JBS abbandona l’obiettivo net zero 2040, lasciando fuori il 97% delle sue emissioni

Hai presente quell’attimo di pausa davanti al reparto carni, quando cerchi un’etichetta che ti faccia sentire un po’ meno in colpa? Negli ultimi anni, la promessa “net zero” era diventata una specie di lasciapassare verde, una rassicurazione stampata in piccolo che faceva pensare: forse questa bistecca non pesa poi così tanto sul clima. Poi, nelle scorse settimane, è arrivata una notizia che ha fatto vacillare quel fragile patto tra consumatore e industria: JBS, il più grande trasformatore di carne al mondo, ha scelto di eliminare l’obiettivo net-zero al 2040. Un colpo di spugna su un impegno che, fino a ieri, campeggiava nei bilanci di sostenibilità e nei discorsi ufficiali.

Non stiamo parlando di un’azienda qualsiasi. JBS possiede marchi che finiscono nei frigoriferi di milioni di famiglie — da Richmond a Moy Park, tanto per citare due nomi noti anche fuori dai confini brasiliani. Nel marzo 2021 era stata la prima grande azienda globale del settore carne a sventolare la bandiera del net zero con scadenza 2040, un’iniziativa accolta con un misto di scetticismo e speranza. Oggi quella bandiera è stata ammainata. Ma cosa sta succedendo dietro quelle etichette che ancora promettono sostenibilità? La realtà è meno rassicurante di quanto sembri.

Il 97% che non conta più

Dietro le etichette, la realtà è meno rassicurante. Per capire la portata di questa rinuncia bisogna addentrarsi nella contabilità del carbonio, che quando si parla di carne assume proporzioni smisurate. Il grosso delle emissioni di un’azienda come JBS non esce dai camini delle sue fabbriche e nemmeno dai suoi consumi elettrici. Esce dai terreni dove pascolano gli animali, dai fertilizzanti sparsi nei campi, dalla deforestazione che spesso accompagna le filiere della soia destinata ai mangimi. Sono le cosiddette emissioni Scope 3, quelle che stanno a monte e a valle del ciclo produttivo diretto.

Nel 2025, secondo i documenti più recenti, lo Scope 3 di JBS ha rappresentato circa il 97% della sua impronta di carbonio, pari a oltre 184 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Un’impronta di gas serra che, stando ai dati riportati da Inside Climate News, è paragonabile a quella di un intero Paese come la Spagna. Ora, quella fetta di emissioni non avrà più un obiettivo di riduzione vincolante. Il nuovo piano climatico di JBS, presentato lo scorso 8 luglio, mantiene soltanto l’impegno a ridurre del 30% le emissioni dirette (Scope 1 e 2) entro il 2030, con un traguardo più ambizioso del 70% al 2050. Ma quelle due categorie messe insieme sono appena il 3% del totale. Il restante 97% resta fuori da ogni promessa, affidato a un futuro di cui nessuno risponde.

Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. La decisione di JBS è arrivata dopo un percorso accidentato, segnato anche da un accordo con il Procuratore Generale di New York nel novembre 2024: in quella sede l’azienda aveva accettato di inquadrare l’obiettivo 2040 come un “goal” — una meta — e non più come un “pledge” vincolante. Già allora qualcosa si stava spezzando. Poi, nelle scorse settimane, la rinuncia definitiva. La motivazione ufficiale l’ha spiegata Jason Weller, riferendo che più l’azienda andava avanti nell’esecuzione, più diventava chiaro che un traguardo Net Zero che abbracciasse centinaia di migliaia di produttori agricoli indipendenti, sparsi in decine di Paesi e decine di milioni di ettari, senza un’infrastruttura di misurazione standardizzata, era una sfida immensa. Tradotto: misurare davvero l’impatto della carne è così complicato che abbiamo smesso di provarci.

E allora, che valore ha la promessa stampata sulla confezione? Se il più grande trasformatore del pianeta getta la spugna sulla parte preponderante delle sue emissioni, il rischio è che le etichette “verdi” diventino soltanto un’operazione cosmetica. Il consumatore che oggi sceglie un prodotto perché rassicurato da un claim climatico dovrebbe sapere che dietro quella scritta potrebbe esserci un impegno che riguarda appena il 3% dell’inquinamento generato per portare quel pezzo di carne in tavola. Il resto è una zona grigia, non misurata e non governata.

Cosa resta nel piatto

Se il net zero è scomparso dai bilanci seri, cosa può fare il consumatore? La prima mossa è smettere di delegare all’etichetta l’intero peso della scelta. Non si tratta di diventare esperti di contabilità climatica, ma di sapere almeno una cosa: quando un’azienda alimentare parla di sostenibilità, bisogna sempre chiedersi se sta contando anche quello che succede prima del suo cancello e dopo la vendita. Se non lo fa, sta raccontando una frazione minima della storia.

Poi c’è un discorso più concreto, che tocca il portafoglio e le abitudini. La notizia su JBS arriva in un momento in cui i prezzi delle materie prime agricole continuano a ballare e le filiere della carne mostrano crepe sempre più evidenti. Ridurre il consumo di carne, anche solo di uno o due pasti a settimana, resta l’azione individuale con il rapporto costi-benefici più favorevole: fa risparmiare qualche euro sulla spesa, alleggerisce la pressione sulle filiere e manda un segnale a un’industria che ascolta soprattutto i registratori di cassa. Non serve diventare vegani integrali. Basta quella flessibilità pragmatica che in molti hanno già iniziato a sperimentare, magari scoprendo che le alternative vegetali o i legumi costano meno e si cucinano in fretta.

Conviene anche fare attenzione alle certificazioni vere, quelle che misurano l’intera catena e non soltanto gli stabilimenti. Non è un esercizio semplice, ma nel dubbio un buon termometro è questo: se un’azienda promette obiettivi climatici ma non pubblica dati trasparenti sullo Scope 3, c’è da essere prudenti. La vicenda JBS insegna che anche i colossi quotati, con uffici legali e dipartimenti di sostenibilità ben pagati, possono fare marcia indietro quando la strada si fa in salita. Figuriamoci chi non ha mai nemmeno provato a promettere.

La vera etichetta oggi è la trasparenza. E la trasparenza, quando manca, va pretesa. Non è una battaglia ideologica, è una questione pratica: se pago un prodotto che si presenta come sostenibile, ho il diritto di sapere quanta parte di quella sostenibilità è reale e quanta è aria fritta. La rinuncia di JBS al net zero è un campanello d’allarme che squilla forte. Adesso sta a noi decidere se posare la forchetta e farci qualche domanda in più, o continuare a credere alle scritte sulla confezione come si credeva alle pubblicità dei detersivi negli anni Ottanta. Il piatto è servito, ma il conto climatico — quello vero — lo paghiamo tutti, anche quando non compare sullo scontrino.