Divieto USA sugli inverter esteri alza i costi del solare; in Italia l’elettrico frena senza incentivi.

Nel 2024 il mondo ha aggiunto 585 GW di nuova capacità elettrica da fonti rinnovabili. Significa che su cento nuovi impianti accesi, più di novantadue erano pale eoliche o pannelli solari.

È un rapporto di 9 a 1 che non ha precedenti. Due terzi di quei gigawatt sono arrivati da un unico paese, la Cina, che da sola ha installato 278 GW di fotovoltaico. Intanto a Washington, il 3 agosto di quest’anno, un’agenzia federale ha bloccato con effetto immediato l’importazione di un componente che serve proprio a far funzionare tutti quei pannelli.

La capacità rinnovabile globale ha chiuso il 2024 a quota 4.448 GW, con un tasso di crescita annuale del 15,1%, il più alto mai registrato. Il 96,6% dell’espansione netta è arrivata da solare ed eolico. Tre quarti dell’incremento sono stati coperti dalla sola energia solare, che ha raggiunto 1.865 GW complessivi. I numeri dell’IRENA raccontano un’accelerazione che non si era mai vista, neppure negli anni dei primi maxi-sussidi europei. E mentre la Cina e l’India aggiungevano rispettivamente 278 e 24,5 GW di fotovoltaico, il mercato delle auto elettriche registrava un secondo trimestre 2026 da record: le vendite globali di veicoli elettrici sono cresciute del 35% rispetto allo stesso periodo del 2025, con nuovi massimi trimestrali in cinquanta paesi e incrementi in oltre novanta nazioni nella prima metà dell’anno.

Questa è la fotografia del treno in corsa. Gli Stati Uniti e l’Italia, nel frattempo, stanno discutendo su come scendere alla prossima fermata.

Un componente che nessuno può più importare

Il 3 agosto 2026 la Federal Communications Commission ha inserito gli inverter di produzione estera nella sua Covered List. La decisione ha effetto immediato e vale per qualsiasi paese fornitore, alleati inclusi. Non è un dazio maggiorato: è un divieto netto di importare nuovi modelli. Un inverter appena sviluppato dalla tedesca SMA, per esempio, non può più entrare nel mercato americano. Il provvedimento colpisce tutta la componentistica di controllo che regola l’immissione in rete dell’energia solare. Sigillando la concorrenza, il prezzo degli inverter è destinato a salire. E poiché l’inverter è un nodo di costo centrale in un impianto fotovoltaico, rincari anche modesti si propagano sull’intero sistema.

Il costo dei sistemi solari statunitensi era già più alto della media globale per via delle barriere doganali sui pannelli. Ora si aggiunge un secondo scudo, che rischia di produrre un effetto moltiplicatore: un aumento del prezzo dell’elettricità, per quanto leggero, alza i costi in tutti i settori che consumano energia. Il paradosso è che il blocco riguarda proprio gli inverter intelligenti, quelli capaci di stabilizzare tensione e frequenza in presenza di generazione distribuita. Senza questi dispositivi, la rete resta più rigida e meno adatta a integrare nuova capacità rinnovabile. Rendere la rete più stupida, ha scritto CleanTechnica, indebolisce l’argomento stesso a favore delle rinnovabili.

Il mercato italiano va a intermittenza

Dall’altra parte dell’Atlantico il problema non è la tecnologia, ma la politica degli incentivi che si accende e si spegne. A giugno 2026 le auto elettriche avevano toccato il 10% delle vendite totali in Italia. A luglio, la quota di mercato dell’elettrico è scesa sotto il 6%. Il dato medio dei primi sette mesi dell’anno si ferma all’8%, in crescita rispetto al 5,2% dello stesso periodo 2025, ma con una traiettoria che l’Unrae descrive come un esaurimento degli effetti degli incentivi statali. La corsa all’Ecobonus per i veicoli commerciali ha confermato lo schema: i fondi introdotti a ottobre 2025, disponibili per un solo giorno, hanno alimentato una bolla di registrazioni che ora si sta sgonfiando.

«Il ritardo sull’elettrico e l’andamento a strappi del mercato riflette le difficoltà incontrate nella pianificazione di strumenti incentivanti chiari e prevedibili», ha detto Fabio Pressi, presidente di Motus-E. La sua richiesta di una revisione della fiscalità sulle auto aziendali è stata ribadita anche da Roberto Pietrantonio, presidente dell’Unrae, che parla di «urgenza di una riforma strutturale». Il punto non è secondario: mentre l’Italia oscillava tra il 6 e il 10% di quota elettrica, a giugno la Francia viaggiava quasi al 30% e la Germania sopra il 28%. La Spagna, con il 9,6%, ha già superato il passo italiano.

Non è un problema di prodotto, né di punto di ricarica. È un problema di segnale. Il mercato ha mostrato che quando gli incentivi ci sono, e sono certi, la domanda risponde. Quando spariscono in ventiquattr’ore, la domanda si ritrae. Il dato da tenere d’occhio nei prossimi mesi è se il governo sceglierà di intervenire sulla fiscalità delle flotte aziendali, come chiesto in modo convergente da tutta la filiera. L’alternativa è continuare a guardare la curva delle vendite salire e scendere come un elettrocardiogramma.