Il divario tra PET trasparente e colorato emerge dai dati reali degli impianti di selezione

Il PET trasparente si ricicla a un tasso vicino al 95 per cento. Quello colorato precipita fino al 15. Un divario di ottanta punti che nessuna statistica ufficiale, basata su modelli di laboratorio o stime teoriche, era mai riuscita a catturare con questa precisione. Non si tratta di una proiezione, ma di ciò che accade davvero negli impianti di selezione, dove le bottiglie passano sotto sensori ottici e il loro destino si decide in frazioni di secondo. «Il PET trasparente viene selezionato vicino al 95, mentre alcuni PET colorati scendono fino al 15 per cento», ha dichiarato il co-fondatore di Greyparrot alla rivista Envirotec. La forbice è tanto ampia da trasformare la scelta del colore di una bottiglia in una decisione strategica, con implicazioni che vanno ben oltre il marketing.

Lo strumento che vede ciò che i laboratori non mostrano

Quel divario è emerso grazie a Deepnest, la piattaforma sviluppata da Greyparrot che la scorsa settimana — il 25 giugno — ha vinto il premio Circular Economy Project of the Year agli UK Green Business Awards 2026, come annunciato dalla stessa azienda sul proprio profilo LinkedIn. Il riconoscimento è stato assegnato per aver fornito a brand e retailer «una visione reale di ciò che accade agli imballaggi dopo essere stati gettati via», con dati provenienti da impianti di riciclo di tutto il mondo e un dettaglio che arriva fino al livello di marca e prodotto.

La differenza rispetto agli strumenti tradizionali è radicale. Deepnest, si legge sul sito dell’azienda, «rivela come i vostri imballaggi vengono selezionati nei sistemi di recupero reali a livello globale, sostituendo i modelli di laboratorio con evidenze sul campo». Non si tratta più di simulare cosa dovrebbe accadere in condizioni ideali, ma di misurare cosa accade davvero quando un imballaggio entra nel flusso dei rifiuti. La piattaforma è stata testata da nomi che coprono l’intera filiera del largo consumo: Unilever, Amcor, Asahi, L’Oréal e Kenvue. Cinque aziende che insieme rappresentano una quota rilevante degli imballaggi in plastica immessi sul mercato globale.

Greyparrot non arriva impreparata a questo appuntamento. Già nel 2025 era stata inclusa tra le aziende più innovative dell’anno da Fast Company e inserita nella lista delle migliori invenzioni del TIME. Riconoscimenti che segnalano un percorso di crescita, ma che restano premesse: il salto, qui, è passare dall’essere segnalati come innovatori al fornire uno strumento che modifica le decisioni industriali di chi produce imballaggi su larga scala.

Il premio appena vinto ha un ulteriore significato. Greyparrot è stata selezionata come vincitrice da una shortlist che includeva iniziative di grandi aziende come la Uniform Recycling and Donation Initiative di easyJet e il programma Time After Time di Virgin Media O2 e Hubbub. Non si è trattato di un confronto tra nicchie: la giuria ha scelto un’azienda di analisi dei rifiuti contro colossi dell’aviazione e delle telecomunicazioni, segnalando che la partita della sostenibilità si gioca sempre più sul campo dei dati verificabili.

Chi vince e chi perde nella nuova geografia del packaging

Davanti a tassi di riciclo così diversi, la scelta del colore di una bottiglia diventa una decisione strategica che incide su costi, conformità normativa e reputazione. Il PET trasparente non solo si ricicla meglio: alimenta un mercato della plastica riciclata di qualità più elevata, con prezzi più stabili e una domanda in crescita da parte dei brand che hanno obiettivi di contenuto riciclato nei loro imballaggi. Il PET colorato, al contrario, rischia di diventare un problema in un contesto in cui le normative — dal Regolamento europeo sugli imballaggi alle leggi nazionali sulla responsabilità estesa del produttore — iniziano a penalizzare ciò che non può essere effettivamente recuperato.

La pressione non arriverà solo dai regolatori. Arriverà dai dati. Se un’azienda scopre, attraverso strumenti come Deepnest, che il 70 o l’80 per cento dei propri imballaggi colorati finisce in discarica o viene bruciato, mentre la versione trasparente dello stesso prodotto supera il 90 per cento di riciclo, la scelta del packaging cessa di essere una questione di design per diventare una voce di bilancio. I costi di smaltimento, le tasse sulla plastica vergine, i contributi ai consorzi di riciclo: tutto si muove nella direzione di premiare chi progetta per la riciclabilità reale, non solo teorica.

E qui si apre una partita industriale che nei prossimi trimestri andrà osservata con attenzione. I cinque grandi nomi che hanno testato Deepnest — Unilever, Amcor, Asahi, L’Oréal e Kenvue — hanno ora accesso a un livello di dettaglio che nessuno dei loro concorrenti possiede. Sanno quali colori, quali formati, quali etichette compromettono la riciclabilità nei flussi reali. La domanda è se useranno queste informazioni per anticipare le mosse, ridisegnando gli imballaggi prima che il problema diventi visibile a tutti, o se aspetteranno che siano i dati a parlare per loro. Nei prossimi lanci di prodotto, la quota di PET colorato sarà il nuovo termometro dell’impegno circolare — e forse un segnale per gli investitori.