Il manifesto presentato a Milano nel 2025 chiedeva risposte politiche immediate, ma non sono arrivate risorse per l’adattamento

Un’estate a +5°C sulla Marmolada

I numeri della Carovana non lasciano spazio a interpretazioni. Sull’intero arco alpino, secondo Copernicus, le anomalie termiche sono state comprese tra +2°C e +4°C rispetto alla media climatica 1991-2020. Sulla vetta del Monte Bianco, a 4.805 metri, il 18 giugno è stata registrata una temperatura di circa +0,8 °C. E alla stazione di Punta Rocca, sulla Marmolada, la temperatura è rimasta sopra lo zero dal 16 giugno, con punte prossime ai +5°C.

Il manifesto dimenticato

Eppure questi dati non sono una sorpresa. Rientrano in una sequenza di allarmi già lanciati e mai trasformati in azioni. Il manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse era stato presentato all’Università di Milano il 20 marzo 2025, alla vigilia della Giornata internazionale dei ghiacciai. Al momento della presentazione era attivo un network di 60 firmatari tra organizzazioni non governative, enti di ricerca, aree protette e altre organizzazioni di diversi paesi. Il documento chiedeva risposte politiche immediate e mirate agli impatti economici, sociali e ambientali del cambiamento climatico. E secondo Euromontana, a sostenerlo c’erano oltre 80 organizzazioni in tutto il mondo.

A distanza di quasi un anno e mezzo, però, di quel manifesto non resta che il testo. Nessuno stanziamento, nessuna politica locale incisiva: la scienza ha già indicato la strada e la rete di sostenitori è ampia. Il nodo non è più conoscitivo ma finanziario: chi mette le risorse per l’adattamento?

Chi paga il ritardo?

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, ricorda che le Alpi si stanno riscaldando il doppio rispetto alle medie globali: non è un problema dei ghiacciai ma delle persone che abitano a valle e a monte. Le comunità montane, afferma, devono essere aiutate e sostenute. Per questo Legambiente è tornata a chiedere al Governo di stanziare al più presto le risorse economiche necessarie per attuare il piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, insieme a politiche locali forti e incisive.

Il punto è proprio questo: il ritardo non ha un costo astratto. Ogni mese di rinvio si trasforma in meno acqua per l’agricoltura e l’idroelettrico, in una pressione crescente sull’industria turistica e in nuovi rischi per chi vive in quota. Resta aperta la domanda: quanto costerà, in termini di acqua, energia e turismo, ogni mese di rinvio del piano nazionale di adattamento?

Se il Governo non stanzia subito le risorse per il piano di adattamento, la prossima estate sulle Alpi non sarà un evento climatico ma un conto economico e sociale sempre più salato. Il tempo dei ghiacciai è già scaduto; quello della politica no, ma si sta esaurendo.