Strategia nazionale da novembre 2024: rilancio di un settore chiave per PIL e 7,5 milioni di agricoltori.

Succede anche a voi: davanti allo scaffale, il prodotto “sostenibile” costa di più e la domanda è sempre la stessa — vale davvero la pena? In Kenya la domanda è uscita dal supermercato ed è diventata una questione di politica agricola: la risposta è una strategia nazionale che tocca, secondo i dati citati da Rosinah Mbenya di PELUM Kenya, più di 1,5 milioni di agricoltori, pastori e pescatori. A fine luglio il percorso è arrivato a un passaggio concreto, con il Terzo Simposio Nazionale sull’Agroecologia, aperto presso la Kenya School of Monetary Studies di Nairobi.

Il dubbio: l’agroecologia è solo un lusso da paesi ricchi?

Il pregiudizio è noto: l’agroecologia sarebbe un impegno da paesi ricchi, buono per chi può permettersi di pagare di più al chilo. Ma il Kenya ha preso la questione sul serio già da qualche anno. Il Ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo del Bestiame ha lanciato ufficialmente la Strategia Nazionale di Agroecologia per la Trasformazione dei Sistemi Alimentari nel novembre 2024, con orizzonte 2024-2033. L’obiettivo, secondo la documentazione FAO, è promuovere una trasformazione sostenibile del sistema alimentare per garantire sicurezza alimentare e nutrizione, mezzi di sussistenza resilienti al clima e inclusione sociale. La strategia è ancorata al Piano di Trasformazione del Sistema Alimentare del Kenya e a impegni internazionali come il Vertice delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari del 2021 e la COP28. Al simposio, il Segretario di Gabinetto per l’Agricoltura e lo Sviluppo Zootecnico Mutahi Kagwe — in un discorso letto per suo conto dal Segretario all’Agricoltura Peter Owoko — ha spiegato che l’edizione di quest’anno si basa proprio sullo slancio creato da quella strategia.

Ma quanto pesa davvero questa scelta? I numeri raccontano un’altra storia rispetto all’idea di una nicchia.

I numeri che trasformano un’idea in politica

Basta guardare i dati macro. L’agricoltura contribuisce per oltre il 23 per cento al Prodotto Interno Lordo del Kenya e rappresenta oltre il 70 per cento dell’occupazione rurale: non è un comparto di nicchia, è il cuore dell’economia del paese. E la platea è ampia: secondo Rosinah Mbenya, nel paese ci sono circa 7,5 milioni di piccoli agricoltori, mentre PELUM Kenya oggi lavora con più di 1,5 milioni di agricoltori, pastori e pescatori. Il margine di crescita dell’azione è evidente, ma la direzione è segnata da un percorso che viene da lontano. Il 3° Simposio si basa sui risultati dei primi due, che hanno prodotto un appello nazionale all’azione; il secondo si era tenuto a Nairobi già nel luglio 2025.

E il Kenya non è solo. Secondo il tracker globale dell’Agroecology Coalition, a marzo 2026 erano 12 i paesi ad aver adottato strategie o leggi nazionali sull’agroecologia, tra cui Benin, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Tunisia e Uruguay. Il Kenya è uno dei soli tre paesi dell’Africa orientale con una strategia nazionale adottata, insieme a Etiopia e Tanzania. L’Etiopia ha lanciato la propria strategia nazionale di agroecologia lo scorso marzo. Il quadro, insomma, è quello di un movimento regionale e globale, non di un esperimento isolato.

Dalla scrivania al campo: il contadino non aspetta istruzioni

Ed è esattamente qui che il Kenya sceglie di invertire la logica rispetto alle politiche calate dall’alto: non produttori beneficiari, ma co-ricercatori. Come riportato da un ricercatore dell’ICRAF e della Landscape Alliance, gli agricoltori sono co-ricercatori, non destinatari passivi di istruzioni. È un cambio di prospettiva concreto, che in alcune aree è iniziato prima ancora del quadro nazionale: secondo Rosinah Mbenya, Murang’a è stata la prima contea a sviluppare una strategia per l’agroecologia, addirittura prima del lancio del quadro nazionale. La partita vera non si gioca solo a Nairobi: si gioca nelle contee, dove i produttori anticipano, sperimentano e costruiscono politiche dal basso. Resta da capire se questa inversione diventerà la norma o resterà un’eccezione.

Per chi osserva da lontano, la lezione del Kenya non è “copiamo il Kenya”. È un’altra: le transizioni partono da dove c’è un interesse economico tangibile — più del 23 per cento del PIL e oltre il 70 per cento dell’occupazione rurale — e un protagonismo reale dei produttori. Chi segue l’agricoltura, come consumatore o operatore, ha ora un caso concreto da monitorare: Murang’a e le altre contee che stanno passando dalle parole ai campi. La prossima verifica non sarà nei documenti strategici, ma nella capacità di allargare la platea da 1,5 milioni a 7,5 milioni di piccoli produttori.