La ricerca confronta allevamento convenzionale e rigenerativo: con il pascolo gestito le emissioni calano dell’80%, ma serve 2,5 volte più

Me lo chiedo ogni volta che sono davanti al banco frigo. È una domanda che ha smesso di essere ideologica per diventare pratica, quasi da spesa quotidiana. Jason Rowntree, scienziato della Michigan State University, è stato un pioniere nel misurare le impronte di gas serra del bestiame e nel capire cosa determina davvero il sequestro del carbonio nel terreno. Non è una domanda da bar: da quasi cinque anni, Rowntree coordina un progetto da 19 milioni di dollari per quantificare cosa succede davvero quando gli animali pascolano in modo diverso. Ma quali numeri ha prodotto il suo lavoro?

Il bilancio reale: -80% emissioni, ma più terra

Per capirlo, sono andato a vedere i numeri del suo team. La ricerca ha confrontato due sistemi di allevamento: uno convenzionale (chiamiamolo COM) e uno rigenerativo a pascolo gestito (MSPR). Il risultato principale è che quando si include il carbonio sequestrato dal suolo nel calcolo del ciclo di vita, le emissioni nette di gas serra del sistema rigenerativo calano dell’80%, con un’impronta complessiva inferiore del 66% rispetto al sistema convenzionale. In pratica, animali allevati in modo che il pascolo rigeneri il suolo anziché impoverirlo hanno un impatto climatico drasticamente minore.

Ma qui arriva il compromesso che nessuno racconta volentieri: il sistema rigenerativo richiede 2,5 volte più terra rispetto a quello convenzionale per produrre la stessa quantità di cibo. È un dato che cambia la prospettiva. Non è la mucca in sé a essere il problema, ma come viene allevata — e dove. Se da un lato il sequestro di carbonio nel suolo può quasi azzerare le emissioni nette, dall’altro serve molto più spazio. In un mondo con popolazione in crescita e domanda di carne che non accenna a diminuire, questo è un dilemma concreto, non un dettaglio tecnico per addetti ai lavori.

Già alla fine del 2021 Rowntree aveva iniziato a co-dirigere il progetto da 19 milioni di dollari per quantificare gli esiti dei sistemi di pascolo rigenerativo sui pascoli e praterie degli Stati Uniti, un’iniziativa sostenuta da partner come la Noble Research Institute, la Greenacres Foundation, la Foundation for Food & Agriculture Research, la Jones Family Foundation e ButcherBox. L’obiettivo era proprio uscire dalle dichiarazioni di principio e mettere sul tavolo cifre verificabili, quelle che permettono a un allevatore — e a un consumatore — di scegliere sapendo cosa comporta ogni opzione.

L’eroe silenzioso (e cosa possiamo fare noi)

La risposta arriva da chi, come Jason Rowntree, dedica anni a dimostrare che l’allevamento può essere diverso. Nei giorni scorsi ha ricevuto il premio NCR-SARE Hero, un riconoscimento che dal 2012 viene assegnato a persone che hanno contribuito in modo duraturo all’agricoltura sostenibile nella regione del North Central e oltre. Insieme a lui, quest’anno è stato premiato anche Vance Haugen. Non è il solito premio di rappresentanza: il riconoscimento Hero di NCR-SARE esiste proprio per dare visibilità a chi ha dedicato anni a costruire le basi di un’agricoltura diversa, senza scorciatoie.

Rowntree non offre soluzioni magiche. I suoi dati dicono che la carne allevata in modo rigenerativo può costare di più in termini di suolo necessario, ma ridurre di molto l’impronta climatica. Per chi compra, questo si traduce in una domanda precisa da fare: non solo quanta carne, ma come è stata prodotta. Non serve diventare esperti di zootecnia. A volte basta chiedere al banco, o al ristorante, se sanno dirti da dove viene quella carne e come sono stati gestiti i pascoli. Chi vende carne da allevamento rigenerativo di solito è orgoglioso di raccontarlo — e ha i numeri per farlo.

La prossima volta che comprate carne, chiedetevi non solo quanta, ma come è stata prodotta. La differenza per il clima potrebbe essere maggiore di quanto pensate.