Il progetto punta a recuperare metalli preziosi dai dispositivi elettronici inutilizzati

Non sai dove buttarli. Magari hai provato a informarti, hai letto qualcosa sui rifiuti elettronici, ma alla fine hai lasciato tutto lì. Succede a tutti. E in Giappone succede così tanto che il governo ha deciso di intervenire con una soluzione tanto semplice quanto inedita: usare i furgoni che già vedi in giro per le consegne anche per ritirare i tuoi dispositivi dimenticati.

La scorsa settimana è stato annunciato un programma pilota che coinvolgerà cinque aziende di trasporto — tra queste c’è Yamato Transport, uno dei colossi delle spedizioni — per raccogliere rifiuti elettronici porta a porta. L’obiettivo è chiaro: togliere ogni alibi a chi non ricicla perché non ha il centro di raccolta sotto casa.

Ma perché dovresti preoccuparti di quel vecchio telefono, invece di lasciarlo nel cassetto?

Il 10% che non basta: la partita delle terre rare

Dietro quella domanda quotidiana c’è una questione di sicurezza economica che riguarda un’intera nazione. Il Giappone è il terzo produttore mondiale di elettronica: automobili, componenti, semiconduttori. E per farli servono metalli come il neodimio, il disprosio, il lantanio — le terre rare. Finora il piano era semplice: comprarle dalla Cina, che ne controlla la stragrande maggioranza della produzione globale. Poi Pechino ha cominciato a usare le restrizioni all’esportazione come arma commerciale, e il piano ha smesso di funzionare.

E allora ti guardi intorno e scopri che nel tuo Paese c’è già una miniera di terre rare: i cassetti dei cittadini. Il problema è che per anni nessuno li ha svuotati davvero. Ancora nel 2023, stando ai dati del National Institute for Environmental Studies, solo il 10% dei piccoli elettrodomestici a fine vita veniva raccolto. Il resto finiva nell’indifferenziata, quando andava bene, o restava sepolto in casa. Dieci telefonini su cento, recuperati. Gli altri novanta, persi.

Come si stanno muovendo le imprese per non farsi trovare impreparate?

Chi ci guadagna (e chi paga): la mossa delle imprese

La risposta arriva dalle stesse aziende che dovranno gestire i nuovi obblighi, e che nel frattempo hanno già cominciato a costruire la filiera del riciclo.

A fine marzo, invece, Mitsubishi Materials ha deciso di investire in ReElement Technologies, un’azienda americana specializzata proprio nel riciclo delle terre rare. Mitsubishi non è una startup: è uno dei gruppi industriali più solidi del Giappone, e se mette soldi in una società che estrae disprosio e neodimio dai rifiuti, significa che il business non è più teoria.

Per il cittadino, il vantaggio immediato è semplice: presto non dovrai più chiederti dove buttare un vecchio caricabatterie. Ci sarà qualcuno — un corriere, un negozio, un produttore — incaricato di venirlo a prendere, o almeno di indicarti un punto di raccolta accessibile. Per le piccole imprese di trasporto coinvolte nel programma pilota, significa nuove commesse e un ruolo attivo in una filiera che fino a ieri non esisteva. Certo, qualcuno pagherà: i produttori, attraverso gli obblighi di legge, e forse i consumatori, se i costi del riciclo verranno incorporati nel prezzo dei dispositivi. Ma il conto dell’immobilismo — dipendere da un fornitore unico che può chiudere i rubinetti — era molto più salato.

La prossima volta che apri quel cassetto, sappi che le regole stanno cambiando: presto sarà più facile dare una seconda vita ai tuoi dispositivi. Per le imprese, il 2026 è dietro l’angolo.