Fondo perdite e danni creato alla COP27: mandato esplicito di agire solo dopo l’evento.

Lo scorso luglio il Fondo per rispondere alle perdite e ai danni (FRLD) contava circa 700 milioni di dollari di impegni, contro bisogni annuali stimati in centinaia di miliardi. La differenza non è un dettaglio: è un ordine di grandezza. Ma il numero che spiega meglio la trappola è un altro. Secondo uno studio recente citato da un’analisi pubblicata a metà luglio su Nature, l’88% dei finanziamenti globali per il clima e i disastri è destinato a risposta d’emergenza, soccorsi e ricostruzione. Solo il 12% è allocato a misure ex ante come riduzione del rischio, preparazione, adattamento e costruzione di resilienza.

Su ogni dollaro di finanza climatica e per i disastri, 88 centesimi finiscono dopo che l’evento è accaduto; dodici centesimi servono a evitare o attenuare il danno prima. Lo squilibrio è talmente ampio da non poter essere spiegato con una semplice carenza di fondi.

La matematica sbilanciata del FRLD

I circa 700 milioni attuali del FRLD sono ben al di sotto dei bisogni annuali stimati in centinaia di miliardi. Il fondo nasce per il dopo: la sua stessa ragione sociale è rispondere a perdite e danni già avvenuti. Eppure il sistema finanziario globale è già sbilanciato nella stessa direzione. Solo circa il 12% dei finanziamenti climatici globali è destinato a misure ex ante come la riduzione del rischio e la preparazione; il resto va a emergenza, soccorso e ricostruzione.

Il confronto non è tra due cifre isolate. Da un lato c’è un fondo con impegni per circa 700 milioni di dollari; dall’altro, stime di bisogni annuali che si misurano in centinaia di miliardi. L’effetto è che anche un contributo aggiuntivo, per quanto rilevante, non cambierebbe la struttura del problema: finché la quasi totalità delle risorse globali viene spesa dopo l’evento, il sistema continuerà a inseguire le conseguenze invece di ridurle.

Perché un fondo pensato per le perdite e i danni continua a muoversi in questa logica reattiva? La risposta non sta solo nelle cifre, ma nella storia istituzionale del fondo.

Un fondo per il dopo, dentro un sistema frammentato

Come ricostruisce la Banca Mondiale, nel 2022, alla COP27, i paesi hanno concordato di istituire nuovi accordi di finanziamento per assistere i paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili agli effetti negativi del cambiamento climatico. L’anno successivo, alla COP28, hanno raggiunto un accordo storico sull’operatività di questo fondo. Le decisioni 2/CP.27 e 2/CMA.4 avevano già inquadrato il nuovo fondo come strumento per rispondere a perdite e danni economici e non economici, inclusi eventi meteorologici estremi e eventi a lenta insorgenza.

Secondo la scheda del Climate Funds Update, il FRLD ha lo scopo di assistere i paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili nel rispondere a perdite e danni economici e non economici, soprattutto nel contesto di azioni ex post che includono riabilitazione, recupero e ricostruzione. Il mandato è esplicito: il fondo guarda a ciò che accade dopo l’evento. Non è un’anomalia, ma il risultato di una serie di compromessi negoziali in cui il baricentro è rimasto sulla risposta piuttosto che sulla prevenzione.

Intorno a questo mandato, i quadri istituzionali restano separati. Come osserva un documento tecnico del Center for Climate and Energy Solutions, la riduzione del rischio di catastrofi, l’assistenza umanitaria, la migrazione e lo sfollamento, e l’assistenza allo sviluppo affrontano gli elementi di perdite e danni in modo frammentario. Se i quadri restano separati, chi può davvero catturare il beneficio di un approccio ex ante?

Il 31% che potrebbe cambiare i conti

Il potenziale della prevenzione non è un’astrazione. Un rapporto della Banca Mondiale del 2018 stima che l’implementazione dei principi del Build Back Better — ricostruire in modo più resiliente, accelerare i processi di recupero e garantire un sostegno più inclusivo — potrebbe ridurre le perdite globali medie annue di benessere legate ai disastri di circa il 31%. Non è una promessa, ma una soglia di confronto.

Oggi quel 31% resta in gran parte sulla carta, perché richiede un’integrazione ex ante che il sistema frammentato non produce. La variabile da osservare nei prossimi mesi è proprio questa: quanto di quel 31% verrà effettivamente mobilitato?