arrivato nella primavera scorsa. Ad aprile il Ministero dell’agricoltura ha comunicato in Gazzetta Ufficiale di aver ricevuto la richiesta di riconoscimento del disciplinare “Miele Qualità Certificata” dall’ATS “Miele Alta Qualità”, con capofila l’Unione nazionale associazione apicoltori italiani. La Commissione SQNZ aveva espresso parere favorevole nella riunione del 27 marzo 2026. Da lì la notifica di luglio e, appunto, il 14 ottobre come data di riferimento.
Ma è qui che scatta il paradosso. Come è stato sottolineato dal Fatto Alimentare, l’origine del miele dovrà comunque essere dichiarata in etichetta: la dicitura “Miele di qualità certificata” non garantirà necessariamente che il prodotto sia italiano. In altre parole, il bollino certifica un processo produttivo, non il luogo da cui viene il miele. Davanti allo scaffale, la domanda “viene dall’Italia?” resta senza risposta se ci si ferma alla confezione.
I numeri che spiegano il paradosso
Se il bollino non basta, conviene guardare a che cosa sta succedendo nel mercato internazionale. L’accordo Mercosur prevede l’ingresso a dazio zero in Europa di 115.000 tonnellate di miele: 45.000 dal Mercosur, 35.000 dal Messico e 35.000 dall’Ucraina. Non si tratta di una questione teorica: sono volumi che si sommano alla produzione comunitaria e che rendono visibile la pressione a cui è sottoposto il miele europeo, incluso quello italiano.
A questo si sommano i dati sulla trasparenza delle partite in ingresso. Secondo la Commissione europea, già nel biennio 2021-2022 il maggior numero assoluto di partite sospette di miele importato proveniva dalla Cina (74%), mentre il miele dalla Turchia registrava la più alta proporzione relativa di campioni sospetti (93%). Sono cifre che raccontano un problema di concorrenza e di trasparenza, non solo di etichette.
Davanti a questi numeri, la domanda non è più che cosa certifica il bollino, ma come orientarsi concretamente nel reparto miele. Perché se da un lato arriva una dicitura rassicurante, dall’altro aumentano i flussi di importazione a costo zero: il rischio è che la confezione prometta più di quanto possa verificare.
La voce da controllare sull’etichetta
Il passo finale è quasi banale, ma è l’unico che restituisce al consumatore un criterio di scelta. Come chiarito da Unaapi, il disciplinare definisce un sistema di certificazione volontario, con controlli affidati a organismi indipendenti di terza parte. Il punto è che questa certificazione non sostituisce la dichiarazione di origine, che resta in etichetta. Chi cerca un miele davvero italiano deve continuare a cercare la parola “origine”, non il bollino di qualità.
La prossima volta che prendete un vasetto di miele, non fermatevi alla confezione: cercate la voce “origine”. È lì, non nella dicitura di qualità, che scoprite se state portando a casa un pezzo d’Italia.




