La fame acuta, quella che esplode nelle crisi, è raddoppiata in un decennio mentre l’aiuto d’emergenza è crollato del 59%
Un decimale. Dal 20,3% al 20,0%: in Africa la quota di popolazione che soffre la fame è scesa nel 2025, interrompendo per la prima volta dal 2017 una tendenza al rialzo che durava da otto anni. È il dato più sorprendente del rapporto SOFI 2026, pubblicato a fine luglio, che stima in circa 645 milioni di persone — il 7,8% della popolazione mondiale — le persone che hanno sofferto la fame lo scorso anno.
Il dato africano va contestualizzato: è un solo decimale in meno, ma il punto non è la dimensione, è la direzione. Dal 2017 la prevalenza della fame nel continente era cresciuta ogni anno; il 2025 segna la prima inversione. E non è un punto isolato. Nel 2025, la prevalenza globale della fame è scesa al 7,8%, contro l’8,1% del 2024 e l’8,6% del 2022. In termini assoluti sono quasi 14 milioni di persone in meno rispetto al 2024 e 43 milioni in meno rispetto al 2022.
Anche l’indicatore più ampio, l’insicurezza alimentare moderata o grave, è migliorato: secondo il rapporto SOFI 2026, circa 2,1 miliardi di persone nel 2025, quasi 86 milioni in meno rispetto all’anno precedente. Non è una fotografia trionfale — parliamo ancora di centinaia di milioni di persone — ma una tendenza, per la prima volta dopo la pandemia, si sta consolidando.
Per dare un metro a questi numeri serve uno sguardo all’indietro. Nel 2024 le persone che soffrivano la fame erano 673 milioni, pari all’8,3% della popolazione globale, in calo rispetto all’8,5% del 2023. Nel 2022, la forchetta era tra 691 e 783 milioni, con una media di 735 milioni: 122 milioni in più rispetto al 2019. Il miglioramento del 2025 non ha recuperato il terreno perso negli anni della pandemia; sta solo iniziando a farlo.
E il quadro africano contiene un paradosso. Con 309 milioni di persone affamate, l’Africa ha ora il numero assoluto più alto, davanti all’Asia (292 milioni). La prevalenza scende, ma il totale resta il più alto del mondo: la quota migliora perché la popolazione cresce e perché, in alcune aree, l’economia ha tenuto. Non perché la crisi sia risolta.
La fame acuta non si è fermata (e i fondi spariscono)
La media globale, però, nasconde un’altra fame: quella acuta, che non arretra. È un fenomeno diverso dalla fame cronica misurata dal SOFI: è la fame che scoppia nelle crisi, nei conflitti, negli shock climatici. E qui i numeri vanno nella direzione opposta.
Secondo il Global Report on Food Crises, nel 2025 sono state dichiarate due carestie per la prima volta nella storia del rapporto, e la fame acuta è raddoppiata nell’ultimo decennio. È un indicatore che non guarda alla media dei Paesi ma ai punti di rottura: i contesti in cui la disponibilità di cibo crolla in poche settimane e la malnutrizione diventa emergenza sanitaria.
Il paradosso si chiude sul fronte dei finanziamenti. I finanziamenti per l’assistenza alimentare e agricola di emergenza sono diminuiti di circa il 59% tra il 2022 e il 2025, tornando a livelli visti quasi un decennio fa. Mentre la fame acuta raddoppiava, i fondi per affrontarla si dimezzavano. È il divario più pericoloso di questa fotografia.
E il divario si misura soprattutto in Africa. Secondo il rapporto SOFI 2026, in Africa due persone su tre non possono permettersi una dieta sana. Non si tratta di fame in senso stretto: si tratta di famiglie che mangiano, ma mangiano male, perché il cibo nutriente costa troppo. È l’indicatore che spiega perché una prevalenza del 20,0% possa convivere con una crisi molto più profonda.
2030: il numero da tenere d’occhio
Se l’assistenza d’emergenza collassa mentre la fame acuta esplode, cosa succederà alla proiezione verso il 2030? Non bene. Entro il 2030, tra 510 e 520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame. Una proiezione peggiorata dall’impatto del conflitto in Medio Oriente sull’inflazione alimentare.
Il rapporto SOFI 2026 lo dice con chiarezza: circa 520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame nel 2030, mettendo il mondo fuori strada per l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 2 — Fame Zero. Non è una condanna, ma una traiettoria: con le tendenze attuali, il 2030 non segnerà la fine della fame, ma solo un’altra tappa.
Nei prossimi mesi il numero da guardare non è la prevalenza globale ma i finanziamenti per l’assistenza d’emergenza. Se restano ai livelli del 2025, la proiezione di 510-520 milioni di affamati al 2030 è il pavimento, non il tetto.




