Il conto è già misurabile oggi, ma con un riscaldamento di 3°C le perdite salirebbero a 40 miliardi l’anno

Nove miliardi di euro all’anno. È quanto la siccità costa oggi all’Europa, per la maggior parte in agricoltura, nel settore energetico e nell’approvvigionamento idrico pubblico, secondo i dati della Commissione europea. Con un aumento medio globale di 3°C, le siccità si verificherebbero con frequenza doppia e le perdite annuali salirebbero a 40 miliardi di euro. Eppure, proprio mentre il conto cresce, l’ultima analisi pubblicata all’inizio di agosto dal Climate Action Tracker certifica che l’ambizione climatica dell’Unione europea sta scivolando in modo significativo: il rating complessivo della regione si attesta a «Insufficient».

Il conto già aperto: 9 miliardi l’anno

I 9 miliardi di perdite annuali non sono una proiezione, ma il costo già misurabile nell’economia europea di oggi. La cifra si concentra in tre settori — agricoltura, energia e approvvigionamento idrico pubblico — e serve a dare una dimensione economica a un fenomeno che nei dibattiti tende a restare astratto. Non si parla di decenni futuri: si parla di un esborso che si accumula già adesso, ogni anno, colpendo prima di tutto i bilanci agricoli e la stabilità delle reti energetiche, entrambi dipendenti dalla disponibilità d’acqua.

La proiezione a 3°C cambia però la scala del problema. La Commissione europea stima che le siccità diventeranno due volte più frequenti e che le perdite assolute saliranno a 40 miliardi di euro all’anno. Il salto da 9 a 40 miliardi dà la misura di quanto la traiettoria dipenda dalle politiche adottate oggi. Da qui la domanda: cosa sta facendo l’Europa per ridurre il rischio? La risposta politica degli ultimi mesi va nella direzione opposta.

La risposta politica: retromarcia UE e allarme in Germania

Secondo il Climate Action Tracker, la Germania ha avuto un ruolo centrale in questa retromarcia. Il rallentamento tedesco sulle politiche per la transizione verso un trasporto a zero emissioni e la disponibilità a usare crediti internazionali per centrare gli obiettivi hanno pesato sulla decisione dell’Unione di indebolire le proprie politiche climatiche. Il meccanismo è concreto: l’obiettivo vincolante del 90% al 2040 consente di soddisfare fino al 5% tramite crediti internazionali previsti dall’articolo 6, abbassando di fatto il taglio domestico richiesto all’85%.

Il segnale più concreto arriva dalla Germania. L’Expertenrat für Klimafragen, il consiglio di esperti sul clima del governo federale, ha concluso che il Klimaschutzprogramm 2026 non soddisfa i requisiti previsti dal paragrafo 9 del Klimaschutzgesetz. In altre parole, gli esperti ritengono che l’obiettivo di riduzione dell’88% entro il 2040 e il budget di emissioni per il periodo 2031-2040 verranno con alta probabilità mancati anche dopo l’attuazione del programma. Non è una nota a margine: è il riconoscimento, da parte dell’organo che valida le politiche climatiche tedesche, che la traiettoria del Paese non porta ai target dichiarati.

Il quadro non si limita all’Europa. Il rating del Brasile, sempre secondo il Climate Action Tracker, è peggiorato da «Insufficient» a «Highly Insufficient». La Turchia, che ospiterà la COP31, ha ambizioni e azioni non compatibili con l’obiettivo di 1,5°C e una situazione destinata a deteriorarsi ulteriormente entro il 2035, con un divario tra i target e un percorso compatibile con 1,5°C che si allarga dal 2030 al 2035.

Cina avanti, conto a rischio: i prossimi mesi

Mentre Bruxelles frena, Pechino accelera. Nel 2025, secondo il Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita (CREA), le emissioni totali di CO₂ della Cina erano proiettate a restare stabili, con i settori energetico e dei trasporti in calo su base annua. È una proiezione, da leggere come tale: ma indica una direzione. Il Climate Action Tracker conferma il segnale, rilevando che per la prima volta la Cina sta riducendo le emissioni nei settori energetico e dei trasporti, con segnali contrastanti nell’industria pesante.

Il contrasto con l’Unione europea è esplicito: da un lato un rating che scende, dall’altro riduzioni che si materializzano nei settori chiave. Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è un target dichiarato, ma il costo reale che continua ad accumularsi. I 40 miliardi di euro all’anno con 3°C di riscaldamento non sono uno scenario lontano: sono la traiettoria implicita nelle politiche di oggi. A parlare saranno i dati cinesi e l’attuazione del Klimaschutzprogramm 2026 in Germania. Da lì si capirà se il divario tra ambizione dichiarata e realtà politica si sta chiudendo o allargando.