La portata è meno di un quinto della media storica, con l’acqua salata risalita per 20 km nel delta.

Nei giorni scorsi, alla stazione di Pontelagoscuro la portata del Po è scesa a 206 metri cubi al secondo, uno dei livelli più bassi dell’estate secondo i dati diffusi a metà agosto. È meno di un quinto della media storica: a luglio il fiume viaggiava già a poco più di 300 metri cubi al secondo, contro una media storica superiore a 1.100 metri cubi al secondo. Il numero va letto accanto alla soglia di 450 metri cubi al secondo: è il valore minimo, indicato dalle autorità di bacino, per contrastare l’intrusione del cuneo salino. Da settimane il fiume è sotto quella soglia, mentre l’acqua di mare è risalita per oltre 20 chilometri nell’entroterra.

206 metri cubi: la crisi di agosto

A fine giugno, la portata si attestava già al di sotto dei 450 metri cubi al secondo, la soglia critica per l’intrusione salina. Nel giro di poco più di un mese è passata da poco più di 300 a 206 metri cubi al secondo: una riduzione di circa un terzo. L’acqua di mare ha risalito il fiume per più di 20 chilometri, rendendo più complicato prelevare acqua per irrigare e mettendo a rischio i raccolti. A luglio la penetrazione nel delta era arrivata a circa 25 chilometri.

La prospettiva non è di un rimbalzo. L’ANBI stima che la portata sia destinata a scendere ben al di sotto della soglia psicologica di 200 metri cubi al secondo. La soglia minima per contrastare l’intrusione di acqua salata resta fissata a 450 metri cubi al secondo: tra il valore atteso e la soglia di sicurezza c’è ormai uno scarto di oltre 250 metri cubi al secondo.

Il paradosso del bacino: più accumuli, più prelievi, più rischio

Ma i numeri di agosto non sono un incidente isolato. Il bacino del Po è strutturalmente sbilanciato. Nel sistema delle quattro regioni — Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto — si registra normalmente il 32% del flusso disponibile del paese e il 37% del volume di accumulo in dighe e invasi, ma quasi il 60% dei prelievi antropici. Ne deriva un indice di rischio idrico del 42%, contro una media nazionale del 24%: il doppio. Non è solo una questione di piogge, ma di come la risorsa viene usata.

Le premesse stagionali, intanto, non hanno aiutato. Già a giugno, secondo l’Autorità di Bacino Distrettuale del Po, gli accumuli nevosi residui espressi in equivalente idrico erano inferiori alla media in tutte le regioni alpine del distretto: un innevamento scarso e uno scioglimento anticipato che tolgono al fiume la riserva estiva. La serie storica va nella stessa direzione. Secondo Montanari, sei delle dieci peggiori siccità del Po dal 1807 si sono verificate dopo il 2000. La siccità del 2022 è stata la peggiore degli ultimi due secoli, con una portata media del fiume inferiore del 30% rispetto alla seconda peggiore. Nel luglio 2022, l’Italia dichiarò lo stato di emergenza in cinque regioni settentrionali attorno al Po, nella peggiore siccità degli ultimi 70 anni; Coldiretti stimava a rischio più del 30% della produzione agricola italiana.

Tre miliardi di danni e una domanda: cosa resta da irrigare?

Il costo immediato del paradosso si misura in miliardi. Secondo una stima di Coldiretti diffusa nei giorni scorsi, i danni da siccità, calura, grandinate e venti forti alle colture e agli allevamenti per l’estate 2026 ammontano già a oltre 3 miliardi di euro. In un bacino che assorbe quasi il 60% dei prelievi del paese e ha un indice di rischio idrico doppio rispetto alla media nazionale, la domanda non è se il Po tornerà ai valori storici, ma quanta acqua resterà per irrigare nei prossimi mesi.

Il prossimo dato da guardare è la portata a Pontelagoscuro a settembre. Se resterà sotto i 200 metri cubi al secondo, la soglia di 450 metri cubi al secondo per contrastare il cuneo salino sarà ancora più lontana. Il trend non lascia margini: se l’acqua salata continua a risalire, la prossima estate rischia di partire già in deficit.