L’unità anti-bracconaggio ha ridotto le trappole dell’80% in un parco vietnamita
Di fronte alle notizie sull’estinzione delle specie, è facile pensare che sia una battaglia persa in partenza. Eppure in un angolo del Vietnam sta succedendo qualcosa che sfida questo pessimismo, come racconta l’inchiesta pubblicata da Mongabay il 7 luglio scorso. Nel Parco Nazionale di Pu Mat, un’unità anti-bracconaggio ha rimosso decine di migliaia di trappole e ha portato alla detenzione di oltre mille presunti trasgressori. Il numero di tagliole incontrate durante i pattugliamenti, un tempo una costante deprimente, è diminuito in modo marcato. E mentre in molte altre aree protette del sud-est asiatico le popolazioni di fauna selvatica continuano a contrarsi, qui qualcosa ha cominciato a funzionare.
I numeri che spiazzano lo scetticismo
Entriamo nel dettaglio. Dal suo avvio, l’Anti-Poaching Unit ha confiscato armi da fuoco, smantellato accampamenti illegali di bracconieri e tolto di mezzo decine di migliaia di trappole. Il dato più impressionante arriva dal monitoraggio interno: secondo quanto riferito dallo staff di Save Vietnam’s Wildlife, le attività di bracconaggio illegale sono diminuite dell’80 per cento dalla creazione della squadra, come confermato dal Goldman Prize assegnato a Thai Van Nguyen, il fondatore dell’organizzazione. Nguyen aveva già fatto parlare di sé per aver salvato 1.540 pangolini dal commercio illegale tra il 2014 e il 2020, numeri che gli sono valsi un prestigioso riconoscimento internazionale. Ora la sua unità ha distrutto 9.701 trappole, smantellato 775 accampamenti illegali, confiscato 78 armi e portato all’arresto di 558 persone dal 2018. Non è poco per un team che opera in una delle aree più martoriate dal bracconaggio di tutto il sud-est asiatico.
I segnali stanno arrivando anche dalla fauna. Nei primi mesi del 2026, Fauna & Flora International ha diffuso i risultati di un monitoraggio con fototrappole nell’area: le immagini mostravano leopardi nebulosi, zibetti di Owston, gatti leopardo, martore dalla gola gialla, muntjac rossi settentrionali, fagiani argentati e diverse altre specie. Animali che tornano a farsi vedere dove prima era rischioso persino spingersi.
La cassetta degli attrezzi: tecnologia, dati e scarponi nel fango
Ma come ci sono riusciti? La risposta non sta in un singolo strumento tecnologico, ma in un approccio ibrido che mescola sistemi digitali e lavoro sul campo vecchio stile. L’unità di contrasto è stata istituita a metà 2018 con un’idea semplice: pattugliamenti continui, raccolta sistematica di dati e un sistema di segnalazione che permette di concentrare le risorse dove il bracconaggio è più intenso. Il cuore del metodo è il software SMART (Spatial Monitoring and Reporting Tool), una piattaforma open source che trasforma ogni pattuglia in un sensore umano: i ranger registrano coordinate, trappole trovate, tracce di accampamenti, segni di attività illegale. Questi dati vengono poi aggregati per identificare pattern e zone calde, evitando di disperdere gli sforzi a caso.
L’approccio ha attirato l’attenzione ben oltre i confini del Vietnam. Nel novembre 2025, SVW ha co-ospitato insieme all’Amministrazione Forestale del Vietnam, al Partnership SMART e a EarthRanger di Ai2 il Congresso di Tecnologia per la Conservazione Applicata, con oltre 460 partecipanti. Un evento che sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa, quando la tecnologia per la conservazione era ancora considerata una nicchia da appassionati. Oggi invece fa scuola: il sistema SMART e le fototrappole cellulari sono diventati un modello per il governo thailandese, che intende applicarli in tutti i parchi nazionali del paese. Nel Parco di Thap Lan, in Thailandia, le telecamere anti-bracconaggio hanno già migliorato sensibilmente le attività di contrasto, dimostrando che il metodo funziona anche in contesti diversi.
Non c’è nessuna soluzione miracolosa, va detto chiaramente. Le fototrappole registrano presenze, non fermano i bracconieri. Il software SMART elabora informazioni, ma qualcuno deve comunque passare giorni nella giungla a smontare tagliole. Il punto è che prima questi dati non venivano raccolti in modo strutturato, e le forze dell’ordine operavano alla cieca. Oggi invece ogni trappola rimossa è un’informazione che aiuta a prevedere dove ne spunterà un’altra.
Serve a qualcosa, nel quadro generale?
Il successo di Pu Mat non ribalta da solo la crisi globale della biodiversità. Il commercio illegale di specie selvatiche resta una piaga alimentata da una domanda che nessuna pattuglia può spegnere: avorio, corni di rinoceronte, pangolini, animali vivi per il mercato degli animali esotici. Ma dimostra che laddove si applicano risorse, pianificazione e costanza, i risultati arrivano. E che il pessimismo granitico con cui spesso guardiamo alla conservazione — «tanto è inutile» — è smentito dai fatti.
La domanda semmai è politica: quanti governi sono disposti a investire in unità specializzate, formazione e tecnologia quando i risultati si misurano in anni, non in cicli elettorali? La Thailandia ha già risposto, e lo scorso novembre il congresso ospitato in Vietnam ha mostrato che la domanda di competenze tecniche per la conservazione è in crescita in tutta la regione. Nel frattempo, in un parco del Vietnam, i leopardi nebulosi hanno ricominciato a camminare davanti alle fototrappole. Non è una vittoria definitiva, ma è qualcosa di molto concreto su cui costruire.




