L’analisi su 2,7 milioni di perizie certifica un aggravio medio del 23% per le riparazioni
Hai presente quando porti l’auto dal carrozziere e il preventivo ti lascia senza parole? Ecco, con un’auto elettrica quel momento arriva prima, e fa più male. Non è una questione di ideologia, ma di conti in officina. E mentre l’Europa si gioca il futuro sulle gigafactory, chi guida tutti i giorni scopre che il vero nodo della transizione è un altro: chi la ripara, quanto costa e dove la ricarichi.
Gigafactory sì, ma a chi le aggiusta?
Se il tuo modello elettrico finisce in carrozzeria dopo un tamponamento, preparati a una stima più salata rispetto a un’auto a benzina o diesel di segmento simile. Secondo l’analisi di BCA Expertise su 2,7 milioni di perizie, riparare un veicolo elettrificato costa in media il 23% in più. Non è un dettaglio: è un aggravio che tra il 2022 e il 2025 è passato dal 13,7% al 23,2%, come certifica il sovrapprezzo medio delle riparazioni. Il motivo principale? La manodopera specializzata, quella abilitata a lavorare su sistemi ad alta tensione, ha tariffe orarie elevate. Poi c’è il costo dei ricambi: parliamo di modelli recenti, tecnologicamente complessi, spesso premium. E non sottovalutare il peso delle elettriche: in certe tipologie di urto, una massa maggiore produce danni più estesi.
A Bruxelles però si ragiona su scala diversa. Il 4 marzo 2026 la Commissione ha proposto l’Industrial Accelerator Act, con l’obiettivo di portare la manifattura al 20% del PIL UE entro il 2035. Dentro ci sono i criteri “Made in EU” per gli aiuti pubblici alle tecnologie strategiche. E il Net Zero Industry Act fissa al 2030 la copertura di almeno il 40% del fabbisogno annuo UE con produzione interna. A luglio, poi, arriva l’Electrification Action Plan, pensato come risposta alla crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. E non mancano aiuti diretti: un premio per unità di output (euro per kWh di batteria, per kg di idrogeno verde, per watt di modulo solare) e il fondo per le colonnine veloci con 20.000-30.000 euro a punto di ricarica ad alta potenza. Tutto utile, per carità. Ma in officina queste cifre non arrivano.
L’Italia corre, ma senza incentivi è un’altra gara
Intanto qualcosa si muove, e anche in fretta. A giugno 2026 le immatricolazioni full electric in Italia hanno toccato 14.721 unità, con un balzo dell’84,7% rispetto a giugno 2025, come certificano i dati di Motus-E. Nel primo semestre 2026 la quota di mercato è stata dell’8,4%, contro il 5,2% dello stesso periodo 2025. A maggio la quota italiana era all’8,9%, mentre Francia e Germania volavano rispettivamente al 29,2% e al 25,1%. A giugno abbiamo superato per la prima volta la doppia cifra: il superamento della soglia del 10% senza incentivi è un segnale reale. Ma siamo l’unico grande mercato europeo a non aver messo un euro sul piatto. Il risultato è che si cresce a rimorchio, non per scelta industriale.
Il conto in officina non mente
Il punto è semplice: puoi anche produrre batterie a GWh e moduli solari a GW, ma se poi chi compra un’elettrica scopre che riparare un danno alla scocca costa un quarto in più e che le officine abilitate scarseggiano, la transizione si ferma al primo preventivo.
Non servono appelli al “pianeta” o slanci ideologici. Serve sapere che oggi, nel 2026, il costo totale di possesso di un’elettrica può essere molto vantaggioso finché tutto fila liscio. Quando qualcosa si rompe, la convenienza si restringe. E per chi macina pochi chilometri l’anno, quel vantaggio potrebbe non arrivare mai.
Per te che stai pensando di passare all’elettrico, il consiglio pratico è questo: prima di firmare il contratto, chiedi al concessionario i tempi di attesa medi per un ricambio e il nome di due carrozzerie convenzionate abilitate all’alta tensione nella tua provincia. Controlla anche che la tua assicurazione copra il gap di manodopera. La transizione non è solo quanti modelli nuovi escono dalle fabbriche, ma quanti meccanici sanno metterci le mani senza mandarti in bancarotta.




