Un fondo da 350 milioni di dollari ha segnato l’inversione di rotta nel 2021
Negli Stati Uniti, ogni giorno, un milione di animali muore sulle strade asfaltate del paese. Trecentosessantacinque milioni di carcasse all’anno. Una cifra che equivale a quasi sei volte l’intera popolazione umana italiana, schiacciata sull’asfalto in silenzio, senza che quasi nessuno se ne accorga. Eppure il rimedio è noto da tre quarti di secolo, come documenta un’inchiesta di Mongabay pubblicata la scorsa settimana: gli attraversamenti per la fauna selvatica abbattono le collisioni di oltre l’80 per cento, con punte che sfiorano il 100 per cento. La domanda, a questo punto, non è se funzionino. È perché ci abbiamo messo tanto a finanziarli.
Un binario morto lungo 75 anni
Il primo ponte verde per animali selvatici non è nato in qualche laboratorio californiano dell’innovazione, ma nella Francia rurale degli anni Cinquanta. I francesi, con pragmatismo, costruirono attraversamenti per i cervi sopra le strade che ne tagliavano l’habitat. Era il 1950, e da allora il concetto — scrive Mongabay in un’altra inchiesta dello scorso giugno — ha compiuto settantacinque anni.
Settantacinque anni di evidenze accumulate. I numeri sono testardi: gli attraversamenti, abbinati a recinzioni che incanalano gli animali verso i passaggi, riducono le collisioni con i grandi mammiferi di oltre l’80 per cento. In molti casi, l’abbattimento degli incidenti arriva al 95 o addirittura al 100 per cento. Smette di esserci il cervo che attraversa la statale al buio; l’automobilista non deve più inchiodare; l’animale raggiunge l’altro lato della foresta senza trasformarsi in un pericolo. Funziona, punto. E non serve crederci sulla fiducia: in Colorado, un sondaggio pubblico ha rilevato che l’85 per cento dei residenti è favorevole a costruire più attraversamenti. La politica, di solito così sensibile agli umori dell’elettorato, ha ignorato il dato per decenni. Perché?
La risposta è meno nobile della domanda. Costruire un ponte verde — o un sottopassaggio, o un tunnel per anfibi — costa. E i bilanci delle infrastrutture, negli Stati Uniti come altrove, sono cronicamente in deficit. Per tre quarti di secolo, la fauna selvatica ha perso la partita contro l’asfalto non per mancanza di soluzioni, ma per mancanza di volontà di spesa. Eppure qualcosa, negli ultimi anni, ha iniziato a muoversi.
Il conto della svolta
Il segnale più concreto è arrivato nel 2021, quando il governo federale ha creato il Wildlife Crossings Pilot Program, un fondo da 350 milioni di dollari da distribuire in cinque anni per finanziare nuovi attraversamenti in tutto il paese. La cifra, per quanto modesta se paragonata ai bilanci autostradali tradizionali, rappresenta un punto di svolta: per la prima volta, Washington ha messo nero su bianco che salvare animali dalle ruote delle auto è un obiettivo di politica pubblica. Non beneficenza ecologica: politica dei trasporti.
A sostenere la scelta ci sono i dati di Pew, pubblicati lo scorso gennaio, secondo cui gli attraversamenti riducono gli scontri tra veicoli e fauna di oltre il 90 per cento. Non è una questione di protezione animalista: è una misura di sicurezza stradale. Ogni incidente evitato significa meno costi sanitari, meno danni ai veicoli, meno interventi dei vigili del fuoco. Il calcolo economico, per una volta, converge con quello della conservazione.
Il fenomeno, del resto, non è solo americano. Il Brasile ha appena inaugurato il suo primo ponte per la fauna selvatica, che scavalca l’autostrada costiera BR-101 e ricollega habitat frammentati dal nastro d’asfalto a quattro corsie. Germania, Svizzera e Paesi Bassi hanno integrato gli attraversamenti nella pianificazione autostradale da decenni. L’Europa continentale, in questa partita, è avanti: ha cominciato prima e ha speso di più. Gli Stati Uniti, semplicemente, stanno recuperando terreno.
Ma i 350 milioni bastano? La risposta è no. Il fabbisogno stimato per coprire i punti critici della rete viaria americana — quei tratti dove gli animali attraversano con maggiore frequenza e dove gli incidenti si accumulano — è di diversi miliardi di dollari. Il programma pilota è un inizio, non una soluzione. E il rischio, tipico delle politiche ambientali a stelle e strisce, è che l’entusiasmo iniziale si sgonfi quando i fondi scarseggiano. Nel frattempo, ogni giorno che passa senza interventi si traduce in un altro milione di carcasse sull’asfalto.
La domanda che resta
Nei giorni scorsi è emersa una proposta per portare il finanziamento del programma a un miliardo di dollari in cinque anni. Sarebbe un salto di scala significativo, quasi il triplo della dotazione attuale. Ma il percorso legislativo è tutto in salita: servono voti al Congresso, e i voti si negoziano su priorità che raramente includono i ponti per cervi e orsi.
Il punto non è se l’idea funzioni — funziona, lo sappiamo da quando in Francia costruivano la Citroën DS. Il punto è se la politica americana è in grado di passare dalla fase degli annunci a quella degli assegni. Dopo settantacinque anni di attesa, la fauna selvatica ha già dato prova di una pazienza sovrumana. Quella degli automobilisti, intanto, continua a esaurirsi ogni giorno, un milione di animali alla volta.
Riuscirà il Congresso a varare il finanziamento da un miliardo? O la fauna, dopo tre quarti di secolo di silenziosa attesa, dovrà ancora accontentarsi di promesse?




