Il taglio domestico scende all’85% e le emissioni residue al 2040 risultano del 50% più alte
Novanta meno cinque uguale ottantacinque. Lo scorso 5 marzo 2026 il Consiglio dell’UE ha formalmente adottato la legge europea sul clima modificata, introducendo un obiettivo climatico vincolante e intermedio per il 2040: una riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Ma dentro quel 90% c’è un 5% di crediti internazionali. Per l’economia reale, il risultato è che il taglio domestico richiesto scende all’85% e le emissioni residue al 2040 risultano del 50% più alte di quanto sarebbero con un approccio interamente interno.
La Commissione europea conferma la struttura: l’obiettivo climatico 2040 prevede un target domestico dell’85% e fino al 5% di crediti internazionali di carbonio, nonostante l’UE abbia un obiettivo giuridicamente vincolante di riduzione del 90% entro il 2040 rispetto al 1990. La differenza tra i due numeri è esattamente il margine che può essere esternalizzato.
Il 5% che sposta il target: dentro il meccanismo dei crediti
Per capire l’effetto conviene partire dal numero che spiega tutto. Se l’UE usa crediti internazionali per compensare il 5% delle emissioni nette del 1990, il taglio domestico reale non è il 90% ma l’85%. Lo spiega Carbon Market Watch: in uno scenario in cui l’UE utilizzi crediti Article 6 per compensare il 5% delle emissioni nette del 1990, le emissioni nel 2040 sarebbero del 50% più alte rispetto a un approccio interamente domestico. Non è un arrotondamento: è una differenza che si scarica sulle quantità di CO₂ ancora presenti nell’atmosfera europea nel 2040.
Nel frattempo il carico domestico resta pesante. Secondo gli scenari dell’UE nell’impact assessment del target 2040, potrebbe essere necessario catturare centinaia di milioni di tonnellate di CO₂ dall’atmosfera all’anno e stoccarle in modo permanente e sicuro entro il 2040. E il piano industriale va nella stessa direzione: l’UE sta programmando una diffusione consistente di infrastrutture di cattura e stoccaggio del carbonio da fonti fossili, per catturare la CO₂ da impianti industriali e persino centrali elettriche e trasportarla verso lo stoccaggio geologico sicuro, probabilmente offshore nel Mare del Nord. Più alte sono le emissioni residue consentite, maggiore è la quantità di CO₂ che bisogna catturare o compensare altrove.
Ma perché un 5% dovrebbe preoccupare? Per rispondere bisogna guardare a cosa è già successo quando i crediti esterni hanno fatto ingresso nel mercato del carbonio europeo.
La lezione dei 1,058 miliardi di crediti: quando il passato torna
Il 5% non è un dettaglio tecnico innocuo: è la stessa porta che l’Europa aveva chiuso dopo l’esperienza dei crediti low-cost. Climate Action Tracker ricorda che l’UE ha giustamente abbandonato l’uso di crediti internazionali nel 2021, dopo che questi avevano inondato il sistema di scambio di quote di emissioni dell’UE con crediti economici e di bassa qualità, facendo crollare i prezzi, indebolendo gli incentivi a ridurre le emissioni e riducendo i ricavi delle aste.
I numeri della Commissione europea danno la misura dell’alluvione: nella fase 2 del mercato del carbonio, tra il 2008 e il 2012, i partecipanti all’EU ETS hanno utilizzato 1,058 miliardi di tonnellate di crediti internazionali per compensare le proprie emissioni; i diritti inutilizzati sono stati trasferiti alla fase 3, tra il 2013 e il 2020. Un flusso di questa scala non è neutro: quando il prezzo del carbonio crolla, chi deve decidere se investire in riduzioni interne o continuare con impianti esistenti riceve un segnale di convenienza molto diverso.
La domanda che resta aperta, dopo marzo 2026, è se il legislatore abbia davvero imparato la lezione o se stia solo spostando il problema più avanti.
Che segnale arriva a chi installa: il 2040 letto dal campo
Per chi progetta un impianto pulito il segnale di prezzo del carbonio è tutto. Se un’azienda può compensare il 5% delle emissioni del 1990 con crediti comprati all’estero, il taglio domestico richiesto scende, e con esso la pressione a ridurre le emissioni alla fonte. La convenienza di investire oggi in impianti puliti non si calcola sul 90% di facciata: si calcola sull’85% domestico e sul 50% di emissioni residue in più.
Nel frattempo il quadro competitivo si è mosso. Tra i Paesi del G20, i maggiori emettitori globali, dodici hanno presentato nuovi contributi determinati a livello nazionale: Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione europea, Indonesia, Giappone, Russia, Turchia, Sudafrica, Regno Unito e Stati Uniti, come riporta l’analisi del World Resources Institute. Gli Stati Uniti hanno poi annunciato l’intenzione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi con effetto da gennaio 2026, anche se il loro NDC resta ufficialmente registrato presso l’UNFCCC.
Mentre Stati Uniti e altri Paesi del G20 rimescolano le carte, resta una domanda: l’Europa vuole guidare la transizione o semplicemente raccontarla? Leggere l’obiettivo 2040 come un 90% è un errore. Per chi investe oggi il numero vero è l’85% domestico e il 50% di emissioni residue in più. È lì che si gioca la convenienza reale della transizione, e l’Europa non può permettersi di ripetere gli errori del passato.




