Il paese africano genera 87.000 tonnellate di rifiuti elettronici all’anno, ma meno del 15% viene riciclato nei circuiti ufficiali
L’Egitto genera 87.000 tonnellate di rifiuti elettronici all’anno. Meno del 15% finisce in circuiti ufficiali. Il resto viene bruciato all’aperto, smontato a mani nude, respirato. Nei giorni scorsi la Svizzera ha firmato un accordo di sovvenzione da 1,4 milioni di franchi — circa 1,7 milioni di dollari — per un progetto triennale su frigoriferi e condizionatori. Un altro cerotto su una ferita che ha bisogno di ben altro.
L’intesa è stata siglata il 1° luglio tra l’Autorità di Regolamentazione dei Rifiuti dell’Egitto e la Segreteria di Stato per l’Economia della Confederazione. L’iniziativa si concentrerà sul riciclo di apparecchiature di refrigerazione e condizionamento, dispositivi che contengono sostanze in grado di danneggiare lo strato di ozono e accelerare il cambiamento climatico se smaltiti senza i dovuti controlli. L’obiettivo dichiarato è aumentare i tassi di riciclo e riutilizzo, incoraggiare gli investimenti nelle industrie verdi. Ma il punto è un altro: l’Egitto resta il primo produttore di e-waste africano. Basterà un investimento così contenuto a invertire una tendenza storicamente affidata a roghi e smontaggi di fortuna?
Il progetto non parte da zero, va detto. Si innesta sul programma Sustainable Recycling Industries, attivo dal 2016 al 2025, un percorso che ha provato a costruire le fondamenta di un sistema nazionale di gestione. Ma i numeri, quando li si guarda da vicino, restituiscono la misura esatta del divario: le quantità trattate dal programma SRI sono passate da 1.900 tonnellate nel 2019 a 6.800 tonnellate nel 2023. Una crescita reale, certo, ma è comunque un’isola in un oceano di rottami trattati in strada.
Il modello svizzero e la realtà egiziana
Eppure la Svizzera non arriva a mani vuote: da oltre vent’anni esporta il suo modello di riciclo, e in Egitto ha già lasciato il segno. Nel 1991 Berna aveva già implementato il primo sistema nazionale di riciclaggio dell’e-waste, un’infrastruttura che nel 2003 si è trasformata in un programma di cooperazione internazionale con India, Cina, Sudafrica, Colombia e Perù. Non è poco, ma è un’esperienza maturata in un paese dove la raccolta differenziata è un automatismo culturale prima ancora che normativo.
In Egitto la realtà è un’altra. Il settore informale continua a gestire la maggior parte del trattamento, spesso con metodi inadeguati: combustione all’aperto, smontaggio senza protezioni, rilascio di sostanze tossiche nell’aria e nel suolo. Bruciare un frigorifero per recuperare il rame significa inalare gas refrigeranti e ritardanti di fiamma bromurati. Significa che qualcuno, da qualche parte, si sta ammalando. E nessun accordo triennale, per quanto ben scritto, può competere con la sopravvivenza quotidiana.
Il programma SRI ha dimostrato che un incremento è possibile. Ma passare da 6.800 a 87.000 tonnellate non è questione di volontà politica: è un problema di scala, di investimenti industriali, di integrazione del lavoro informale in un sistema regolato. Senza includere chi quei rifiuti li vive ogni giorno, qualsiasi cifra resterà un esercizio contabile.
Chi ci guadagna e chi resta indietro
Restano le mani sporche di chi brucia circuiti all’aperto, e la domanda se questa ennesima intesa riuscirà a scalfire una montagna alta 87.000 tonnellate. L’accordo promette tassi di riciclo più alti e investimenti verdi. Ma per chi vive di questi rifiuti, il cambiamento potrebbe significare l’ennesima esclusione, o un lavoro finalmente riconosciuto. La firma c’è. Il ponte è gettato. Resta da vedere se qualcuno lo attraverserà.




