Gli incendi canadesi del 2025 hanno bruciato 8,3 milioni di ettari, mentre Washington e Ottawa alzano barriere commerciali

Il fumo non si ferma alla dogana

È passato poco più di un mese da quel 18 luglio 2026 in cui il fumo prodotto dagli incendi canadesi si è steso su gran parte degli Stati Uniti orientali e del Midwest. Non si è fermato ai checkpoint doganali, non ha chiesto visti, non ha pagato dazi: è semplicemente arrivato, seguendo la circolazione atmosferica. È un dato fisico, misurabile, eppure racconta già il paradosso di questa stagione.

Il 2025 non è stato un incidente isolato. Secondo Public Safety Canada, il 2025 è stata la seconda peggiore stagione di incendi boschivi nella storia canadese, con oltre 8,3 milioni di ettari bruciati. Le ultime tre stagioni canadesi sono tra le dieci peggiori mai registrate: una frequenza che trasforma il caso in tendenza. I numeri spiegano l’entità del fenomeno, ma non la direzione della risposta politica: perché si costruiscono barriere commerciali mentre il fumo attraversa il confine senza controllo?

La deregulation che soffia controvento

La risposta, almeno sul piano commerciale, è andata nella direzione opposta a quella suggerita dall’aria. Già dall’inizio del 2025 l’amministrazione Trump ha imposto al Canada dazi elevati, 25% sulla maggior parte dei beni e 10% sull’energia, insieme alla retorica sovranista del “51esimo stato”; Ottawa ha risposto ogni volta con contromisure. Mentre il fumo univa fisicamente i due paesi, la politica costruiva barriere. È un cortocircuito logico, prima ancora che ambientale.

Sul fronte ambientale l’ironia è ancora più netta. Lo scorso gennaio, l’EPA guidata da Lee Zeldin ha avviato la revoca del Good Neighbor Plan, il meccanismo federale pensato per impedire agli stati sopravvento di scaricare l’inquinamento sugli stati sottovento. Il principio era semplice e, per chi lavora con gli impianti, quasi ovvio: l’inquinamento atmosferico non rispetta i confini amministrativi. Revocare il piano significa accettare che chi sta sopravvento non debba rispondere di ciò che esporta.

La critica del Sierra Club è esplicita. Zachary Fabish, avvocato dell’organizzazione, ha dichiarato: «Ancora una volta, Donald Trump e Lee Zeldin scelgono di proteggere vecchie, sporche e costose centrali a carbone e altri inquinatori industriali a scapito di forti protezioni federali per l’aria pulita che affrontano i problemi di inquinamento interstatale». Il punto non è solo ambientale: è una scelta su dove collocare il costo dell’inquinamento. Ma c’è un dettaglio che ribalta la prospettiva: il fumo viaggia in entrambe le direzioni. La frontiera non è un filtro, in nessun senso.

Chi inquina chi? Il paradosso della reciprocità

Dall’altra parte del confine, il fenomeno si inverte. Secondo CTV News, il fumo degli incendi boschivi negli Stati Uniti sta influenzando la qualità dell’aria nella Columbia Britannica. Non è un’ipotesi: è il dato con cui convivono le comunità canadesi. La reciprocità cambia i termini del discorso, perché rende insostenibile la logica del “chi inquina paga” unilaterale.

L’Europa, intanto, prova a rispondere a un problema concettualmente simile con un meccanismo commerciale. Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) è lo strumento con cui l’UE affronta la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, assicurando che il prezzo delle importazioni rifletta le loro emissioni di carbonio incorporate. Non c’entra con gli incendi, ma mostra un principio: quando le emissioni attraversano una frontiera dentro una merce, si può tentare di attribuirgli un costo. Per il fumo non esiste un equivalente. Il CBAM è, per costruzione, un meccanismo tariffario: funziona solo se la merce ha una bolletta doganale. Il fumo, per definizione, non ce l’ha. E allora la domanda resta aperta: se l’UE usa il CBAM per far pagare le emissioni incorporate nelle importazioni, chi pagherà per l’inquinamento che non si ferma alla frontiera?

Per chi progetta e gestisce impianti, il segnale è concreto. L’inquinamento transfrontaliero non si ferma ai confini e la deregulation dell’EPA aumenta l’incertezza normativa, mentre strumenti come il CBAM provano a spostare il costo dove viene generato. Ma il fumo non paga dazio.