Bruxelles lega gli aiuti a piani climatici; la Cina prepara un tetto assoluto alle emissioni.
90%. È il numero che separa la Fase 5 dell'ETS da tutto ciò che l'ha preceduta: una riduzione netta delle emissioni rispetto al 1990 che trasforma il mercato del carbonio da strumento di conformità a leva di politica industriale. La revisione proposta dalla Commissione europea lo scorso 17 luglio, a più di un mese di distanza, è già il perno del dibattito.
La Fase 5: non un aggiornamento ma un cambio di costituzione
La proposta presentata il 17 luglio scorso ha un doppio obiettivo dichiarato: rafforzare la competitività industriale europea e sostenere l'obiettivo climatico dell'UE per il 2040. Non è la prima volta che Bruxelles interviene sul mercato del carbonio, ma questa revisione ha una natura diversa: fissa il quadro giuridico per la Fase 5 del sistema, il decennio 2031-2040.
Il vincolo che ne deriva è il cuore della proposta: allineare l'ETS all'obiettivo di una riduzione netta del 90% delle emissioni di gas serra entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Non un tetto leggermente più basso, ma una traiettoria decennale agganciata a un obiettivo di economia intera. Lo sanno bene gli osservatori del mercato: si tratta di una delle revisioni più consequenziali dal 2005, l'anno in cui il sistema è stato lanciato.
La differenza rispetto al passato non sta in un singolo parametro, ma nella cornice dentro cui le imprese dovranno muoversi per un decennio. Ed è qui che emerge la tensione di fondo: una riduzione così ambiziosa rischia di scontrarsi con la realtà delle imprese. Il punto, per la Commissione, non è soltanto quanto ridurre: è come ridurre senza spingere fuori dall'Europa la produzione. Ed è a questo interrogativo che risponde la misura più discussa della revisione.
Quote gratuite più a lungo: paradosso o scudo?
A prima vista sembra un controsenso: allungare la vita delle quote gratuite mentre si alza l'asticella. Ma la raccomandazione della Commissione ha una condizione precisa. Le aziende potranno ottenere quote gratuite per un periodo più lungo di quanto previsto in precedenza soltanto se presenteranno piani di investimento climatico. Tradotto: la protezione dalla concorrenza esterna non è regalata, è condizionata a un impegno verificabile di decarbonizzazione.
Non è automaticamente un paradosso. Le quote gratuite servono a dare alle imprese europee tempo per adeguarsi senza perdere terreno rispetto ai concorrenti esterni. Condizionarle ai piani di investimento significa usarle come leva: chi vuole restare sotto l'ombrello deve mostrare come intende ridurre la propria impronta carbonica. È un compromesso competitivo, non una marcia indietro. Ma se l'Unione allunga le quote gratuite, chi stabilirà davvero il prezzo globale del carbonio?
Pechino e l'ETS2: la partita si sposta fuori dall'industria
La risposta, in parte, arriva da Pechino. Nel corso del 2026 la Cina ha emanato linee guida per portare il suo mercato nazionale delle emissioni verso un tetto assoluto entro il 2027. È un passaggio significativo: un tetto assoluto fissa la quantità complessiva di emissioni consentite, lo stesso principio su cui si regge l'ETS europeo. E l'Europa, dal canto suo, non resta ferma: nel 2028 dovrebbe lanciare l'ETS 2, che coprirà edifici e trasporto stradale. La partita del carbonio, in altre parole, si sposta fuori dalla sola industria. Il fatto che le due estensioni arrivino nello stesso biennio — 2027 da una parte, 2028 dall'altra — non è una coincidenza: è la fotografia di un mercato che sta diventando globale.
Da qui ai prossimi mesi, il dato da osservare è il 2027: l'anno in cui la Cina dovrebbe adottare il tetto assoluto. Se confermato, il benchmark del carbonio non sarà più solo europeo. Il 2027, in questo senso, è la prima data da cerchiare: non europea, ma globale. Il mercato europeo continuerà a fare da pioniere, ma il prezzo globale dipenderà anche da quanto Pechino deciderà di accelerare. E per le imprese europee, la vera domanda non è se il 90 per cento arriverà, ma a quale costo competitivo.




