Il progetto ferro-aria di Sherco si ferma senza i fondi federali, mentre Antora raccoglie 550 milioni dopo i finanziamenti ARPA-E
480 milioni di dollari. Non è una cifra tonda, ma è esattamente la distanza che separa un assegno federale ritirato da un round di venture capital sovrasottoscritto. Due tecnologie di accumulo a lunga durata, due traiettorie che fino a pochi mesi fa sembravano correre parallele, e che oggi descrivono un divario netto su cosa accade quando il pubblico decide di chiamarsi fuori – e quando invece resta.
Il progetto di accumulo a ferro-aria di Sherco, in Minnesota, aveva ottenuto un finanziamento di 70 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia. Doveva dimostrare che era possibile immagazzinare energia per giorni usando la ruggine come principio chimico: niente litio, niente terre rare, solo ferro esposto all’ossigeno. Poi, nell’autunno del 2025, il ritiro del contributo federale da parte dell’amministrazione Trump ha spento i riflettori. Il cantiere non è mai partito.
Dall’altra parte del Paese, Antora Energy ha appena annunciato un round Serie C da 550 milioni di dollari, oversubscribed. La sua batteria termica funziona con blocchi solidi di carbonio riscaldati fino all’incandescenza dall’elettricità: accumulano energia sotto forma di calore industriale e, quando serve, la riconvertono in corrente.
Il seme pubblico che fa germogliare il capitale privato
Prima di diventare il beniamino dei venture capitalist, Antora era una scommessa da laboratorio. Nel 2019 ARPA-E le aveva concesso un finanziamento iniziale di 7,9 milioni di dollari. Cinque anni dopo, nel 2024, la stessa agenzia ha firmato un secondo assegno da 14,5 milioni di dollari attraverso il programma SCALEUP, pensato per traghettare le tecnologie dalla fase dimostrativa alla produzione su scala commerciale.
Entrambi i finanziamenti sono germogliati dal programma DAYS, lanciato dal Dipartimento dell’Energia nel 2018 e amministrato proprio da ARPA-E. L’obiettivo era esplorare soluzioni per l’intervallo più ostico dell’accumulo: la finestra tra le 10 e le 100 ore, dove le batterie al litio smettono di essere convenienti e l’accumulo stagionale non è ancora necessario. È il segmento che il Dipartimento dell’Energia stesso definisce long-duration energy storage, sistemi sopra la soglia minima di 10 ore.
Sherco e Antora correvano esattamente su quella pista.
Cosa significa costruire un impianto in 12 mesi
Il risultato di questo innesto tra ricerca pubblica e capitale privato oggi ha una forma concreta: l’impianto in South Dakota, con una capacità multi-giornaliera di 5 gigawattora, è uno dei più grandi progetti di batterie termiche al mondo. La tempistica sorprende più della taglia: dall’inizio della costruzione all’avviamento sono passati 12 mesi. Un tempo da batteria tradizionale, non da first-of-a-kind.
Per il ferro-aria, invece, il cronometro si è fermato. Senza quei 70 milioni pubblici, il progetto non ha attirato capitali alternativi. Il paradosso è che i costi del fotovoltaico continuano a scendere e la penetrazione delle rinnovabili accelera, ma la domanda di accumulo che tenga il sistema in equilibrio dopo il tramonto non trova risposte proporzionate. Come scrive un’analisi sul boom dell’energia pulita americana, «The US clean energy boom will continue to 2030. Then things get hazy.»
Oltre il 2030, la nebbia
I progetti che oggi arrivano sul mercato sono figli di incentivi decisi tre, quattro anni fa. La pipeline costruita con l’Inflation Reduction Act reggerà ancora per qualche stagione. Ma gli anelli mancanti – come lo stoccaggio di lunga durata – si costruiscono con orizzonti decennali e con il moltiplicatore del denaro pubblico che assorbe il rischio tecnologico. I 550 milioni di Antora non sono piovuti da un cielo liberista: sono arrivati dopo che due tranche ARPA-E avevano già attraversato la valley of death della tecnologia.
I numeri da osservare nei prossimi mesi non sono solo i round di finanziamento. Vanno incrociati con i gigawattora di batterie termiche effettivamente in costruzione, con la sopravvivenza dei programmi SCALEUP e DAYS nella stagione di bilancio federale, e con il destino di tutti i progetti orfani di Sherco. Perché la vera differenza tra 480 e zero non sta nella chimica del carbonio o del ferro. Sta in chi, nel momento del rischio più alto, decide se restare al tavolo.




