Quasi 60 paesi hanno scritto roadmap nazionali volontarie, ma il vero nodo resta la loro traduzione in norme e incentivi
La bolletta e il club dei volenterosi
Non era un summit universale: Stati Uniti, Cina, India e Russia non sono stati invitati. Eppure il gruppo che si è formato ha un peso reale. Quasi 60 paesi hanno prodotto roadmap nazionali volontarie, e la coalizione dei volenterosi rappresenta più della metà del PIL globale, quasi un terzo della domanda di energia e un quinto dell’offerta di combustibili fossili. Numeri che spiegano perché, per chi guarda alla bolletta e agli investimenti, questa non è solo una dichiarazione d’intenti. Ma perché serviva una conferenza separata? La risposta sta in ciò che è successo prima.
Il muro della COP e l’ombra delle lobby
Dalla bolletta al tavolo dei negoziati: se a Santa Marta si sono ritrovati in pochi, è perché ai tavoli ufficiali qualcosa si è incagliato. Alla COP30 di Belém, lo scorso novembre, più di 80 paesi avevano sostenuto la proposta del Brasile per una “roadmap” formale per l’eliminazione dei combustibili fossili. Un testo bozza che includeva quel riferimento è stato rimosso nelle ultime ore dei negoziati. Secondo il World Resources Institute, più di 80 paesi avevano chiesto una roadmap globale per guidare la transizione, ma l’opposizione di diversi paesi, in particolare i principali petrostati, ha bloccato l’inserimento nella decisione finale. Il Brasile ha poi dichiarato che avrebbe perseguito la roadmap al di fuori dei negoziati formali della COP.
Nel frattempo, il Global Mutirão, la roadmap presentata alla COP30, non menzionava nemmeno i combustibili fossili. E mentre la diplomazia ufficiale arrancava, l’industria dei combustibili fossili era presente in forze: più di 1.600 lobbisti dei combustibili fossili hanno ottenuto l’accesso ai colloqui sul clima di Belém. Global Witness, che da anni documenta questa presenza, la considera un’influenza corrosiva. Il contrasto è netto: da un lato i negoziati ufficiali bloccati dai produttori, dall’altro un club di paesi che prova a procedere da sé.
Ma se i grandi produttori restano fuori e le lobby entrano nei corridoi, cosa può aspettarsi chi osserva da casa? Non una bacchetta magica, ma una partita che si sposta su promesse nazionali, scadenze fiscali e scelte di spesa. Ed è lì che bisogna guardare, senza illusioni.
Cosa conviene fare adesso, senza illusioni
Non tutto è bloccato: quasi 60 paesi hanno già scritto la propria tabella di marcia, con roadmap nazionali volontarie. Il punto è se quelle promesse diventeranno scelte di spesa e regole misurabili. Per un’impresa che deve pianificare investimenti o per una famiglia che sta valutando i prossimi contratti energetici, il segnale da seguire non è il comunicato finale, ma se il proprio paese traduce gli impegni in norme e incentivi. La vera incognita è la velocità con cui le roadmap si trasformeranno in vincoli e opportunità.
C’è anche una data fiscale da tenere d’occhio: la Convenzione fiscale delle Nazioni Unite dovrebbe essere adottata nel settembre 2027. Sarà uno dei prossimi banchi di prova per capire se la transizione avrà strumenti finanziari coerenti. Per chi paga le bollette, il punto non è se arriverà,
ma con quali costi e con quali alternative. Tenere d’occhio le roadmap nazionali e le prossime scadenze fiscali è il primo passo concreto.
La transizione non è più solo un negoziato: è una corsa a ostacoli tra volontari. Per cittadini e imprese il punto non è se arriverà, ma con quali costi e con quali alternative.




