L’asta eolica danese premia la stabilità con prezzi da 67 euro al megawattora, mentre l’Italia attende lo sblocco dei fondi
L’ultima volta che hai aperto un configuratore online per un’auto elettrica, magari hai chiuso la pagina prima di arrivare al preventivo. Non per il prezzo di listino, ma per quel tarlo: se prenoto oggi, il bonus c’è ancora domani? In Danimarca nel frattempo si facevano un’altra domanda, molto più noiosa ma molto più redditizia: quanto ci costerà davvero l’elettricità fra dieci anni? La risposta è arrivata in questi giorni, ed è un numero che da noi suona come fantascienza: 67 euro al megawattora.
Un’asta, due aree e un prezzo che sorprende
Il governo danese ha assegnato 1,8 GW di nuova capacità eolica in mare con un meccanismo che altrove danno per scontato, ma che in Italia resta roba da addetti ai lavori. Il colosso svedese Vattenfall si è aggiudicato entrambi i lotti in palio, offrendo 67,42 €/MWh per il sito di Nordsøen Midt e 72,50 €/MWh per Hesselø, come documenta l’esito dell’asta eolica offshore danese. Sono prezzi da nordeuropeo con la giacca a vento, non da salotto romano.
A rendere possibile questa corsa al ribasso è stato un ritocco al design d’asta: i contratti per differenza bidirezionali introdotti per l’occasione hanno fatto esattamente il loro mestiere. Hanno tolto alla scommessa industriale il rischio più grosso, quello del prezzo di vendita sul mercato all’ingrosso, e in cambio hanno preteso dai partecipanti un impegno vincolante sul costo di generazione.
Ne è uscita una forma di trasparenza che per famiglie e imprese si traduce in bollette prevedibili, anno dopo anno.
Tinne van der Straeten, ministra uscente dell’Energia belga e voce ascoltata a Bruxelles, ha colto la palla al balzo: “I risultati si aggiungono a una lunga lista di esempi che dimostrano che i CfD offrono elettricità nazionale competitiva a prezzi molto bassi”. E ha pure bacchettato Copenaghen: il governo danese, al momento, non ha reso strutturale questo schema e la prossima asta eolica offshore è in calendario solo nel 2028. Un buco di tre anni che van der Straeten invita a colmare subito, perché l’industria danese si sta elettrificando e i paesi vicini hanno sete di elettroni puliti.
Quattordici miliardi che assomigliano a un assegno in bianco
Mentre a Copenhagen fanno i conti con le rendite di posizione, a Roma si festeggia lo scongelamento di 14 miliardi di euro grazie alla clausola di salvaguardia energia attivata sul Patto di stabilità. Il ministro Giorgetti ha quantificato l’incremento di spesa nello 0,6% del Pil, un margine di manovra enorme che verrà coordinato con il Piano sociale clima appena approvato in Consiglio dei ministri.
Il punto è che la clausola definisce una cifra, non un metodo. Manca l’equivalente di quei contratti per differenza che in Danimarca hanno trasformato un’asta offshore in una macchina da prezzi bassi: qui lo sblocco dei fondi per l’energia rischia di tradursi in una pioggia di risorse senza la prevedibilità di lungo periodo che serve a chi deve costruire impianti o convertire un parco auto aziendale. E il termometro del mercato dell’auto elettrica segna già febbre intermittente.
Secondo i dati Unrae, la spinta degli incentivi statali sembra aver esaurito i propri effetti sulle immatricolazioni. Motus-E conferma il brusco raffreddamento: il mercato rallenta in coincidenza con l’esaurimento progressivo delle registrazioni legate agli incentivi partiti a ottobre 2025, i cui erano terminati in un solo giorno. Sintomo di un bisogno reale, certo, ma assecondato con la logica del click day anziché con una programmazione industriale.
“Il ritardo sull’elettrico e l’andamento a strappi del mercato, confermato dalla recente corsa all’Ecobonus per i veicoli commerciali, riflette le difficoltà incontrate nella pianificazione di strumenti incentivanti chiari e prevedibili”, ha dichiarato Fabio Pressi, presidente di Motus-E.
Pressi ha poi aggiunto un passaggio concreto: “Per ridare fiducia e stabilità al mercato, non è più rinviabile almeno una profonda revisione della fiscalità sulle auto aziendali, su cui si è già costituita un’importante convergenza della filiera”. Tradotto: finché un’impresa non sa che detrazione o costo avrà l’anno prossimo su un furgone elettrico, continuerà a ordinare diesel. E il meccanismo a strappi degli incentivi è il gemello diverso della clausola di salvaguardia: entrambi mettono sul piatto soldi veri, ma nessuno dei due dà al cittadino o all’impresa l’orizzonte temporale per fare una scelta ragionata.
La differenza fra un prezzo e una promessa
Se sei un privato che oggi valuta un’auto elettrica, il dato danese ti riguarda meno di quanto credi. Quei 67 €/MWh non sono una curiosità da addetti ai lavori: sono la prova che quando lo Stato smette di rincorrere le emergenze e offre regole stabili, il mercato risponde con prezzi che puoi mettere a budget. In Italia il quadrante è rovesciato: 14 miliardi di euro in arrivo, ma nessuna certezza su quanto dureranno i bonus, su quali tecnologie saranno sostenute fra due anni, su quanto ti costerà ricaricare la tua auto se il prezzo all’ingrosso dell’energia tornerà a ballare.
Non occorre diventare esperti di aste eoliche per capire la morale. La prossima volta che senti parlare di “maxi stanziamento” o “pacchetto energia”, la domanda da porti è sempre la stessa: questo meccanismo mi dice cosa spenderò fra cinque anni o mi obbliga a sperare nel prossimo click day? La Danimarca ha risposto con una cifra dopo la virgola. Noi abbiamo risposto con uno 0,6% di Pil e un configuratore ancora aperto sul browser, in attesa di capire se conviene chiuderlo o aspettare il prossimo bonus.




